Editoriale - Europa: la deriva di un Continente?

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di Vittorio Lovera

Ben ritrovati.

L’Europa è oggi assimilabile a uno di quei cetacei moribondi lungo le spiagge del Pianeta.

Cetacei incapaci di reggere le conseguenze dei cambiamenti climatici, con gli intestini occlusi dalle plastiche conferite in mare dall’irresponsabile consumismo sfrenato. L’Europa dei Mercati, della burocrazia e delle lobbies è da anni alla deriva, spiaggiata dalle sue stesse contraddizioni, stritolata dal balletto delle alleanze o degli scontri franco-tedeschi. Suddita dei Mercati, l’UE è stata lo strumento che per lungo tempo ha garantito un equilibrio tra gli interessi del grande capitale internazionale e quello di alcuni stati-nazione egemoni nel panorama continentale. Dopo la crisi del 2008, l’Unione Europea non ha fatto altro che remare contro sé stessa non garantendo più tale equilibrio e favorendo una incontrollata crescita delle diseguaglianze, terreno di coltura fertile per nostalgici ismi, siano essi sovranismi o nazionalismi.

E’ attuale l’allarme in merito ad una nuova bolla speculativa pronta a scoppiare a livello globale: riecco tutti gli ingredienti della crisi di 10 anni fa, così come lo stesso FMI prevede già da alcuni mesi, con conseguenze che ricadranno nuovamente tutte sul 99% dei tormentati, non certo sull’ 1% dei voraci. Dieci anni dopo, nuovamente sull’orlo del baratro? Sì: non solo le promesse sono state disattese, ma la situazione è addirittura peggiorata. La finanza è ripartita a pieno ritmo grazie alla montagna di liquidità immessa prima per salvare il sistema bancario internazionale e poi per fare ripartire l'economia, in particolare con il QE delle Banche Centrali. Oltre 11.000 miliardi di dollari tra USA, Giappone ed Europa. Soldi rimasti in massima parte incastrati in circuiti puramente finanziari se non speculativi.

In Europa non si è riusciti ad approvare nemmeno le regole proposte dalle stesse Istituzioni, come la separazione tra banche commerciali e banche d’investimento. Lo stesso potrebbe dirsi per la Tassa sulle Transazioni Finanziarie (TTF), malgrado il voto favorevole del Parlamento UE e la bozza di Direttiva pubblicata dalla Commissione Europea. Da anni, milioni di cittadini europei premono per istituire una TTF. Ma proprio quando si stava per raggiungere un accordo definitivo, la Francia (con la Germania) ha opposto resistenza con motivazioni pretestuose e dilatorie. Oltre che colpire la speculazione finanziaria, la TTF garantirebbe un'equa redistribuzione dell'enorme ricchezza accaparrata dagli speculatori, consentendo di utilizzarne il gettito per la lotta alla povertà, per il contrasto al deterioramento di ambiente e clima, per attuare una vera cooperazione internazionale, per rimuovere le cause di migrazione.

Che fare? Come evitare l’implosione dell’Europa e uno spiaggiamento irreversibile del Pianeta? Tre le priorità indifferibili, da risolvere d’emblée: lotta radicale al cambiamento climatico, che sottende e ingloba la questione delle future epocali migrazioni di massa; contrasto alle diseguaglianze economiche, sociali, di genere (filone che include la questione lavoro: cosa, dove, come e per chi produrre) e nuovi modelli di democrazia partecipativa.

L’Assemblea Nazionale di Attac Italia (Bologna, 1 Dicembre) “Fuori dalla società del rancore, riapriamo l’orizzonte delle possibilità” è stata incardinata sull’analisi di questi punti strategici. Discussione interessante e partecipata: analisi tutte concordi sul ruolo cardine dell’annullamento dei debiti, sul favorire pratiche di mutualismo sociale e conflittuale, di autogestione, di consumo critico, di economia circolare (micro anziché macro), nel sostenere l’attivazione di vertenzialità diffuse. Perché per “riaprire l’orizzonte delle possibilità” occorre tornare ad essere protagonisti nelle piazze. I problemi da risolvere necessitano una dimensione continentale che se ne faccia carico e una visione internazionale che la supporti: serve pertanto una casa Europea che sia ben altro dall'attuale gabbia. Per costruire un’Europa diversa serve una dimensione europea delle lotte e obiettivi che le connettano su rivendicazioni di rottura dell'esistente: uscire dalla trappola del debito per liberare risorse collettive per un altro modello sociale e ambientale; stracciare Maastricht per riaprire un processo costituente della casa europea; attuare uno stretto controllo dei movimenti di capitale; porre fine all'indipendenza della Banca Centrale Europea per metterla al servizio dell'interesse generale. 

