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Europa dei diritti e della sostenibilità o del libero commercio?

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di Monica Di Sisto, vicepresidente di Fairwatch

 “La richiesta di raddoppiare il "libero commercio" fornisce una copertura per un regime di capitali mobili, un potere di mercato concentrato e politiche pubbliche sequestrate da potenti interessi economici. La lotta all'isolazionismo ci chiede di riconoscere effettivamente che molte delle regole adottate per promuovere il "libero scambio" non hanno promosso un sistema basato su regole che fosse inclusivo, trasparente e favorevole allo sviluppo. Per restituire vita e ottimismo rispetto al commercio e al multilateralismo bisogne andare oltre la semplice promozione del commercio fine a se stesso e l’ostensione del multilateralismo come ultima linea di difesa contro una distopia autarchia hobbesiana. Sono necessari una narrazione e un programma d’azione più positivi”. i

A sfogliare le pagine del Rapporto 2018 dell’agenzia delle Nazioni Unite su Commercio e sviluppo viene un po’ di sollievo e molta frustrazione. Sollievo, perché un’autorevole fonte intergovernativa conferma tutto quanto in tante e tanti sosteniamo, anche da queste pagine, dopo quasi vent’anni dall’assalto dei movimenti all’Organizzazione Mondiale del Commercio a Seattle (Wto), oltre 15 dal G8 di Genova, 15 dall’inizio dello stallo della Wto stessa cominciato con il fallimento della Conferenza Ministeriale della Wto a Cancun, e a più di cinque dalla mobilitazione di associazioni, sindacati, contadini, movimenti e, finalmente, imprese contro la moltiplicazione degli accordi bilaterali di liberalizzazione commerciale da parte dell’Unione Europea come TTIP e CETA.

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Per l'Europa, o contro L'Europa? Un'astuta falsa questione

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di Roberto Spini
L'Unione europea si trova nella crisi più profonda dalla sua nascita, per varie ragioni. La Brexit rappresenta il primo passo indietro dell'integrazione europea. La disuguaglianza in Europa è in aumento, tra ricchi e poveri, nonché tra regioni e paesi. La prosperità, che un tempo l'Unione europea aveva promesso come base stessa della propria esistenza, è accessibile a un numero sempre minore di persone. Invece che fattore di integrazione, l'Unione europea è oggi soprattutto un motore di divisione.

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L'Europa sulla nuova Via della Seta

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di Simone Pieranni

Il progetto di Nuova via della Seta lanciato dal presidente della Repubblica popolare Xi Jinping nel 2013, prevede, tra le rotte terrestri, anche una rete di trasporti che arriva direttamente in Europa (in Germania e via Duisburg in Gran Bretagna e Spagna). Pechino ha bisogno di investire, e lo ha fatto attraverso acquisizioni, investimenti, non ultimo il porto nord europeo belga di Zeebrugge dopo quello del Pireo, e di rapporti diplomatici, oltre che economici, capaci di consolidare le relazioni tra Cina ed Europa soprattutto alla luce della recente guerra commerciale con gli Usa di Trump. 

Il principale partner cinese è la Germania, segue la Gran Bretagna, mentre nell'ultimo anno uno dei paesi che più si è avvicinato alla Cina è proprio l'Italia. 

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Editoriale - Europa: la deriva di un Continente?

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di Vittorio Lovera

Ben ritrovati.

L’Europa è oggi assimilabile a uno di quei cetacei moribondi lungo le spiagge del Pianeta.

Cetacei incapaci di reggere le conseguenze dei cambiamenti climatici, con gli intestini occlusi dalle plastiche conferite in mare dall’irresponsabile consumismo sfrenato. L’Europa dei Mercati, della burocrazia e delle lobbies è da anni alla deriva, spiaggiata dalle sue stesse contraddizioni, stritolata dal balletto delle alleanze o degli scontri franco-tedeschi. Suddita dei Mercati, l’UE è stata lo strumento che per lungo tempo ha garantito un equilibrio tra gli interessi del grande capitale internazionale e quello di alcuni stati-nazione egemoni nel panorama continentale. Dopo la crisi del 2008, l’Unione Europea non ha fatto altro che remare contro sé stessa non garantendo più tale equilibrio e favorendo una incontrollata crescita delle diseguaglianze, terreno di coltura fertile per nostalgici ismi, siano essi sovranismi o nazionalismi.

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Europa dell'oligarchia o della democrazia?

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di Stefano Risso

Per capire chi e come decide in Europa occorre risalire alle modalità della nascita delle  Comunità europee che precedettero l’attuale UE, a partire dalle grandi questioni che ne determinarono la nascita.

Insieme al desiderio di pace dei popoli europei, che  fu reale e diffuso, incombevano alcune grandi questioni economiche e geopolitiche inestricabilmente collegate.

La competizione franco-tedesca da economica e culturale (oggi tendiamo a dimenticare la  contrapposizione culturale che pure fu nettissima negli anni che precedettero la prima guerra mondiale) ha caratterizzato sia la seconda metà del XIX secolo che la prima del XX.

Lo scontro economico ha avuto come oggetto il controllo delle produzioni strategiche dell’epoca: il carbone e l’acciaio. I grandi monopoli privati e i rispettivi stati si sono reciprocamente utilizzati come strumento di potenza sia in contesti di protezionismo che di liberalizzazione degli scambi. Quest’ultima constatazione è importante per ricordare quanto sia falsa l’attuale vulgata dominante, secondo la quale la liberalizzazione degli scambi renda impossibile la guerra. Evidentemente la lezione del 1914 non è stata sufficiente.

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