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Lavoro e non lavoro. Quale lavoro per quale società

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ATTAC Università estiva, Cecina 15/17 settembre 2017

Quale lavoro per quale società

Intervento di Paolo Cacciari


Su una cosa siamo tutti d’accordo: da oltre 30 anni assistiamo ad una guerra contro il lavoro. Nel “primo mondo”, nei paesi di più antica industrializzazione, di lavoro ce n’è troppo. Non in rapporto alle cose utili che ci sarebbero da fare (curare l’ambiente, assistere gli ammalati, sviluppare la ricerca scientifica, eccetera e eccetera), ma in rapporto alla quota di denaro che l’attuale organizzazione economica è disponibile ad assegnare per remunerare il lavoro.

Nel mondo “più sviluppato” lavoratori e lavoratrici sono sempre più “improduttivi”. Non perché non sanno cosa fare e come farlo, ma perché stretti nella morsa tra l’entrata nel mercato globalizzato del lavoro di un miliardo di persone nell’ultimo quarto di secolo in Cina, India e negli altri “paesi “emergenti”, da un lato, e, dall’altro, dalla automazione spinta, dalla robotizzazione, dalla introduzione di nuove innovazioni labour saving, non più solo nell’industria. Da qui la marginalizzazione, il deprezzamento, la svalutazione delle prestazioni lavorative e il conseguente sgretolamento dei sistemi collettivi di tutela un tempo garantiti dalle autorità pubbliche.

La (quasi) piena occupazione non fa più parte degli orizzonti delle nostre società. Lavorare è diventato un privilegio. Pur di lavorare si lavora gratis, poiché non c’è niente di peggio che rimanere senza lavoro in una società lavorista.

Più nel profondo ancora, assistiamo ad una “svalorizzazione” culturale del ruolo del lavoro nella società contemporanea. Un fenomeno che Pino Ferraris aveva definito come “parabola del lavoro”; una perdita di considerazione sociale, prima ancora che di peso economico; uno slittamento sul piano dei valori, prima ancora che della rappresentanza sindacale e politica.

Nel corso di alcuni decenni sono cambiate non solo le condizioni materiali di lavoro, ma il significato stesso dell’agire lavorativo, ridotto a mero strumento sussidiario al processo di valorizzazione economica, dal lato del capitale, e l’unico mezzo per ottenere il denaro necessario a vivere, dal lato del lavoratore. Perciò, se vogliamo ridare centralità, dignità, potere al lavoro dobbiamo riuscire a ritrovare un senso comune positivo al contenuto e al fine del lavoro, attribuirgli un valore tale da fargli riacquistare considerazione e riconoscimento sociale. Per riuscirci dobbiamo ridefinire il concetto stesso di lavoro: da maledizione necessaria, ad attività intrinsecamente utile, da strumento mercificato ad attività in sé qualificata e qualificante.  

Nel suo significato più semplice, il lavoro è una prestazione individuale che comporta un dispendio di energie fisiche e psichiche, un impiego di competenze manuali e intellettuali allo scopo di soddisfare le esigenze, i desideri, i “bi-sogni” umani, a partire da quelli di chi svolge le attività lavorative. Il lavoro – anche quello più parcellizzato e autonomo che sia possibile immaginare – è sempre un’attività relazionale; crea reti e filiere, mette in contatto fornitori, ideatori, distributori, utilizzatori, smaltitori … É una delle forme attraverso cui si realizza la cooperazione sociale tra gli esseri umani. 

Nelle società capitalistiche – ci spiegava già Marx – il lavoro ha una duplice e ambivalente natura: da un lato genera valore aggiunto a tutto vantaggio di chi controlla i mezzi di produzione; dall’altro crea beni d’uso utili al miglioramento e alla riproduzione della vita. Per un verso il lavoro è coercizione, sfruttamento, espropriazione, estrazione di plusvalore… ed è subordinato alla valorizzazione del capitale; dall’altro il lavoro vivo, concreto, umano è creatività, scambio, dono, gratificazione, finanche piacere. Scriveva Karl Polanyi: “Il lavoro è soltanto un altro nome per un’attività umana che si accompagna alla vita stessa”.

