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Da “Je suis Charlie” alla shock economy

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di Raphael Pepe

Dopo gli attentati del 7 gennaio, ognuno ha detto la sua sulla vicenda, si è scritto di tutto. E non lo ha fatto solo la stampa internazionale, ma anche blog e social network sono stati invasi da commenti ed analisi di tutti i tipi. A due mesi dalla vicenda, i pochi articoli che citano ancora Charlie Hebdo parlano solo di una redazione che “litiga per i soldi”.

Un secolo dopo la legge sulla laicità del 1905, che ha visto la separazione tra stato e clero, dal 2006 Charlie Hebdo ha avuto il merito di rilanciare un dibattito sulla laicità e sulla satira religiosa, partendo dalla pubblicazione delle vignette danesi che rappresentavano il profeta Maometto. Allora, in un numero per il quale la testata fu processata, venne pubblicata in prima pagina una vignetta di Maometto che diceva piangendo: “C'est dur d'etre aimé par des cons” (“è dura essere amati da stronzi”), con il titolo “Mahomet débordé par des intégristes” (“Maometto stravolto dagli integralisti”).

Il processo, poi vinto dal giornale, permise di rompere un tabù: si poteva ridere di tutte le religioni!

Allora, il giornale ha scelto di dedicare negli anni più numeri su tematiche che riguardassero il fondamentalismo islamico per mettere in rilievo quanto proprio il “fondamentalismo religioso” negasse i diritti dell'uomo. La scelta editoriale è stata a lungo criticata, ma non vuole essere qui l'oggetto di discussione.

Dopo svariate minacce, i locali del giornale saccheggiati, è arrivata la strage. Ma dalla strage, la Francia ed i francesi hanno imparato ben poco. Sicuramente le vittime avrebbero almeno voluto che quanto accaduto fosse utile alla difesa della libertà di stampa, e portasse avanti quell'interessante dibattito su satira religiosa e laicità. Dopo quasi tre mesi, è poco dire che gli attentati siano stati strumentalizzati per tutt'altro fine.

Sin dai primi giorni dopo la strage, irrompeva lo spirito d'unità nazionale, voluto dal governo Hollande, e l'11 gennaio sfilavano quasi 4 milioni di francesi a Parigi, uniti dalla paura e al motto di “Je suis Charlie”; ma senza un messaggio chiaro: c'era chi stava in piazza per la libertà d'espressione, chi contro il terrorismo. Ovviamente una piazza i cui partecipanti non portano un messaggio unitario è poi facilmente strumentalizzabile. Soprattutto se dall'altra parte della città, erano invece capi di stato di tutto il mondo a manifestare, simboleggiando una lontananza sempre più palese tra quell'1% che comanda, e quel 99% che subisce. Da quell'altro corteo durato il tempo di fare fotografie e riprese, c'era però chiarezza sul messaggio da portare: era contro il terrorismo che si sfilava. Quell'unità nazionale sarebbe servita proprio a chi promuove da anni la macelleria sociale con politiche di austerità, tagli alle spese pubbliche e privatizzazioni.

In pochi giorni, “Je suis Charlie” ha generato una serie di arresti e condanne per la minima dichiarazione “fuori dal coro”, subito considerata apologia di terrorismo. Il caso più noto è stato quello del comico francese Dieudonné, arrestato per un tweet in cui dichiarava sentirsi un po’ “Charlie Coulibaly”. Ma non è stato l'unico caso: a Nantes durante un controllo nel tram, una ragazza di 14 anni è stata arrestata per aver dichiarato: “Siamo le sorelle Kouachi, abbiamo i kalachnikov”. Nel nord della Francia, al momento del fermo per stato di ubriachezza in luogo pubblico, un uomo ha urlato che “ci vorrebbero più fratelli Kouachi”, ed è stato condannato a 4 anni di carcere. Sin dal 9 gennaio, il ministero dell'interno ha organizzato la caccia ai “non Charlie” sul web, invitando ognuno a segnalare alle forze dell'ordine, qualsiasi dichiarazione scritta sui social network che non rispettasse il lutto nazionale. A Lille, è esplosa una questione nazionale sul caso dei tre impiegati comunali che, in servizio in una scuola pubblica, si erano rifiutati di fare il minuto di silenzio in omaggio alle vittime, all'indomani della strage. Il comune di Lille ha lanciato un provvedimento per richiedere il licenziamento dei disobbedienti, mentre per uno di loro è scattata la solita denuncia per apologia di terrorismo: aveva dichiarato, parlando dell'attentato, che l'atto fosse “comprensibile”.