Per riappropriarci delle piazze, occorre anche affrontarne le contraddizioni, spesso forti.La Francia abituata a manifestazioni pirotecniche e all’uso dell’immaginario rivoluzionario sta vivendo in questo senso un esempio di ribellismo spinto, di “rivolta degli esclusi” contro l’establishment.  A meno di 2 anni dalle grandi adunate del NuitDebout (agitazioni di massa contro la legge ElKhromri, il jobs act francese), il presidente Macron subisce nuovamente le piazze: a scatenare indignazione e rabbia, l’aumento delle accise sul carburante. Veicolata come misura ecologica, di fatto ennesimo prelievo forzoso, ha scatenato l’apocalissi. I gilet jaunes non ci stanno e con questa chiara immagine inquadrano gli effetti stridenti delle diseguaglianze: “Voi ci parlate della fine del mondo, noi vi parliamo della fine del mese”. Se una parte della popolazione mette in contrasto queste due temporalità, fine del mondo e fine del mese, è evidente che sono stati commessi macroscopici errori. I Gilet gialli, non sono di sinistra, non sono di destra, non sanno neppure cosa sia il centro.

La loro è lotta di classe? Sono i novelli sansculottes ? Palesano molte contraddizioni, ma come ha affermato uno dei più noti e “venerati” deputati della sinistra radicale francese “ il giorno in cui il popolo ha preso d’assalto la Bastiglia non era così chiaro quale fosse l’obiettivo”. Né da enfatizzare né da demonizzare: per ora è lampante come il loro ribellismo “fuori controllo” abbia costretto l’arrogante Presidente Macron ad ammettere, a reti unificate, gravi errori dell’Esecutivo, a riconoscere la sottovalutazione dei bisogni reali della popolazione, e a introdurre misure economiche di riparazione, un misero palliativo per la sofferenza che la concentrazione di ricchezza provoca con la continua dilatazione della povertà.

Sulla questione del debito la Grecia (Tsipras, Syriza), nonostante plebiscitario consenso referendario, ha ceduto al diktat della Troika: ora affonda nelle politiche di austerity impostegli. E ora la Ue mostra i muscoli anche all’Italia e ne incassa la retromarcia. Le uscite da una nuova crisi finanziaria globale potrebbero essere davvero reazionarie. In Italia ne è già chiaro segnale il compiacente risalto mediatico sulle artificiose piazze “per lavoro e sicurezza”: i quarantamila “Si Tav” - richiamo immaginifico alla marcia dei quadri dell’80 - e la muscolare adunata leghista a Roma. Pressioni per orientare definitivamente “il governo del cambiamento” al continuismo spinto delle politiche liberiste. Ignorate, quando non stigmatizzate, la grande manifestazione Nonunadimeno e la magnifica adunata No Tav. I voltagabbana a cinque stelle, dopo aver tradito l’acqua bene comune, ora abbandonano anche i No Tav, e annoverano l’ennesimo cambio programma (dopo Ilva e Tap): le scuse, sempre ragionieristiche, costi/benefici. Da popolo dei Vaffa a proni Yesman: il Paese, l’Europa, il Pianeta non si salvano con la rappresentanza, il cambiamento transita dalle piazze, autentiche e partecipate, capaci di rivendicare il ribaltamento del neo-liberismo, proprio a partire dall’annullamento dei debiti. Occorre essere uniti e soprattutto celeri.

Grazie alla rete internazionale di Cadtm (Comitato per l’abolizione dei debiti illegittimi) e di Attac, abbiamo a disposizione sul tema debito, un patrimonio tecnico-normativo inattaccabile. Le reti per l’auditoria civica stanno lavorando e diffondendosi in Spagna ed in Italia. La questione del debito, se vogliamo incidere sulle lotte sociali, ambientali e democratiche, deve essere la priorità fondante di tutti i movimenti sociali, di tutto il mondo altermondialista. Senza se e senza ma. Poi, ogni realtà lo coniugherà nelle proprie rivendicazioni specifiche e con le pratiche di lotta loro più consone. Uniti si incide. L’esempio ci è fornito dal cammino del grande movimento femminista, capace di creare un fronte comune, compatto e intergenerazionale, partendo da percorsi, rivendicazioni e pratiche spesso tra loro molto differenti. Ci siamo autoformati, tanto e bene, ora occorre agire conflittualmente. Per salvare il pianeta da noi stessi, dalle diseguaglianze, dal rancore, dalle destre.  “Je me révolte donc nous sommes” Se non ora, quando?

Articolo tratto dal Granello di Sabbia n. 37 di Novembre - Dicembre 2018. "Europa: la deriva di un Continente?"