Un’Europa smarrita davanti all’uragano Trump

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di Marco Schiaffino 

Se il battito d’ali di una farfalla in Brasile può provocare un tornado in Texas, cosa può succedere in Europa quando negli USA viene eletto un imprenditore ultra-conservatore, xenofobo e sovranista? A due anni dall’elezione di Donald Trump come 45esimo presidente degli Stati Uniti, possiamo dire che qualcosa è successo. L’Europa che abbiamo di fronte, infatti, sta diventando qualcosa di profondamente diverso rispetto a ciò che era fino a una manciata di mesi fa.  

Un parallelo lineare tra la deriva sovranista trumpiana e l’ascesa dei populismi nel vecchio continente, però, rischia di essere ingannevole. Stiamo parlando infatti di due ecosistemi politici terribilmente diversi e di due processi che di simile hanno ben poco. Donald Trump, dall’altra parte di quella pozza d’acqua chiamata Oceano Atlantico, non ha creato un apparato-partito, ma si è imposto all’interno del partito Repubblicano grazie all’appoggio di soggetti “informali” legati all’estrema destra, incontrando nel suo percorso (sia prima che dopo le elezioni) una forte opposizione all’interno dello stesso partito che formalmente lo sostiene. 

Qui da noi le cose vanno diversamente, ma la svolta a destra dello storico alleato atlantico ha avuto e sta avendo comunque un’influenza ad altri livelli. Con l’amministrazione Trump, infatti, le politiche USA hanno preso una direzione che ha scombinato le carte per l’Unione Europea. Se gli Stati Uniti continuano a muoversi lungo una rotta ispirata a politiche neo-liberiste, senza mettere in discussione in nessun modo il ruolo del mercato come unico “regolatore” delle scelte politiche a livello economico e sociale, l’avvento di Trump ha però cambiato radicalmente la rappresentazione del nuovo mondo in cui gli USA si muovono. 

L’abbandono della visione multilaterale che Barack Obama e Unione Europea hanno usato come foglia di fico negli ultimi anni è esplosa come una bomba tra le mani di Merkel e soci, precipitandoli in un quadro in cui faticano a ricollocarsi. Se prima ci raccontavano che la globalizzazione neoliberista avrebbe creato un grande spazio di competizione in cui tutti avrebbero vinto, ora nella narrazione trumpiana il grande mercato è un ring in cui solo il più forte può sopravvivere e qualcuno deve perdere.

Il cambiamento, è bene tenerlo presente, riguarda più la dimensione mediatica di quella sostanziale. A partire dalla “guerra commerciale” avviata dall’amministrazione Trump, che difficilmente riuscirà a imporre un numero maggiore di dazi (1048 prodotti tra il 2008 e il 2016) di quanti ne abbia introdotti Obama. Il livello mediatico, però, ha un suo peso ed è un peso notevole. Nel vecchio continente, il racconto di un mondo globalizzato e regolato in maniera quasi automatica dalle leggi di mercato ha funzionato per anni come alibi per giustificare le politiche neoliberiste, rappresentate come “inevitabili”. Con lo scarto degli USA, invece, il re è nudo e ogni scelta viene letta in una prospettiva diversa anche da quelle opinioni pubbliche che fino a ieri sembravano assuefatte alla narrazione dominante. 

L’esempio perfetto arriva dalla Francia di Emanuell Macron e dalla vicenda dei gilet gialli. La protesta, infatti, è esplosa in seguito a un provvedimento che puntava ad aumentare le accise sui carburanti, cioè a introdurre la classica tassa indiretta e socialmente iniqua, che taglieggia le classi sociali più in difficoltà senza toccare i più ricchi. Il governo francese ha provato a giustificarla con l’obiettivo di disincentivare il consumo dei combustibili fossili in nome della lotta al cambiamento climatico. Un giochetto che un tempo avrebbe forse funzionato, ma che oggi ha portato all’esplosione di proteste inedite e (notizia comparsa mentre scrivo questo articolo) il suo epilogo potrebbe arrivare con la sostituzione delle accise con una tassa patrimoniale.

Sperare che il “nuovo disordine” porti a una diffusa rivendicazione di maggiore giustizia sociale, però, non è così scontato. La vicenda dei gilet gialli, di per sé, è di difficile lettura. Le tentazioni di una “uscita a destra” dalla crisi, invece, sono evidenti in tutta Europa. Partendo dal governo giallo-nero in Italia e passando per Ungheria, Austria e Germania, nel vecchio continente la caccia a individuare un nemico contro cui scagliarsi si sta incanalando verso la solita formula di caricare il rancore dei penultimi contro gli ultimi. A farne le spese sono le minoranze etniche e sociali, che rappresentano da sempre un “nemico” ideale: abbastanza numerose da apparire come una minaccia plausibile, abbastanza deboli da poter essere stritolate senza correre il rischio di soccombere al conflitto. Tutto questo, naturalmente, aspettando il prossimo battito d’ali.

Articolo tratto dal Granello di Sabbia n. 37 di Novembre - Dicembre 2018. "Europa: la deriva di un Continente?"