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NON SUI NOSTRI CORPI: 26 novembre tutte a Roma

di Daniela Amato - Centro Donna L.I.S.A. Roma

In questi mesi abbiamo assistito a straordinarie manifestazioni di donne scese in piazza in ogni parte del mondo per dire basta alla violenza e al femminicidio e rivendicare l’autodeterminazione femminile. 

In Polonia, migliaia di donne vestite di nero hanno manifestato, il 1 ottobre e nello sciopero generale da loro indetto il 3 ottobre, contro un disegno di legge che intendeva vietare qualsiasi forma di aborto. In un paese dove la legge esistente è già fortemente restrittiva, la proposta prevedeva l’equiparazione dell’embrione a una persona, criminalizzando così la donna che avrebbe ricorso all’aborto fino all’accusa di omicidio. Le donne hanno scioperato lasciando il posto di lavoro o l’università, non hanno fatto la spesa, non hanno cucinato né lavato i panni, non hanno portato i figli a scuola. L’hanno chiamata “Protesta Nera” e hanno vinto la partita: il parlamento polacco ha votato a maggioranza per respingere definitivamente questa proposta di legge.

In Argentina, a Buenos Aires, le donne in 150.000 hanno manifestato con lo slogan “Togliete i vostri rosari dalle nostre ovaie” per la legge sull’aborto e il 19 ottobre con l’appello “Ni una menos! Vivas nos queremos!” hanno scioperato e sono tornate di nuovo in migliaia in piazza, per manifestare contro le brutali violenze fisiche, economiche, politiche, istituzionali e culturali contro le donne e per chiedere al governo l’adozione di misure contro i femminicidi. La miccia è stata il brutale assasinio della sedicenne Lucia Peres, avvenuto a Mar del Plata dove è stata stuprata, bruciata, impalata e uccisa. Da Buenos Aires a Santiago del Cile, dall’Uruguay alla Bolivia al Messico, fino agli Stati Uniti, Francia e Spagna, un’onda nera di donne vestite a lutto è scesa nelle strade per protestare e dire basta. 

Anche in Italia, subito dopo l'ennesimo femminicidio, quello di Sara di Pietrantonio, studentessa bruciata viva dall’ex fidanzato alla Magliana a Roma, si è deciso di riavviare un percorso pubblico sulla violenza di genere, mettendo al centro il tema della violenza maschile sulle donne come fenomeno complesso e articolato. Con una serie di assemblee e iniziative, promosse dalla rete IODECIDO, si è cominciato a ragionare su come costruire una risposta collettiva alla violenza maschile sulle donne, consapevoli che il tema della violenza di genere non è una questione privata e non si risolve se non si coglie il significato politico e sociale complessivo. Questo, in un contesto in cui le istituzioni, se da un lato condannano sempre più la violenza contro le donne solo a parole, dall’altro lasciano che i centri antiviolenza, da oltre 40 anni autentici presidi di donne per le donne, chiudano per mancanza di finanziamenti.

Nasce così il percorso Non Una di Meno, promosso dalla Rete IO DECIDO, l’associazione nazionale dei centri antiviolenza D.I.R.E e UDI che lancia una grande mobilitazione nazionale per il 26 novembre, in occasione della giornata internazionale per l’eliminazione della violenza contro le donne. In vista di questo appuntamento, si è tenuta una assemblea nazionale l’8 ottobre a Roma alla quale hanno partecipato centinaia di donne provenienti da tutta Italia. E’ stata un’assemblea molto ricca di contenuti, dove si è definita una lettura sfaccettata della violenza sulle donne: non come fatto privato, che avviene unicamente tra le mura domestiche, ma come fenomeno prodotto e alimentato anche dalle politiche istituzionali – educative, sociali ed economiche – e dalle narrazioni tossiche prodotte dai media.

Una violenza, come affermato dagli interventi delle donne dei centri antiviolenza, sistemica che può essere affrontata solo con un cambiamento culturale radicale che contrasti anche il tentativo di istituzionalizzazione degli stessi centri antiviolenza diretto a trasformarli in luoghi di accoglienza neutri delle donne, e che, invece, riaffermi il loro ruolo politico di agenti di cambiamento.

E' emerso, quindi, come la violenza maschile sulle donne non può più essere trattata in termini emergenziali e securitari, laddove si tratta di un problema composito e strutturale. Per questo si è convocato, sempre a Roma, un secondo momento di discussione nazionale il 27 novembre, che si articolerà in tavoli tematici e workshop, per iniziare a lavorare tutte insieme alla redazione di un Piano Femminista contro la violenza di genere, nel quale avanzare proposte nate dai saperi e dalle pratiche del movimento delle donne.

Un Piano che replichi alle risposte date in questi anni dalle istituzioni, che si sono tradotte per lo più in leggi nazionali insufficienti e poco incisive sul piano sociale e culturale, e in politiche e riforme economiche e sociali che hanno minato ancor più i percorsi di autonomia delle donne e approfondito le discriminazioni sociali, culturali e sessuali.

Come Centro Donna L.I.S.A. Roma lavoriamo da anni nella costruzione di percorsi di uscita dalla violenza e operiamo a contatto con donne che subiscono direttamente, nel corpo e nella mente, le conseguenze della violenza. Per questo siamo impegnate nella costruzione della manifestazione nazionale del 26 novembre e della giornata del 27 novembre.

Siamo impegnate, altresì, nella scadenza referendaria del 4 dicembre per respingere un progetto di riforma costituzionale che propone un processo di verticizzazione complessiva dell’assetto istituzionale e di rafforzamento dell’esecutivo. Una riforma che risponde a una chiara logica di accentramento del potere e dove a essere in gioco è il potere di decidere delle e sulle nostre vite individuali e collettive. Diciamo No a una proposta in antitesi e incompatibile con la nostra pratica femminista di relazioni e processi partecipativi orizzontali dal basso, di affermazione dell’autodeterminazione femminile.

Articolo tratto dal Granello di Sabbia n. 26 di Novembre-Dicembre 2016 "Voglio cambiare davvero, quindi voto NO!"

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