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In questa sottocategoria sono pubblicati gli articoli del Granello di Sabbia

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Il cambiamento climatico o della grande cecità

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di Guido Viale

Il cambiamento climatico in corso è il grande assente dalle politiche non solo italiane, ma anche europee e mondiali. Con poche eccezioni lo si nomina solo per non doverne più parlare.

C’è un negazionismo esplicito che risorge periodicamente nonostante l’evidenza dei fatti (vedi Trump, ma anche, dietro a lui, l’esercito in marcia dei trumpiani); un negazionismo di fatto che consiste nel parlarne e farne parlare il meno possibile ("i problemi sono altri"… “il problema è la crescita”…); e c’è un negazionismo opportunista che dice tutto e il contrario di tutto (vedi Renzi che, a Parigi, vanta i progressi delle rinnovabili in Italia - che lui peraltro aveva fermato - e subito dopo si adopera per far fallire il referendum contro le trivellazioni). Ma in tutti e tre i casi i negazionisti hanno un denominatore comune, come spiega Naomi Klein in Una rivoluzione ci salverà: tutti sanno che una catastrofe è alle porte, ma hanno anche capito che per fermarla bisognerebbe cambiare alle radici l’organizzazione sociale, e non sono disposti a farlo. Non possono farlo, ma non possono nemmeno pensarlo, cioè concepirne e accettarne le implicazioni. Ma attenzione, una pigrizia mentale come questa colpisce spesso anche noi…

Bisogna invece prender atto che il cambiamento climatico sta assumendo un andamento irreversibile. Ce lo dicono innanzitutto i glaciologi: i ghiacciai continuano ad arretrare e non torneranno più come prima; e così le calotte polari. In tutto l’emisfero boreale si sta sciogliendo il permafrost, liberando quantità sterminate di metano (un gas serra 20 volte più potente della Co2). E altro metano viene sprigionato dal riscaldamento dei fondali artici.

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Società in crisi

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di Michele Cangiani

Il compito della nostra epoca è di “portare a maturità la democrazia” allargando la conoscenza e la responsabilità a tutti i cittadini/e, che solo per questa via possono realizzare la propria libertà e, nello stesso tempo, organizzare al meglio la società. Così scriveva Karl Polanyi poco prima che Hitler prendesse il potere. Karl Mannheim sosteneva a sua volta, nel tempo della grande crisi e del fascismo, che nella società industriale, complessa e di massa, occorre diffondere al massimo la “razionalità sostanziale”, cioè la capacità di agire intelligentemente in situazioni date (L’uomo e la società in un’età di ricostruzione, 1940). Il cittadino, per essere davvero tale, dovrebbe conoscere la realtà sociale e partecipare alle scelte socialmente rilevanti.

Nell’epoca di sviluppo seguita alla guerra qualche speranza tornò a germogliare. Nell’Inghilterra delle riforme laburiste Thomas Marshall in un saggio del 1950 (Cittadinanza e classe sociale, 2002) distingue, anche per esaminarne il rapporto reciproco, tre tipi di “diritti di cittadinanza”: civili, politici, sociali. Dopo i diritti civili, riguardanti essenzialmente la libertà personale, nel XIX e nel XX secolo si è trattato dei diritti politici, cioè della generalizzazione dell’elettorato attivo e passivo, e dei diritti sociali, cioè delle condizioni che consentono effettivamente, a ogni individuo, la piena, attiva partecipazione alla vita sociale. Occorrono, a questo fine, la sicurezza economica in primo luogo, ma anche istituzioni che garantiscano a tutti la possibilità di conoscere la realtà sociale e di agire politicamente.

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L’eclissi della democrazia partecipativa e dell’innovazione politica

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Il “governo del cambiamento” mette fuori gioco le politiche realmente innovative capaci di cambiare il futuro. 

di Pino Cosentino

Mentre scrivo si discute del DEF con il deficit al 2,4% per tre anni.  È un DEF “del popolo”. Nulla di strano, visto che il governo è presieduto dall’avvocato “del popolo” Giuseppe Conte. Il deficit servirà a finanziare i provvedimenti promessi in campagna elettorale e, a quanto si dice, spasmodicamente attesi dagli elettori. “Per la prima volta il deficit servirà a migliorare le condizioni del popolo, non a salvare banche” (Di Maio). 