Nel frattempo, molti casi di aggressioni verbali e fisiche nei confronti di membri delle comunità musulmane di Francia sono state riscontrate; il che ha portato Manuel Valls a dichiarare in assemblea nazionale che in questo momento di lutto, sia necessario difendere tutti i musulmani di Francia, cittadini francesi a tutti gli effetti, e che debba essere condannato ogni atto di razzismo. Peccato che qualche giorno dopo, il 16 gennaio, come ha sottolineato su “Le Monde Diplomatique”, Alain Gresh, il primo ministro sia caduto in un discorso pericoloso che ricordava Orianna Fallaci o George W.Bush: “Per combattere quest'islamo-fascismo, poiché così va chiamato, l'unità deve essere la nostra forza. Non si deve cedere né alla paura, né alla divisione. Ma bisogna, contemporaneamente porre tutti i problemi: combattere il terrorismo, mobilitare la società intorno alla laicità, combattere l'antisemitismo (...) Occorre una rottura. Occorre che l'islam di Francia assuma le proprie responsabilità; è quanto chiede, tra l'altro l'immensa maggioranza dei nostri connazionali musulmani.”.

Mentre il riferimento ad Orianna Fallaci, sta nell'espressione “islamo-fascismo”, il paragone a Bush, fa invece riferimento ad una sua dichiarazione dell'agosto 2006: “Le caratteristiche unificatrici del movimento islamico, il legame che oltrepassa divisioni confessionali e rivendicazioni locali, è la ferma convinzione che le società libere siano una minaccia per le loro visioni deformate dell'islam. La guerra che portiamo avanti oggi, è più di un conflitto militare. È la lotta ideologica del ventunesimo secolo.”

Insomma, si colpevolizzano i musulmani tutti, chiedendo loro di assumere le proprie responsabilità per la follia di pochi, e contribuendo palesemente alla demonizzazione della religione stessa. È come se si fosse chiesto esplicitamente ad ogni cattolico di assumere le proprie responsabilità dopo la strage di Utoya ed Oslo che fece 77 morti in Norvegia nel 2011. È poco dire che dichiarazioni come quelle del premier, hanno contribuito a seminare, oltre al clima di paura, una sensazione a dir poco “paranoica”, con parte dei francesi che vedono di cattivo occhio o addirittura con paura, i concittadini musulmani.

Dopo di questo, appare quasi una presa in giro, se non una provocazione, l'appello del Parti Socialiste ai cittadini francesi, per incitarli a recarsi alle urne alle elezioni dipartimentali per contrastare l'avanzare continuo del Front National.

Questa tornata elettorale si svolge dopo che la strategia dello shock, così ben descritta da Noemi Klein, ha avuto i suoi effetti. Non solo perché a livello internazionale, si torna a parlare di lotta al terrorismo e di conseguenti “necessari” interventi militari; ma perché in un contesto del tutto francese, sembra davvero che il corteo dell'11 gennaio abbia portato alla legge Macron: il progetto di legge per “la crescita e l'attività”, presentato a dicembre dal governo Valls, e che, come si prevedeva, ha portato ad un lungo dibattito tra le forze politiche e a forti proteste da parte dei sindacati, ha conosciuto un'accelerazione abbastanza rilevante.

La legge che, tra i tanti provvedimenti, prevede il lavoro domenicale, facilita i licenziamenti collettivi e cancella le pene di prigione per gli imprenditori colpevoli di calpestare il diritto sindacale, è già stata approvata in Assemblée Nationale ed è in discussione al senato.

A fare il collegamento tra la strage di Charlie Hebdo e la riforma Macron, è la stessa stampa che difende la necessità di questo tipo di riforme economiche. Sul giornale Le Point, il 5 febbraio, si riportavano le dichiarazioni del noto lobbista Nicolas Beverez su BFM Buisness “L'11 gennaio, i francesi hanno lanciato al mondo e ai loro dirigenti un messaggio di dignità e di coraggio, il cui spirito è chiaro: uscire dal diniego, superare i tabù, passare dalle parole agli atti. Questi principi non potranno essere credibili, se non si applicheranno anche alla riforma economica e sociale.

In modo ancora più palese, nell'editoriale del 5 febbraio, si leggeva sullo stesso giornale: “Bisogna augurarsi per la Francia che Manuel Valls non lascerà passare questa “chance” economica unica che la tragedia degli attentati terroristici gli offrono”.

Non a caso, con un'amara ironia, Le Monde Diplomatique fa notare, in un articolo di marzo, che a questo punto, anziché “Je suis Charlie”, forse sarebbe stato meglio scrivere direttamente “Je suis Macron” sugli striscioni dell'11 gennaio.

A tre mesi dalla strage, non c'è dubbio che “Je suis Charlie” abbia portato ad un sentimento di atteggiamento paranoico che ha favorito la shock economy.

 

Articolo tratto dal Granello di Sabbia "Fermate il mondo: voglio scendere!" di marzo/aprile 2015, scaricabile qui.

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