Europa dei diritti e della sostenibilità o del libero commercio?

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di Monica Di Sisto, vicepresidente di Fairwatch

 “La richiesta di raddoppiare il "libero commercio" fornisce una copertura per un regime di capitali mobili, un potere di mercato concentrato e politiche pubbliche sequestrate da potenti interessi economici. La lotta all'isolazionismo ci chiede di riconoscere effettivamente che molte delle regole adottate per promuovere il "libero scambio" non hanno promosso un sistema basato su regole che fosse inclusivo, trasparente e favorevole allo sviluppo. Per restituire vita e ottimismo rispetto al commercio e al multilateralismo bisogne andare oltre la semplice promozione del commercio fine a se stesso e l’ostensione del multilateralismo come ultima linea di difesa contro una distopia autarchia hobbesiana. Sono necessari una narrazione e un programma d’azione più positivi”. i

A sfogliare le pagine del Rapporto 2018 dell’agenzia delle Nazioni Unite su Commercio e sviluppo viene un po’ di sollievo e molta frustrazione. Sollievo, perché un’autorevole fonte intergovernativa conferma tutto quanto in tante e tanti sosteniamo, anche da queste pagine, dopo quasi vent’anni dall’assalto dei movimenti all’Organizzazione Mondiale del Commercio a Seattle (Wto), oltre 15 dal G8 di Genova, 15 dall’inizio dello stallo della Wto stessa cominciato con il fallimento della Conferenza Ministeriale della Wto a Cancun, e a più di cinque dalla mobilitazione di associazioni, sindacati, contadini, movimenti e, finalmente, imprese contro la moltiplicazione degli accordi bilaterali di liberalizzazione commerciale da parte dell’Unione Europea come TTIP e CETA.

Frustrazione perché la Commissione europea, che termina il suo mandato il 31 ottobre 2019 - mentre già a maggio 2019 si terranno le elezioni del Parlamento UE che si prevede lo rinnoveranno completamente -, a fronte delle resistenze che emergono negli Stati membri rispetto al CETA e agli altri trattati, invece di aprire una fase di seria riflessione e sulla sua politica commerciale e sulla struttura dei trattati esistenti, sta moltiplicando gli sforzi per approvare più accordi possibili prima di scadere. E sta, addirittura, provando a risuscitare non solo il TTIP ma la parte peggiore della direttiva Bolkesteinii , quella che, tra l’altro, obbliga le autorità locali a notificare alla Commissione UE ogni normativa atta a regolare, erogare, anche migliorare i servizi per i cittadini, per permettere, eventualmente, di ottenere emendamenti.

Per confrontarsi con un contesto internazionale e nazionale sempre più schiacciato sugli interessi di pochi, ci sarebbe bisogno di uno spazio politico in cui gli impegni necessari sui diritti delle persone e dell’ambiente, pure assunti a parole, fossero mantenuti. Al contrario Bruxelles ansima schiacciata sotto interessi di corto respiro. Pur di compiacere, come nel caso della nuova Bolkestein, la parte più arretrata e aggressiva della comunità produttivaiii, si moltiplicano trattati dannosi per la democrazia e sovranità dei singoli stati membri e dell’Unione nel suo complesso. Eu-Japan (Jefta), Eu-Mexico, Eu-Mercosur, Eu-Vietnam, Eu-Indonesia, Eu-Singapore, Eu-Tunisia (Aleca), Eu-Marocco, Eu-Australia e Eu-Oceania, gli EPAs e il percorso post-Cotonou con i Paesi di Africa, Caraibi e Pacifico, sono alcuni dei negoziati appena conclusi o in corso che presentano tutti le stesse caratteristiche, analizzate con la Campagna Stop TTIP/CETA Italia nel dossier recente “Dalle dichiarazioni ai fatti: perché dobbiamo fermare il CETA e tutti i suoi (brutti) fratelliiv .