Fatto sta che il popolo continua a essere presente nel dibattito pubblico come oggetto della politica.  C’è un solo momento in cui compaia come attore: il momento del voto. Fatta la scelta, il popolo, sovrano per un giorno, rientra come spettatore nel buio della platea e della galleria, mentre il palcoscenico si viene affollando da chi d’ora in avanti animerà e dirigerà la vita pubblica ed eserciterà i poteri dello Stato.

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Come ci hanno cambiato le riforme fiscali. Le disuguaglianze nel mondo e in Italia

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di Antonio De Lellis (Attac - Cadtm Italia)

Quando parliamo di fisco pensiamo ad un settore di esclusiva competenza di commercialisti e consulenti fiscali, ma esiste una prospettiva che dovrebbe accomunarci tutti, fatta di conoscenze minime di base condivise. Sicuramente molti conoscono l’Irpef (l’imposta sul reddito delle persone fisiche) che paghiamo per lo più quando presentiamo il 730 o l’unico e l’Iva (l’imposta sul valore aggiunto) pagata ogni volta che acquistiamo qualcosa. In Italia l’introduzione dell’Irpef, ad esempio, è avvenuta nel 1974 ed era formata da 32 scaglioni, il primo con aliquota al 10% e l’ultimo al 72 %. Questa riforma era fortemente progressiva nel senso che era rispettosa del dettato costituzionale previsto dall’articolo 53, il quale prevede due principi: il pagamento delle imposte in funzione della capacità contributiva e la progressività nella tassazione ovvero il principio dell’eguale sacrificio nel pagare le imposte. 

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Una "rabbia dignitosa" dieci anni dopo il tracollo finanziario: la rete europea di Attac si mobilita per assumere il controllo sulla finanza!

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Rete Europea di Attac*

Il 15 settembre 2018 saranno trascorsi 10 anni dal crollo di Lehman Brothers, diventato ormai il simbolo indimenticabile di un sistema finanziario globalizzato e interconnesso. Il crollo è stato il culmine di una crisi finanziaria che ha causato la perdita di milioni di posti di lavoro e di risparmi. Sono stati messi in mostra il sistema, l'avidità e l'imprudenza, l'irresponsabilità nei confronti della società dimostrate dalle società finanziarie, così come la passività e la complicità dei politici negli anni precedenti la crisi. Le grandi società finanziarie potevano gestire i mercati e il prezzo era sconcertante.

Da allora, molti sono stati indotti a credere che gli insegnamenti fossero stati tratti e che forse sarebbe arrivato un cambiamento estremamente necessario. Invece, nonostante le critiche all'ideologia dei liberi mercati finanziari espresse da molti dopo la crisi finanziaria, la morsa del neoliberismo continua a governare tutte le politiche, le regole e le istituzioni finanziarie e quindi la vita dei cittadini. Nell'Unione europea e negli Stati Uniti, i lobbisti continuano a usare senza regole il loro potere, e tutt'oggi i mercati finanziari sono altrettanto pericolosi, se non di più. Le nuove norme sono timide e superficiali, ed è in corso un processo di deregolamentazione. 

Il rischio di un altro crollo continua a crescere e potremmo essere costretti ancora una volta a salvare megabanche con miliardi di denaro pubblico. Milioni di nuove vittime potrebbero unirsi alle fila di coloro che hanno già perso il lavoro, le case e il futuro. Ancora oggi, milioni di persone si ritrovano impoverite e indebitate, ricordandoci che la crisi è ancora in atto. E mentre grandi somme di denaro vengono pompate nelle grandi banche, sempre meno denaro viene messo a disposizione per investimenti in posti di lavoro, servizi pubblici e sviluppo sostenibile.

Cogliamo l'occasione del decimo anniversario della crisi finanziaria come un invito all'azione. Il decennale deve creare un nuovo spazio per dialoghi e dibattiti pubblici sulla crisi e sul futuro della finanza. E' un'opportunità per dimostrare la nostra "rabbia dignitosa": abbiamo bisogno di una soluzione socialmente equa per il debito esistente e dobbiamo prendere posizione per il futuro: non pagheremo adesso e non pagheremo di nuovo. Vogliamo che le banche e la finanza siano al servizio della società. E che oggi inizi un percorso che ci porterà a sottoporre la finanza a un controllo democratico.

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