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In questa sottocategoria sono pubblicati gli articoli del Granello di Sabbia

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Mutualismo conflittuale e movimento operaio

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di Salvatore Cannavò

A – Tre Premesse:

1. L’esaurimento del ciclo storico del movimento operaio.
Partito e sindacato hanno rappresentato i due corni distinti di una fiamma che ha crepitato per circa un secolo e che, spesso facendosi Stato o comunque dipendendo dallo Stato e integrandosi in esso, ha determinato una specifica fisionomia del movimento operaio.
Quella costruzione non esiste da tempo il che non significa che non esistano sindacati o lotte sindacali, ma che non esiste una costruzione politica, un insieme sinergico e quindi una soggettività della trasformazione che, almeno fino alla fine degli anni 60, era “LA” soggettività.

2. Necessità di ragionare in termini di ricostruzione dei due elementi portanti: la solidarietà materiale e un orizzonte ideale. La prima è talmente divelta che un partito “di sinistra” come il Pd italiano e un altro che incarna la sinistra del futuro, cioè Macron, sono arrivati al punto da coniare il reato di solidarietà, colpendo coloro che aiutano i migranti a non morire.

3. Recupero di piste di ricerca negli albori movimento operaio, un ritorno alle origini non come mito originario e purificatore, nemmeno come ricorso storico o teoria di una storia a cicli. La storia va avanti e deve conservare la memoria di tutto il passato, compresi gli errori.

L’idea di questa esposizione è che nelle storie dell’origine, nei canoni fondativi ci sia un Codice sorgente di percorsi utili alla teoria e all’azione politica e sociale. Del resto questo codice ha permeato gran parte della storia del movimento operaio del Novecento: case del popolo, solidarietà di classe, il “paese nel paese” di cui parlava Pasolini, la comunità popolare o operaia in certe zone ad alta concentrazione proletaria (si pensi ai libri di Alberto Prunetti che non a caso percorre il filo della narrativa working class).

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ll mondo dei robot non è come ce lo aspettiamo

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 di Marco Schiaffino

Quale sarà l’impatto dell’intelligenza artificiale sul mondo del lavoro e sulla società? Qualche anno fa la domanda avrebbe potuto interessare al massimo qualche appassionato di fantascienza. Oggi, il tema comincia a guadagnare un suo spazio nel dibattito politico.

Inutile dirlo, la domanda di cui sopra ha risposte differenti a seconda di chi viene interpellato. I sindacati, i lavoratori e “l’uomo della strada” non nascondono (finalmente) la loro preoccupazione. L’idea che le macchine possano sostituire l’uomo fa (giustamente) paura e la rapidità con cui l’industria 4.0 sta prendendo piede. Velocità che spesso viene comunque sottovalutata, non aiuta a distendere gli animi.

Il tema principale è quello che conosciamo dai tempi di Watt e dell’invenzione della macchina a vapore, cioè l’aumento di produttività che si ripercuote, necessariamente, sull’occupazione. L’equazione è semplice: maggiore produttività, minore impiego di mano d’opera, diminuzione della domanda di lavoratori rispetto all’offerta, spirale al ribasso dei salari e aumento della disoccupazione.

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Come è cambiata la democrazia?

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di Stefano Risso

Fausto Gianelli, avvocato dei Giuristi Democratici, nel suo intervento all’Università Estiva ci ha illustrato con competenza e passione la differenza tra l'aspetto formale e quello sostanziale della Democrazia, ricordandoci la necessità della difesa della democrazia a partire dalla difesa della sostanza stessa della democrazia. Ora dobbiamo chiederci perché la Democrazia, dal punto di vista sostanziale, è in una crisi così profonda. Ci troviamo di fronte ad un processo di trasformazione della società di stampo decisamente oligarchico e forse dovremmo parlare di un autentico processo rivoluzionario purtroppo in senso oligarchico. Rivoluzionario e non reazionario, perché la creazione di un'oligarchia politica è stata preceduta dalla formazione di un'oligarchia economica e di conseguenza la sua presa del potere politico effettivo corrisponde al ruolo che, nella società, ha concretamente usurpato da tempo.

