Europa dell'ambiente o della finanza?

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di Cecilia Erba - ASud

In vista della prossima COP (l’annuale Conferenza che riunisce tutti gli Stati membri della Convenzione delle Nazioni Unite sui cambiamenti climatici, l’UNFCCC) che si terrà in Polonia a inizio dicembre, il Parlamento Europeo ha adottato il 13 novembre tre nuove direttive del cosiddetto pacchetto “Energia pulita”. I provvedimenti stabiliscono nuovi target in campo energetico da raggiungere entro il 2030 sull’intero territorio comunitario: un aumento dell’efficienza energetica del 32,5% e il raggiungimento della soglia minima del 32% di fonti rinnovabili all’interno del mix energetico. In un’altra risoluzione, adottata il 25 ottobre, si richiede inoltre l’adozione di un target di riduzione delle emissioni al 2030 più ambizioso, ovvero del 55%, rispetto all’attuale obiettivo del 40%.

Entrambi i provvedimenti sembrano positivi: l’Unione Europea sembra prendere sul serio il problema dei cambiamenti climatici, che del resto stanno già colpendo duramente l’intero territorio europeo: secondo uno studio dell’EASAC (l’European Academies Science Advisory Council), dal 2010 i danni e le perdite causati da eventi climatici estremi sono aumentati del 92%.

Tuttavia, una valutazione più attenta svela quanto questi provvedimenti arrivino in estremo ritardo. Se infatti già nel 1990 il primo rapporto dell’IPCC, il gruppo intergovernativo sul cambiamento climatico fondato due anni prima da due organi delle Nazioni Unite, avvertiva che le emissioni derivanti da attività umane stavano rafforzando l’effetto serra e riscaldando la superficie terrestre, negli ormai quasi 30 anni successivi la colpevole reticenza dei governi, soprattutto dei Paesi sviluppati, ad adottare misure efficaci di riduzione delle emissioni e abbandonare le fonti fossili ci ha condotto a una situazione critica, in cui alcuni degli impatti dei cambiamenti climatici sono ormai inevitabili e il mantenimento dell’innalzamento delle temperature entro le soglie critiche dei 2 o 1.5˚C è estremamente complicato.

Ricostruendo velocemente le tappe delle negoziazioni internazionali sui cambiamenti climatici, emerge come gli appelli sempre più accorati della comunità scientifica non si siano tradotti in un pari impegno da parte dei governi: a partire dal fallimento del Protocollo di Kyoto, che prevedeva target irrisori di riduzione delle emissioni, alle difficoltà di raggiungere un accordo post-Kyoto, fino all’Accordo di Parigi firmato nel 2015, che nonostante stabilisca che l’innalzamento delle temperature medie vada limitato a un massimo di 2˚C, si basa su contributi volontari da parte degli Stati che, allo stato attuale, porterebbero a un aumento delle temperature di oltre 3 ˚C.

Nel frattempo, i successivi rapporti dell’IPCC avvertivano il mondo del disastro climatico incombente, mentre i rapporti redatti annualmente dall’UNEP (il programma delle Nazioni Unite dell’Ambiente) a partire dal 2010 sul gap delle emissioni esponevano l’insufficienza delle politiche climatiche e la necessità di agire immediatamente.

Tornando all’Unione Europea, mentre il quarto rapporto dell’IPCC pubblicato nel 2007 chiedeva agli Stati sviluppati di ridurre le emissioni di gas serra entro il 2020 tra il 25 e il 40% rispetto al 1990, il target europeo entrato in vigore nel 2009 e mai più rivisto è di appena il 20%. In altri termini, l’Unione Europea si è impegnata a ridurre le proprie emissioni di appena il 20% in trent’anni, mentre per raggiungere il nuovo obiettivo posto per il 2030 dovrebbe tagliarle nei successivi dieci anni, ovvero dal 2020 al 2030, del 35%: una media di -3,5% l’anno!

E per raggiungere questo target estremamente ambizioso, si continua a fare affidamento sul sistema di scambio delle emissioni (ETS), che prevede che le imprese debbano comprare per poter inquinare dei “permessi”, immessi sul mercato europeo in numero limitato. Le logiche del mercato dovrebbero quindi portare a un innalzamento del prezzo dei permessi, spingendo le aziende a ridurre le proprie emissioni. Questo sistema nella pratica non ha funzionato: un’analisi dell’andamento delle emissioni nelle prime due fasi di operatività (2005-2008 e 2009-2013) rivela come le riduzioni di gas serra siano da attribuire principalmente alle politiche di incentivazione delle rinnovabili e dell’efficientamento energetico, e in secondo luogo alla crisi economica, ma non all’ETS. Nonostante ciò, almeno fino al 2030 si continuerà a utilizzare per una larga fetta dei settori produttivi europei, che sommati rappresentano il 43% del totale delle emissioni, un sistema che non solo ha fallito nella pratica, ma che anche a livello teorico è quantomeno discutibile. È un sistema infatti che, fornendo un certo numero di permessi, non promuove l’adozione di misure più ambiziose di riduzione delle emissioni, mentre consente alle imprese di scaricare sui consumatori i costi che devono sostenere per inquinare.

Perché allora non puntare di più sulla trasformazione energetica, politica rivelatasi vincente in precedenza e promossa per anni dall’UNEP, ed eliminare finalmente i sussidi statali alle fonti fossili? Perché l’Unione Europea, che si ritrova a far fronte a un target così ambizioso, eppure appena sufficiente secondo le conclusioni dell’ultimo rapporto IPCC, con un ritardo di decenni, non imprime una svolta decisiva alle proprie politiche climatiche?

Articolo tratto dal Granello di Sabbia n. 37 di Novembre - Dicembre 2018. "Europa: la deriva di un Continente?"