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EXPO 2015: un po’ di cronistoria

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di Roberto Rosso

Il percorso di EXPO 2015, dalla candidatura ai suoi primi giorni di apertura attraverso vicende che ormai sono note ai più, si è intrecciato e svolto in parallelo con altri processi su scala locale e globale. Al suo inizio è stato presentato come la grande occasione di una città e della sua area metropolitana, capace di superare l’evidente stagnazione di un paese condannato a perpetuare lo stesso schema di riproduzione sociale, subordinato alle logiche neo-liberiste, soffocato dalle politiche restrittive della UE.

EXPO portatore di un malloppo di grandi opere ma privo di una progettualità e di una agenda definita in quanto evento in sé, si doveva chiudere a tenaglia sul territorio metropolitano in associazione al PGT (piano di governo del territorio) che doveva rilanciare la cementificazione delle aree residue della città di Milano, il suo sviluppo in verticale, l’intervento speculativo sulle ex-aree industriali, fieristiche e ferroviarie.

Il PGT sanciva la piena finanziarizzazione e liberalizzazione dell’uso del territorio, con un meccanismo analogo a quello del mercato delle emissioni di CO2, per quanto riguarda il mantenimento di aree libere non edificabili, puri valori fondiari non più diritti concreti dei cittadini e delle cittadine in luoghi determinati. Di concerto la localizzazione dei servizi sul territorio era affidata all’esito del gioco di mercato, sganciata da ogni analisi dei bisogni, priva di una qualsiasi pianificazione. Il successivo intervento della giunta Pisapia non ha comportato l’abbandono di quel modello, ha solo moderato gli appetiti edificatori secondo una logica generale di “riduzione del danno “.

La critica al modello di gestione del territorio di EXPO applicata a tutti gli aspetti di governo del territorio e di uso delle sue risorse, ha dovuto fare i conti con il territorio come intreccio di tutti i processi di valorizzazione del capitale e ciò non in linea teorica, bensì in concreto, facendo i conti con tutte le articolazioni e tutte le miserie del modello italiano e della sua variante meneghina. L’azione e la produzione di conoscenza da parte del Comitato NOEXPO, a partire dal 2007, è stata resa possibile dalla partecipazioni di molte e diverse componenti culturali, di forme di intervento di lotta e di auto-organizzazione che, combinando i propri strumenti di analisi e di azione, erano in grado di ricostruire il quadro complessivo della feroce aggressione al territorio metropolitano e alle sue relazioni sociali. Ciò ha dato vita alla rete Attitudine NOEXPO che ha sintetizzato nella triade Debito - Cemento - Precarietà la descrizione del modello EXPO e nel mentre sviluppava un programma sul diritto alla città, al reddito, all’abitare.

Il parametro del debito, in particolare per le istituzioni locali, la fa da protagonista con l’avvento delle feroci politiche di austerità “che ci richiede l’Europa”. Il nuovo governo della città ha scelto di far gravare sulle casse delle istituzioni locali il costo dell’evento – mentre era possibile uscirne a costi molto inferiori a quelli che ora si debbono sostenere - e di rinunciare ad una opposizione politica, di cittadinanza ed istituzioni, alle politiche di bilancio, di riduzione dell’erogazione di servizi essenziali imposte agli enti locali. La straordinaria mobilitazione e partecipazione che ha portato all’elezione di Pisapia a sindaco di Milano, è stata progressivamente ridotta ai minimi termini con l’accettazione di quei vincoli che non lasciano spazio ad un ribaltamento reale delle logiche dominanti di governo del territorio e della città e si fa sempre più conto sull’ EXPO come l’evento salvifico da cui partire per un nuovo radioso futuro.

Arriviamo alla svolta paradossale dei primi giorni dell’evento che, cancellando d’un colpo la miseria consegnata alle cronache negli ultimi due anni, pretende di fare dell’evento e della città di Milano il motore del rilancio del paese, il cuore e motore della narrazione Renziana.

Nei prossimi mesi si acuirà lo scontro in risposta alle politiche di sostanziale privatizzazione di tutti i servizi pubblici e di mercificazione dei beni comuni, dallo sblocca Italia alla nuova scuola, di ulteriore precarizzazione dei rapporti di lavoro, di riduzione drammatica delle forme di protezione contro la devastazione ambientale: EXPO continuerà a far parte di questo dispositivo dopo averne anticipato molti caratteri.

Il tessuto di lotta metropolitano costruito in questi anni ha la possibilità di confrontarsi con le esperienze analoghe, cresciute contemporaneamente nelle aree metropolitane europee. Sarebbe una riduzione indebita racchiudere in una manifestazione più o meno eclatante –a Milano o a Francoforte - il senso della propria lotta e le forme di solidarietà nel continente e oltre. L’oltre sono i migranti, che sono già protagonisti delle realtà e delle lotte nelle città del continente, sono la manifestazione più pura della precarietà delle vite. I loro percorsi, i luoghi ed i paesi da cui vengono sono la manifestazione più evidente della condizione del pianeta che si dice di voler nutrire.

Nei sei mesi dell’ALTEREXPO è possibile tessere relazioni, costruire forme di lotta stabili e condivise contro le politiche dell’UE e della BCE, si tratta di un’occasione che non si può perdere, declinando su vasta scala l’opposizione alla triade debito, cemento e precarietà.

Tornando al locale. Tutto viene giocato ormai sull’ aspetto ludico e sulle ricadute economiche per la città. Su questa, l’evento ha l’effetto che i grandi centri commerciali hanno sul tessuto commerciale minuto, EXPO diventa il cuore dello svago e del divertimento dalle sette di sera a mezzanotte – al costo di ingresso ridotto a cinque euro. Intanto si nasconde la realtà della frequentazione a prezzo pieno. Ancora e sempre retorica e miseria a confronto.

Infine, a fronte di un astratto confronto sulle forme del conflitto sta tutta la complessità dei territori, della loro composizione sociale, che in questi anni abbiamo cominciato ad esplorare non solo a Milano ma in ogni luogo di questo paese, che nessuno può ridurre al confronto simbolico con una improbabile “zona rossa”. Grandi opere, eventi, territori, filiere produttive, traiettorie del lavoro e delle vite precarie sono realtà complesse non riducibili al gioco di una sola partita.

Articolo tratto dal Granello di Sabbia di Maggio 2015 "Vantiamo solo crediti", scaricabile qui.

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