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La Nuova finanza cinese

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di Vincenzo Comito

Il plenum del comitato centrale del partito comunista cinese del novembre 2013 ha rivestito un’importanza capitale nella fissazione delle nuove strategie economiche e finanziarie del paese.
Il vecchio modello di sviluppo, che aveva per diversi decenni assicurato una crescita molto forte dell’economia, appariva ormai esaurito: sia per il mutamento del quadro internazionale, ma soprattutto per la grande trasformazione della situazione economica e sociale interna che ne era conseguita. Nel 2013 si rafforza così una linea di rilevante cambiamento, che era già parzialmente in essere da qualche tempo.


Il precedente modello richiedeva enormi sforzi di governo e controllo per riuscire a stare dietro ad uno sviluppo sempre più grande dal punto di vista quantitativo: gli sprechi di risorse in investimenti inutili erano all’ordine del giorno, era necessario impiegare crescenti risorse finanziarie per unità di prodotto e le conseguenze ambientali dello sviluppo erano diventate insostenibili, mentre le possibilità di un ulteriore aumento delle esportazioni apparivano ridotte e gli investimenti esteri in entrata tendevano a rallentare la loro dinamica. Intanto le diseguaglianze non cessavano di svilupparsi.
Si sta quindi cercando da qualche anno di passare da un processo centrato fortemente sugli investimenti ad uno basato molto di più sui consumi interni, con minori sprechi di risorse, più mirato alla crescita di settori nuovi e di tecnologie avanzate, con un forte contrasto all’inquinamento. Il passaggio non appare esente da problemi di rilievo.
In tale quadro appare anche necessario mutare l’insieme delle relazioni con l’estero. Esse erano basate, sino a pochi anni fa, sullo sviluppo delle esportazioni, su di un afflusso rilevante di investimenti stranieri, sull’impiego delle forti liquidità generate dai surplus commerciali, per la gran parte in titoli pubblici dei paesi occidentali.
Ma la Cina ha ormai raggiunto gli Stati Uniti a livello di pil (se esso viene calcolato con il criterio della parità dei poteri di acquisto) e i tassi di crescita ancora elevati impongono, parallelamente allo sviluppo del mercato interno, ulteriori fonti di espansione, con una nuova articolazione quantitativa e qualitativa dei processi di internazionalizzazione.
Il mutamento appare tanto più necessario in quanto lo sviluppo dei rapporti con gli altri paesi appare imprescindibile per creare degli ormai necessari spazi di respiro, rispetto ad un mondo ancora dominato dagli Stati Uniti, che non hanno peraltro nessuna intenzione di perdere posizioni.
La nuova strategia finanziaria punta da una parte su di una forte crescita degli investimenti all’estero, dall’altra sulla creazione di una rete di strutture finanziarie per lo sviluppo: la messa in opera di un grande progetto per una nuova “via della seta”, l’internazionalizzazione del sistema bancario ed assicurativo, la rimozione progressiva delle barriere ai movimenti di capitale, che culminerà in prospettiva con un nuovo ruolo dello yuan.
Analizzare tutte queste mosse richiederebbe molto spazio; per questo concentriamo la nostra attenzione su due degli avvenimenti principali, intorno a quali poi in sostanza si organizza in qualche modo tutto il resto.
Cominciamo dalla rete di strutture finanziarie che si stanno ponendo in essere in questi mesi. Si tratta di almeno cinque nuove organizzazioni, che si aggiungono peraltro a tre istituti che sostengono da tempo l’export cinese.
Si sta varando una banca dei Bric, al cui capitale partecipano Cina, India, Brasile, Russia, Sud Africa; ad essa è in qualche modo collegato un fondo per la copertura dei rischi di cambio degli stessi paesi. E’ prevista poi la creazione della AIIB, una nuova banca per gli investimenti asiatici, che è l’organizzazione che ha suscitato più clamore, sia perché si contrappone in qualche modo alla già esistente Banca Asiatica di Sviluppo, dominata da Usa e Giappone, ma soprattutto per il fatto che gli Stati Uniti si sono opposti vanamente all’ingresso di molti paesi occidentali nel capitale della stessa. Registriamo poi ancora un fondo per il finanziamento dei progetti della “nuova via della seta” – espressione con cui si fa riferimento a due corridoi di sviluppo, marittimo e terrestre, che dovrebbero toccare la gran parte dei paesi asiatici ed africani, per poi terminare in Europa – ed un ulteriore fondo per i progetti della SCO: l’organizzazione di Shangai cui partecipano, a vario titolo, Cina, Russia, India, paesi dell’Asia Centrale, Pakistan, Iran. Tali vari fondi sono poi per molte vie collegati tra di loro.
Bisogna poi considerare i nuovi accordi per il commercio e gli investimenti che la Cina sta cercando di portare avanti con diversi paesi, asiatici e non. Questi progetti, presi insieme, costituiscono un sistema in grado, con il tempo, di rivaleggiare con le istituzioni finanziarie e commerciali uscite a suo tempo da Bretton Woods. Essi collegano sempre più strettamente la Cina alla gran parte dei paesi dell’Asia e dell’Africa, oltre che alla Russia (e l’America Latina forse più a distanza), tentando di inglobarli progressivamente in qualche modo nello spazio economico cinese, mentre la presenza dei paesi occidentali è sostanzialmente marginale e concentrata sulla sola AIIB.
Gli Stati Uniti cercano di contrastare tale costruzione e, più in generale, l’espansione sempre più forte verso l’esterno della potenza economica e finanziaria cinese, anche attraverso il varo dei progetti TPP e TTIP, che apparentemente, visto il quadro complessivo sopra delineato, non hanno però molte possibilità di raggiungere l’obiettivo di contenimento della Cina.
Dovremmo comunque nei prossimi anni assistere un rilevante conflitto, speriamo solo economico, tra le due grandi potenze.
L’altro grande processo in atto è quello che sta portando alla progressiva apertura dei movimenti finanziari tra la Cina ed il resto del mondo. Tale liberalizzazione, vista la dimensione dei risparmi cinesi e delle liquidità pubbliche, porterà probabilmente ad un’ondata senza precedenti di risorse finanziarie che invaderà i mercati mondiali, cambiandone per molti versi i connotati, mentre anche i capitali esteri vorranno partecipare alle opportunità di sviluppo che essa comporta.
Appare poi sempre più plausibile che la Cina, ormai prima potenza commerciale ed economica, con enormi risorse finanziarie da spendere e paese leader negli investimenti esteri in entrata ed in uscita, riesca entro una decina di anni a fare della sua moneta quella dominante a livello mondiale, soppiantando il dollaro o affiancandosi quantomeno ad esso. Anche in questo caso gli Stati Uniti cercheranno di contrastare tali sviluppi.
In ogni caso le dinamiche in atto, salvo le improvvise giravolte della storia sempre possibili, indicano che sono in atto dei grandi rivolgimenti che, in assenza di grandi iniziative da parte loro, collocano l’Italia e l’Europa tutta intera in un ruolo sempre più marginale.

Articolo tratto dal Granello di Sabbia di Maggio 2015 "Vantiamo solo crediti", scaricabile qui.

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