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Non è lavoro, è sfruttamento

Marta Fana 600x150

intervista a Marta Fana liberamente tratta da thesubmarine.it

Non è lavoro, è sfruttamento” è il titolo della sua ultima pubblicazione. Un libro di successo, ricco di esempi concreti e attuali. Da Amazon a Foodora, il panorama presenta una nuova classe operaia sfruttata e l'interesse a tenerla divisa, incapace di organizzarsi.

Il tema della coscienza di classe è sicuramente preponderante nel tuo saggio, dove sostieni che è fallita l’opzione politica di chi riteneva che l’impoverimento portasse automaticamente a sinistra. Chi nella recente tornata elettorale ne era illuso?

Da un lato tutti quelli che hanno provato a rievocare il centrosinistra, ma anche tutti quelli che proponevano opzioni genuinamente di sinistra ma che non sono riusciti a parlare alla gente impoverita, le cui pulsioni — anche per via del senso comune — sono andate radicalmente a destra. È stata una campagna elettorale basata sulla paura dell’immigrazione, sulla sicurezza. L’impoverimento socio-economico esiste, è sempre stato uno dei temi del riscatto e dell’emancipazione delle forze progressiste e di sinistra e ora è venuto a mancare.

Infatti tu sostieni che l’impoverimento produce spesso isolamento. Perché invece di creare unione tra gli ultimi ha portato allo slittamento dell’obiettivo, del “nemico,” dal ricco al diverso?

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Lo scontro economico e politico in atto

Emiliano Brancaccio Roma 2015

intervista a Emiliano Brancaccio liberamente tratta da emilianobrancaccio.it

Definito dal Sole 24 Ore “di impostazione marxista ma aperto a innovazioni ispirate dai contributi di Keynes e Sraffa” e promotore del “monito degli economisti” contro l’austerity pubblicato dal Financial Times, il Prof. Emiliano Brancaccio è docente di Politica economica dell’Università del Sannio

Professore, si torna in questi giorni a parlare di uscita dell’Italia dall’euro. Lei già anni fa ha ipotizzato l’ipotesi “Italiexit”, ritenendo che l’unione monetaria sia ormai impossibile da riformare. Ne è ancora convinto?

Purtroppo i dati parlano chiaro. C’è ancora un enorme cumulo di squilibri in seno all’eurozona: da un lato ci sono Paesi che per anni hanno importato più di quanto esportassero e quindi si sono fortemente indebitati verso l’estero, dall’altro ci sono Paesi che hanno fatto registrare eccessi sistematici delle esportazioni sulle importazioni e hanno quindi accumulato crediti. La libera circolazione dei capitali, su cui l’Unione europea è stata edificata, ha reso possibili questi pericolosi sbilanciamenti tra debitori e creditori. E le politiche di austerity, anziché assorbire gli squilibri, li hanno solo aggravati, aggiungendo ai debiti anche il crollo dei redditi e l’aumento della disoccupazione.

Va bene, ma questo, a suo avviso, renderà inevitabile l’uscita dall’euro? Come sa, nella stessa Gran Bretagna emergono dubbi crescenti sulla Brexit…

Come ammette anche il presidente della Bce, Mario Draghi, lasciata in queste condizioni l’Unione monetaria tornerà a dare segni di forte instabilità non appena l’Europa entrerà in una fase di recessione. Per questo credo sia più che mai attuale la previsione del “monito degli economisti” che pubblicammo qualche anno fa sul Financial Times: l’agonia potrà essere ancora lunga, ma è improbabile che nella sua forma corrente l’eurozona possa sopravvivere.

Scusi, ma non le sembra anche la posizione delle destre sovraniste, da Le Pen a Salvini?

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