L’esistenza di questa doppia anima del lavoro è presente anche nella Costituzione, lì dove – nel secondo paragrafo dell’art. 4 -  fornisce una definizione davvero illuminante del lavoro come “una  attività o una funzione che (concorre) al progresso materiale e spirituale della società”. Attività e funzioni, quindi, non riducibili al lavoro produttivo, retribuito, scambiato sul mercato. Così come l’agiatezza “materiale” non assorbe il benessere “spirituale” della comunità. I due aspetti si devono accompagnare. Non c’è una corrispondenza automatica tra la dimensione quantitativa economica e quella qualitativa civilizzante. 

Sarà Hannah Arendt  a spiegarci la differenza tra homo faber e animal laborans. Ma per per tutta la fase della ricostruzione post bellica e poi per buona parte dei “gloriosi trenta”, hanno prevalso le ideologie lavoriste del movimento operaio e del cristianesimo:“Chi non lavora non mangi”, scrive Paolo di Tarso nella lettera ai tessalonicesi e lo riscrive Stalin la costituzione dell’Urss del ’36 (vedi  le riflessioni del Gruppo Krisis, Manifesto contro il lavoro, DeriveApprodi, 2003). 

Sappiamo come è andata a finire. Nella realtà della travolgente espansione dell’industrializzazione il “progresso” umano è andato sempre più identificandosi con la sola crescita economica. Il benessere è stato considerato un derivato automatico della crescita economica. Il Pil è diventato l’alfa e l’omega delle politiche economiche. Efficienza, produttività, competitività… si affermano come le ragioni di esistenza non solo delle imprese, ma anche dei loro dipendenti; di noi tutti e tutte fino a condizionare i nostri comportamenti e a plasmare il nostro carattere. La prestazione lavorativa, sempre più parcellizzata e individualizzata, è ridotta a variabile servente del processo di valorizzazione del capitale. 

Con la lunga crisi iniziata  dieci anni fa emergono evidenti gli effetti controproducenti e contro-produttivi del modello sociale post-fordista, tardo-capitalista, neoliberista, iper-finanziarizzato… Pensiamo agli impatti sugli ecosistemi, alla vera e propria “morte della natura”, le cui ragioni profonde erano state già bene descritte da Carolyn Merchant negli anni ’70 (C.Merchant, La morte della natura. Donne, ecologia e rivoluzione scientifica. Dalla natura come organismo alla natura come macchina, Garzanti, 1988), ma guardiamo anche alla intollerabile crescita delle diseguaglianze, ai fenomeni migratori, allo stress psichico provocato dall’insicurezza e dalla precarietà, alla militarizzazione del controllo sociale e a molto altro ancora. Il burn out, sindrome da stress lavorativo, colpisce in Europa il 22% di chi ha un impiego, secondo una ricerca della Fondazione  Rodolfo Debenedetti. Le malattie sociali del nostro secolo sono i disturbi della personalità, l’anaffettività, lo svuotamento interiore. Caillé nella Critica della ragione utilitaria ha scritto: “Gli uomini sono uomini prima di essere lavoratori e le società sono umane prima di essere macchine per produrre”.

La domanda giusta allora è: “come ridare un senso al lavoro?”. Come fare in modo che il lavoro sia un’esperienza di vita e una relazione sociale sensata, capace di apportare benefici veri per sé e per gli altri? Discutere di lavoro significa quindi prima di tutto discutere di quale deve essere il suo scopo, la sua finalità. Ed equivale a discutere quale tipo di economia, di tecnologie, di società desideriamo. Difficile, infatti, pensare che possa esistere un “buon lavoro” in una cattiva economia e una buona economia in una società classista, dispotica, violenta.

Per salvare il lavoro umano dalla sua progressiva svalutazione, che giunge fino alla insignificanza e alla mortificazione nella disoccupazione, è necessario cambiare la concezione riduttiva del “lavoro a compenso”. Da prestazione individualizzata e spersonalizzata in cambio di una contropartita monetaria, ad attività personalmente soddisfacente, gratificante che permette di esprimere e impegnare il talento, la creatività, l’intelligenza, le capacità che ogni individuo possiede. Il lavoro libera, realizza, emancipa solo se è libero da ricatti, costrizioni, imposizioni. Il lavoro va concepito come completamento della personalità, come espressione del saper fare creativo di ogni individuo, tale da generare una soddisfazione intrinseca che si completa quando il proprio operato diventa utile anche agli altri. Il “lavoro per l’uomo”, quindi, come “atto di amore” verso sé stessi e gli altri (Simone Weil).  

