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Globalizzazione e violazione dei diritti sociali e del lavoro

INDIA-CHILD-LABOUR

di Antonello Miccoli

Milioni di persone nel mondo soffrono a causa della mancanza di regole applicate al mondo della produzione. Da qui la necessità di creare un approccio che sappia superare l’idolatria del mercato e del profitto: disvalori perseguiti a discapito dell’equità e del rispetto per l’uomo.
Una dinamica negativa ulteriormente rafforzata dall’assolutizzazione del commercio internazionale, che, a fronte soprattutto delle spinte neo-liberiste e della globalizzazione dei mercati, ha fortemente rinforzato, la frantumazione della realtà sociale e lavorativa dei Paesi Occidentali.


La stessa globalizzazione dei mercati non ha saputo, e soprattutto non ha voluto, esportare la cultura del diritto e delle tutele sociali, così come si erano affermate nella vecchia Europa nel corso del ventesimo secolo. Ci si trova, insomma, dinanzi ad un liberismo globalizzato che assolutizza il mercato, negando l’idea stessa di Stato costruito sulla tutela degli interessi generali.
Più specificatamente, i detentori di grandi capitali, considerano la problematica legata alla conservazione dei diritti, come un lusso non più sostenibile. L’Occidente viene, in definitiva, chiamato ad adeguarsi a quella parte del mondo ove, la legislazione del lavoro e i diritti sociali, non vengono in alcun modo contemplati.
Di riflesso, il processo di deregolamentazione del mercato del lavoro, ha visto l’emergere di un’economia decisamente informale: questa, nel suo insieme, assorbe la metà di tutti i lavoratori del mondo, e, in alcune Nazioni, come ad esempio il Bangladesh o il Pakistan, tale percentuale arriva al 70%.
Ma anche nei Paesi, di più antica industrializzazione, si avverte un drastico peggioramento delle condizioni di lavoro. In particolare, si registra: l’aumento dei disturbi muscolo-scheletrici e delle malattie mentali; la recrudescenza dell’asma e delle reazioni allergiche; la moltiplicazione delle complicazioni dovute a materiali pericolosi o cancerogeni (OIL, 2002, 2013). A tutto questo, si deve inoltre aggiungere: una maggiore colonizzazione e dilatazione degli orari vissuti in azienda; una disoccupazione diffusa; la sensibile perdita del potere di acquisto dei salari; l’aumento indiscriminato dei carichi di lavoro; la drastica diminuzione dei contratti a tempo indeterminato, e il corrispettivo aumento del lavoro atipico.
A fronte di tale scenario, la stessa Organizzazione Internazionale del Lavoro ha da sempre sottolineato come qualsiasi forma di gestione aziendale, debba basarsi sul rispetto di principi inderogabili.
Linee guida che, ponendo al centro la dignità dell’uomo, possono venire così riassunti: il lavoro non è una merce; le libertà di espressione e di associazione sono condizioni essenziali del progresso sociale; la povertà, ovunque esista, è pericolosa per la prosperità di tutti; tutti gli esseri umani, indipendentemente dalla razza, dalla religione e dal sesso a cui appartengono hanno il diritto di tendere al loro progresso materiale ed al loro sviluppo spirituale in condizioni di libertà, di dignità, di sicurezza economica, e con possibilità eguali; il raggiungimento delle condizioni che permettano di conseguire questi risultati deve costituire lo scopo principale dell’azione nazionale ed internazionale; tutti i programmi d’azione ed i provvedimenti presi sul piano nazionale ed internazionale, specialmente nel campo economico e finanziario, devono essere giudicati da questo punto di vista ed accettati soltanto nella misura in cui appaiono capaci di favorire, e non di ostacolare, il raggiungimento di quest’obbiettivo fondamentale.