Ricordiamo, ad esempio, che le valutazioni d’impatto dei trattati sono carenti o assenti, condotte con scarsa o insufficiente partecipazione e trasparenza, per lo più basate sui modelli Computable General Equilibrium (CGE) applicati dalla Banca Mondiale, i cui limitiv,  come strumenti di valutazione, sono dolorosamente emersi dopo le liberalizzazioni degli anni ’80 e ’90 . Si prevede, poi, l’abbattimento non soltanto di dazi e dogane, ma soprattutto di ostacoli non tariffari al commercio come regolamenti in materia di tutela dell'ambiente, salute e tutela dei consumatori, oltre a standard e norme tecniche, il tutto in comitati bilaterali riservati alla Commissione europea e agli esperti da essa coinvolti, a proprio insindacabile giudizio, senza alcun controllo Parlamentare e sociale.

A pochi giorni, infine, dalla celebrazione dei 70 anni della Dichiarazione dei diritti umani, anche per i trattati che prevedono una Clausola specifica a tutela dei diritti umani, in realtà, la Commissione europea fino al 2013, stando almeno ai 23 casi che hanno coinvolto essenzialmente Paesi delle ex colonie in Africa Caraibi e Pacifico in virtù dell’accordo di Cotonou, non è andata molto più a fondo di una semplice consultazione della contropartevii.

Le violazioni “ordinarie” dei diritti umani sono state raramente motivo di attivazione della clausola, limitata dal fatto che non ci sono meccanismi efficaci di controllo e reclamo. Essa, inoltre, non può essere attivata per prevenire le violazioni dei diritti umani che sono associate agli obblighi stessi dei trattati e non può chiedere compensazioni commerciali o imporre sanzioni.

Per difendere gli interessi degli investitori esteri, però, questi trattati introducono un letale meccanismo di protezione, la cosiddetta clausola ISDS (Investor to state dispute settlement), recentemente rinominata dalla Commissione europea ICS (Investors Court System) dopo poche modifiche non essenziali, che consente alle imprese che si sentissero danneggiate nei loro interessi da regole o normative vigenti o proposte del Paese in cui investono, di fargli causa per ottenere, quantomeno, un risarcimento degli incassi danneggiati con la normativa. Meccanismi sui quali il prossimo anno si concentrerà la mobilitazione di movimenti e reti europee, probabilmente a partire dai giorni del Forum economico di Davos a gennaio.

“Il paradosso della globalizzazione del XXI secolo è che, nonostante un flusso infinito di parole sulla sua flessibilità, efficienza e competitività le economie avanzate e in via di sviluppo sono sempre più fragili, lente e frammentate. Mentre la disuguaglianza continua a salire e l'indebitamento sale, con il caos finanziario ai posti di guida dell’economia e con sistemi politici privi di fiducia, che cosa potrebbe andare storto?”, sottolinea ironicamente Unctad nel Rapporto già citato. La risposta è “tutto”, come ripetiamo e contestiamo da oltre vent’anni. Solo l’Unione europea sembra accorgersene solo in favore di telecamera e di social network. Con le elezioni alle porte, tuttavia, ci assicureremo che proteste e proposte arrivino a chi si candida belle chiare e non fraintendibili, a riflettori accesi e spenti, persino a domicilio.

 

[i] Unctad, Trade and Development report 2018, p. 36

[ii] https://stop-ttip-italia.net/2018/11/19/chi-si-rivede-ttip-e-bolkestein/#more-5980

[iii] https://www.businesseurope.eu/publications/call-deal-proposal-notifications-services-summer-break-letter-markus-j-beyrer

[iv] https://stopttipitalia.files.wordpress.com/2018/09/i-brutti-fratelli-del-ceta_set20181.pdf

[v] I limiti dei modelli CGE sono chiaramente espressi da Jeronim Capaldo nella sua valutazione indipendente al TTIP pubblicata dalla Tuft University statunitense https://ase.tufts.edu/gdae/Pubs/wp/14-03CapaldoTTIP_IT.pdf

[vi] Vedi Taylor and Von Arnim (2006), Ackermann and Gallagher (2004, 2008), Stanford (2003), Stiglitz and Charlton (2004), Gunter e al. (2005)

[vii]Thomas FRITZ Human Rights on the Sidelines – The renegotiation of the EU trade agreement with Mexico » [online]. Berlín: Forschungs- und Dokumentationszentrum Chile-Lateinamerika e.V., May 2017. Available at: <www.fdcl.org>.

Articolo tratto dal Granello di Sabbia n. 37 di Novembre - Dicembre 2018. "Europa: la deriva di un Continente?"