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Debito: il tappo e il cavatappi

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di Marco Bertorello

La questione dei debiti, privati e pubblici, sembra un fiume carsico: il corso d’acqua esiste sempre, ma lungo il suo dispiegarsi si alternano passaggi sotterranei, in cui il fiume non si vede né percepisce, e passaggi scoperti, sotto gli occhi di tutti. Per i debiti agisce una modalità simile: esistono sempre, complessivamente non diminuiscono, a volte si ha un travaso (specie in direzione di quelli pubblici), rimangono l’architrave dell’economia attuale e al contempo si rivelano il suo principale limite. Anche quando non se ne ha una percezione automatica e diffusa, la politica economica del debito determina le scelte concrete degli Stati.

Il regime di austerità è dovuto principalmente alle scelte di aggiustamento strutturale per raddrizzare l’eccesso di debito presente pressoché in tutti i bilanci pubblici. Per dare un solo dato, nell’Unione europea la media dei debiti pubblici dall’esplosione della crisi nel 2007 al 2013 è passata dal 58.9 al 87.4% del Pil (dati Eurostat). La Commissione europea, ad esempio, in un testo uscito a marzo di quest’anno, afferma che «il livello molto elevato del debito pubblico continua a pesare considerevolmente sull’economia italiana e a rappresentare una delle maggiori fonti di vulnerabilità, specialmente in un contesto di prolungata debolezza della crescita». Ciò significa che il problema dell’eccesso di debito sovrano costituisce un ostacolo per la crescita, ma allo stesso tempo la mancata crescita è il principale ostacolo alla riduzione del debito. Un circolo vizioso di difficile soluzione.

Nel frattempo il debito sovrano è il pretesto per modificare ulteriormente i rapporti tra le classi sociali. La ripresa, questa araba fenice, si intende perseguirla innanzitutto attraverso un rafforzamento dell’export, una prospettiva che diventa credibile unicamente abbassando i costi per poter essere maggiormente competitivi sui mercati internazionali. La partita sulla competizione, infatti, è giocata tutta (se si esclude il valore dell’euro) su tale fronte: non c’è invece nessuna idea particolare su innovazione di processi e prodotti (le spese in ricerca e sviluppo sono assai modeste), nessuna riforma dell’organizzazione produttiva. Per la verità la concorrenza su questi terreni ormai risulta piuttosto agguerrita, facendo sbiadire sempre più il confine tra paesi sviluppati ed emergenti. Ciò che viene perseguito, dunque, sono riduzioni del costo del lavoro e ulteriore sudditanza del diritto del lavoro alle necessità dei mercati, come dimostrano i vari jobs act e le proposte di Marchionne in Fca (Fiat Chrysler Automobiles).

Il tasso di pervasività delle politiche in funzione del debito, quindi, non si riduce: al contrario sta aumentando, nonostante i provvedimenti presi sul lato finanziario per arginare la crisi, almeno per quanto attiene la riduzione del costo del debito, cioè la quota di interessi. La profondità della crisi nell’economia reale è tale da non consentire di considerare le politiche monetarie espansive sufficienti per far ripartire l’intera economia. Non basta così colpire il lavoro, è necessario proseguire nella riduzione della spesa pubblica, con tagli più o meno lineari. Tagli che, come spesso accade, vengono decisi dal centro ma hanno ricadute nelle periferie. La riduzione dei trasferimenti agli enti locali è politica del debito, la destrutturazione dei servizi alla persona e al territorio sono da collegare direttamente all’intento di ridurre il debito sovrano. La Cgia di Mestre ha calcolato che nel solo periodo che va dal 2011 al 2015 lo Stato ha tagliato a Regioni ed Enti locali 25 miliardi di euro.

L’«austerità espansiva», come è stata chiamata, si è presto trasformata in «austerità depressiva». Il caso della Grecia resta esemplificativo nel suo tornare sotto i riflettori grazie a un ricambio del quadro politico interno. La vittoria di Syriza ha messo in fibrillazione le cancellerie europee, il rischio grexit è considerato l’unica spina nel fianco dell’eurozona dopo l’assunzione del quantitative easing che ha avviato una riduzione del valore dell’euro, favorendo le esportazioni e mettendo in sordina il dilemma del costo del debito. La questione del possibile taglio del debito pubblico posta da Atene, per quanto in termini assoluti rappresenti poca cosa (330 mld su un debito pubblico complessivo dei paesi euro pari a 8.832 mld), costituisce un problema politico di tenuta generale dell’eurozona. Solo così si spiegano le tensioni sui mercati finanziari e l’apparente durezza delle istituzioni continentali nei confronti del nuovo governo ellenico. Una moratoria del debito pubblico greco in un contesto in cui i debiti sovrani pesano come macigni sui paesi periferici, ma persino sui ben più solidi paesi continentali, sarebbe un provvedimento destabilizzante, aprirebbe a una logica completamente alternativa sulle politiche di finanza pubblica e sulle relazioni tra soggetti pubblici e privati. Questa è la partita in gioco. D’altronde che questa sia l’unica, o la principale, partita che si possa giocare ce lo dimostra proprio il caso greco. Nel paese ellenico, infatti, il cambio di direzione politica dimostra come non sia aggirabile il problema del debito sovrano, esso rappresenta una sorta di tappo che impedisce a qualsiasi politica alternativa di fuoriuscire, di potersi dispiegare liberamente, lasciando compresse all’interno di un ipotetico contenitore le politiche più avanzate in favore delle classi subalterne e popolari. Dopo anni di controriforme che hanno colpito gran parte del popolo greco, con drastiche riduzioni di salari, pensioni, prestazioni sociali, con una riduzione alla condizione di povertà di 2.5 milioni di persone e a rischio povertà di altri 3.8 milioni su un totale di oltre 10 milioni di greci (Rapporto del parlamento ellenico), ora cambiare passa per la sottrazione del peso del debito. Un debito creato a beneficio di una bolla finanziaria, in cui le tante banche europee hanno investito il loro denaro, garantite dalle autorità monetarie internazionali e nazionali, mentre quelle americane hanno favorito la manomissione dei conti pubblici, e ora il prezzo lo pagano i greci. Si ipotizza che sia giunto ai greci solo il 15-20% degli aiuti ricevuti dalla Grecia in questi anni, il resto è stato utilizzato per rimborsare gli avventati investimenti delle banche. Syriza in questo periodo potrà prevedere l’aumento di stipendi e pensioni, riaprire la televisione pubblica, sostenere con provvedimenti speciali le fasce più povere, ma per avere le risorse per poterlo fare, per non approvare provvedimenti estemporanei, ma che dispongano di una sostenibilità strutturale, una delle precondizioni è una ristrutturazione del proprio debito, a cui dovranno seguire scelte fiscali progressive e un recupero di controllo e di agibilità pubblica nel sistema del credito. Questi provvedimenti rappresentano il cavatappi per provare a uscire dalla crisi. Altrimenti ogni sforzo fatto e ogni sforzo che prevedibilmente il popolo greco sarà costretto ad affrontare si riverserà in quel pozzo senza fondo del debito pubblico e dei suoi interessi. Speriamo di riuscire a brindare prima o poi.

Articolo tratto dal Granello di Sabbia di Maggio 2015 "Vantiamo solo crediti", scaricabile qui.

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