La stessa Conferenza di Filadelfia ha riconosciuto, sin dal 1944, il solenne impegno da parte dell’ ILO di assecondare la messa in opera, nei vari paesi del mondo, di programmi atti a realizzare: la garanzia d’impiego e di lavoro, nonché l’elevazione del tenore di vita; l’impiego dei lavoratori in occupazioni in cui essi abbiano la soddisfazione di mostrare tutta la loro abilità e conoscenza e di contribuire per il meglio al benessere comune; la possibilità per tutti di partecipare equamente ai benefici del progresso in materia di salari e rimunerazioni, e di avere un minimo di salario che permetta di vivere a tutti i lavoratori; una protezione adeguata della vita e della salute dei lavoratori, qualunque sia la loro occupazione (OIL, 1944).
A fronte di ciò, lo stesso riformismo, nell’affrontare temi delicati come lo stato sociale, le privatizzazioni e la flessibilità del mercato del lavoro, dovrebbe saper conciliare l’esigenza della competitività, con i più profondi bisogni  umani e civili dei suoi cittadini.
Rispettare la dignità delle persone, significa allora prendere pienamente coscienza della crisi economico produttiva che in questi anni ha investito il pianeta, determinando la perdita di milioni di posti di lavoro.
Un dramma sociale ben evidenziato nell’ultimo rapporto dell’ILO. In base all’analisi fornita dall’Organizzazione Internazionale del lavoro, il numero di disoccupati, su scala globale, ha raggiunto nel 2013 un numero pari a 202 milioni: il che corrisponde ad un tasso di disoccupazione mondiale pari al 6% con un incremento di 5 milioni di soggetti esclusi dal mercato del lavoro. Una crescita negativa che, entro il 2018, segnerà un aumento di altre 13 milioni di persone. Gli attuali dati mostrano, inoltre, una disoccupazione giovanile che, nella misura del 13,1%, coinvolge 74,5 milioni di soggetti.
Nel contempo, nei paesi in via di sviluppo, il lavoro informale resta diffuso e il percorso verso un miglioramento della qualità dell’occupazione evidenzia sensibili rallentamenti: un ostacolo che impedirà a molte persone di liberarsi dalla condizioni di povertà da lavoro. Una piaga non secondaria se si considera che, nel corso del 2013, ben 375 milioni di lavoratori sono stati obbligati a mantenere le proprie famiglia con appena 1,25 dollari al giorno; più in generale, le persone che hanno vissuto con meno di 2 dollari, risultano essere state 839 milioni.
Una vasta fascia di esclusione che non ha certo risparmiato l’Europa: più specificatamente, nel 2013 la disoccupazione ha coinvolto 45,2 milioni di cittadini; la stessa qualità del lavoro è peggiorata a causa dell’aumento dell’incidenza del lavoro temporaneo, del part-time, del lavoro informale e dei bassi salari (OIL, 2014).
Nel nostro stesso Paese il disagio delle famiglie sta determinando un aumento della povertà che, in assenza di una forte ripresa economica, rischia di sfociare nella disperazione. Tale condizione sta condannando milioni di persone alla perdita della speranza; anche chi ha la fortuna di lavorare non coglie dinanzi a sé un futuro occupazionale certo; altri ancora non percepiscono con regolarità lo stipendio e per sopravvivere fanno ricorso alla rete della solidarietà familiare. Per altri si apre la penosa strada dell’indebitamento: un processo che determina un avvitamento sul proprio disagio che rischia di condurre anche alla perdita dei pochi beni posseduti.
A questi uomini e a queste donne si deve una risposta da parte delle Istituzioni. La capacità di esprimere vicinanza, di ascoltare e di porsi al servizio dei soggetti più deboli, dovrebbe rappresentare l’essenza del nostro agire quotidiano: giacché la speranza si ricostruisce con atti cementati dalla concretezza del fare, affinché ogni nostro pronunciamento acquisti un valore autentico.

Articolo tratto dal Granello di Sabbia di Maggio 2015 "Vantiamo solo crediti", scaricabile qui.

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