Il lavoro, dal punto di vista della società e della politica, va inteso, quindi, come l’energia creativa dell’umanità. Assieme alle risorse naturali, il lavoro è la base prima della ricchezza di una comunità. Così come il sole muove i cicli naturali vitali, così il lavoro mette in moto le immense potenzialità culturali del genere umano, quelle che servono alla trasformazione dell’ambiente. Il lavoro è il principale bene comune, il più prezioso patrimonio sociale a disposizione delle comunità umane per poter concretizzare le proprie esigenze, realizzare i propri progetti. Il primo compito di una intelligente organizzazione economica della cooperazione sociale, è quello di rendere effettuale questa potenzialità. Non farlo non è solo uno spreco assurdo, ma anche una violenta discriminazione verso coloro che ne vengono esclusi. L’utilizzo di questa energia vitale (la “piena occupazione o quasi”, nel gergo economico) non deve essere una risultante secondaria ed eventuale della combinazione nell’uso degli apparati tecnici e dei sistemi organizzativi produttivi, ma deve essere lo scopo stesso dell’organizzazione economica di una società umana. Non si deve lavorare per produrre merci (in numero sempre maggiore e a prezzi sempre minori e nel tempo più breve possibile), ma si devono produrre quei beni e servizi che servono ad impiegare utilmente il lavoro di tutti e di tutte. La scelta di cosa produrre, dove e per chi non può essere lasciata al “libero gioco” del mercato, ma deve essere  socialmente determinata. Molto spesso, invece, nella storia della cultura dei movimenti sindacali e operai – come già rimproverava Sergio Bologna in un “Primo Maggio” del lontano 1987 – vi è stata una “indifferenza dei lavoratori nei confronti dei valori d’uso da essi stessi prodotti”. Pane o armi purché il salario sia adeguato.

Oggi possiamo immaginare produttori e acquirenti-consumatori-utenti-abitanti che stringono patti di cittadinanza e stabiliscono le clausole sociali e ambientali che devono essere rispettate per la produzione e distribuzione di beni e servizi nell’interesse di tutti. Penso che dal mondo dell’economia solidale – per quanto periferico e fragile rispetto al nocciolo duro dell’economia di mercato - possano venire delle indicazioni generali per ripensare in profondità l’idea del lavoro. “Imprese Cenerentola”, le ha definite Tim Jackson nel suo Prosperità senza crescita. Aziende borderline, sempre sul punto di fallire o di essere assorbite dall’economia convenzionale, dei soldi e del debito, oggi dominante.

Non ci sono molte ricerche sistematiche sulle loro motivazioni soggettive (vedi: Lucia Bertell, lavoro ECOautonomo, elèuthera 2016; AaVv, Economia solidale. Scenari e concetti per una transizione possibile, Asterios 2016), ma gli attori, i protagonisti, i lavoratori che appartengono a questa sfera economica (non sempre di facile catalogazione) esprimono esigenze e domande che vanno prese sul serio e che possono essere utili per tutti: studiosi, operatori, sindacati, decisori politici. Domande sul senso dello sforzo lavorativo, sulle ragioni della cooperazione produttiva e sul concetto stesso di economia.

Ci può aiutare a trovare la strada il pensiero delle eco-femministe sulla sussistenza e la cura (Riane Eisler, La vera ricchezza delle nazioni. Creare un’economia di cura, Forum Udine, 2015; Ina Pretorius, L’economia è cura. La riscoperta dell’ovvio, Iod edizioni, 201;. Vandana Shiva, La terra ha i suoi diritti. La mia lotta di donna per un mondo più giusto. Intervista a cura di Lionel Astruc, Emi 2016; Mery Mellor, The Future of Money. From Financial Crisis to Public Resource, Pluto Press, 2010. E alcune altre). 

Cecina 17 settembre 2017

Articolo tratto dal Granello di Sabbia n. 31 di Novembre-Dicembre 2017: "Lavoro e non lavoro

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