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Roma all'ultimo stadio?

3 StadioRoma con Marino

di Marco Bersani

 Con le rocambolesche dimissioni del sindaco, Roma è, dal punto di vista politico, all’ultimo stadio. Si discute appassionatamente in questi giorni in quale relazione Marino fosse con i poteri forti della città, ed è indubitabile il fatto che alcuni di questi poteri forti – Vaticano, Mafia Capitale - avessero tutto l’interesse alla defenestrazione di un Sindaco troppo eclettico per essere considerato affidabile.

Altrettanto indubitabile è il fatto di come la mera accettazione da parte dello stesso Marino dei vincoli finanziari legati al debito e al patto di stabilità e il conseguente commissariamento della città (in vigore da ben prima delle sue dimissioni), lo abbia portato ad essere ugualmente succube del potere immobiliare e finanziario che tiene da anni in scacco la città.
L’esempio più eclatante viene dalla vicenda del nuovo stadio della Roma Calcio.

 "La legge nazionale sugli stadi viene applicata per la prima volta proprio nella Capitale d'Italia. Quest'opera porterà un miliardo e mezzo di investimenti stranieri a Roma e solo nella fase di realizzazione oltre 3mila posti di lavoro" ha orgogliosamente affermato Marino, quando il progetto, il 23 dicembre 2014, è stato approvato dal Consiglio Comunale, che ha sancito il “riconoscimento dell’interesse pubblico” ad un’opera che prevede l’edificazione di un milione e duecentomila metri cubi di cemento.

Ma dove risiede l’interesse pubblico? La scelta dell’area - il quartiere Tor di Valle - è frutto esclusivo e ostinato del promotore privato: la società Roma Calcio. E, se anche è vero che la legge sugli stadi approvata dal Parlamento consente alle società calcistiche di costruire i propri stadi, non obbliga le amministrazioni pubbliche a dimostrarsi subalterne agli interessi della proprietà fondiaria. Il Comune di Roma poteva tranquillamente imporre la costruzione dello stadio in un altro quadrante della città, dove gli oneri di urbanizzazione dovuti per legge e i maggiori oneri dovuti alla contrattazione urbanistica, avrebbero prodotto un beneficio più ampio per l’intera popolazione.

Ma pur di giustificare l’interesse pubblico dell’operazione, ecco sciorinate da parte dell’amministrazione comunale le opere di interesse pubblico previste dal piano: il prolungamento fino all’area dello stadio di una linea metropolitana; la costruzione di un nuovo ponte sul Tevere e la creazione di un parco di 34 ettari. E’ evidente che identiche opere avrebbero potuto portare un grande beneficio per qualsiasi altro quadrante della città dove vivono centinaia di migliaia di romani e dove non esistono metropolitane e parchi. Se si è scelta quell’area è solo perché si è accettata senza colpo ferire l’indicazione della “Cushman & Wakefield”, la maggiore società privata di servizi per il mercato degli immobili commerciali, incaricata da Roma Calcio di definire l’area per il nuovo stadio.

In pratica si è scelto di consegnare un deserto urbano, destinato dal piano regolatore a verde e ad attrezzature sportive, alla speculazione immobiliare e finanziaria, che vi realizzerà su 350mila metri quadrati, oltre allo stadio, parcheggi, alberghi, centri direzionali e commerciali.

Con la “chicca” finale di una proprietà indefinita nella propria titolarità sul possesso delle aree in questione e di un Comune che non la verifica, nonostante la legge lo obblighi a farlo.

Sebbene Marino abbia dichiarato ad ogni piè sospinto la sua alterità ai poteri forti, la vicenda dello stadio dimostra come non bastino le dichiarazioni per uscire dalla nefasta logica dell’urbanistica contrattata e come si sia deciso, ancora una volta, di consegnare un pezzo del futuro della capitale d’Italia nelle mani di una grande società immobiliare, controllata dalla finanziaria Exor (famiglia Agnelli) e di un esponente della finanza internazionale come James Pallotta, attualmente presidente della Roma.

Da ultimo, ma non per importanza, la questione della partecipazione. Ecco cosa c’era scritto nel programma elettorale della giunta Marino: “I processi di rigenerazione devono avvenire promuovendo il più ampio coinvolgimento dei soggetti interessati al fine di assicurare che gli interventi migliorino la vivibilità e la qualità delle parti di città coinvolte e ne sia garantita la sostenibilità sociale ed economica. A tal fine istituiremo i Laboratori di Città, con i quali promuoviamo non la solita partecipazione ma il protagonismo di cittadini e anche delle imprese che in forme civiche prendono parte ai processi di rigenerazione […]La qualità è anche aprirsi alla partecipazione. I Laboratori di Città e l’Agenzia di rigenerazione urbana serviranno anche a costruire nuovi percorsi di partecipazione informata dei cittadini alle scelte urbanistiche della città. Vanno poi aperti nuovi canali di comunicazione e dibattito pubblico, gestiti dall’amministrazione pubblica, che devono svolgersi sia in maniera decentrata, nei luoghi della città dove le cose avvengono, ma anche in uno spazio da creare al centro, un “forum” dedicato, perché molte di queste trasformazioni interessano l’intera comunità urbana”.

A chi ha steso questi principi andrebbe spiegata la differenza fondamentale di sovranità che passa tra l’essere riconosciuti cittadini e l’essere considerati tifosi.

Articolo tratto dal Granello di Sabbia n. 21 di Settembre-Ottobre 2015 "Finanza & Grandi Opere 2.0", scaricabile qui.

3 StadioRoma

 

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