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Poveglia per tutti - Un’isola che unisce, nel nome della partecipazione e del bene comune

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di Anna Brusarosco

A guardarla sulle mappe, Poveglia sembra solo una delle tante isole della Laguna sud di Venezia. Un complesso di 7 ha, formato da tre unità distinte: l’isola nord, oggi prevalentemente boscata, utilizzata fino agli anni ‘80 a scopo agricolo; quella di mezzo, dove si trovano i resti di una quindicina di edifici, la maggior parte dei quali costruiti a fine ‘800 come sede di una stazione sanitaria marittima, destinazione rimasta poi immutata, con varie attività di assistenza sanitaria, fino al 1968; il piccolo ottagono a sud.

Ma se si parla con i veneziani – quelli che a Venezia ci sono nati, ma anche quelli che questa città l’hanno scelta, arrivati qui per studio, lavoro, amore o per altri casi della vita – Poveglia non è solo questo. E’ innanzitutto un pezzo di memoria: quella di chi l’isola l’ha vissuta in passato, come luogo di cura, ma anche come orto. E di chi dopo la dismissione delle attività sanitarie ha continuato a frequentare Poveglia come una sorta di parco urbano, mantenendo vivo il legame tra terra e acqua, tra città e laguna, che caratterizza Venezia.

Dal 2014, però, Poveglia è diventata anche e soprattutto una “utopia concreta”, un esempio paradigmatico di partecipazione e riattivazione di una comunità per la difesa di un bene comune, contro il rischio di una sua privatizzazione e di un sostanziale abbandono da parte di istituzioni che si sono dimostrate incapaci di amministrare adeguatamente quel bene.

Tutto inizia a fine marzo 2014, quando sulla stampa locale esce la notizia che l’Agenzia del Demanio – che dalla fine degli anni ’60 amministra l’isola – ha inserito Poveglia tra i beni da cedere per 99 anni attraverso una procedura d’asta. Il rischio è che anche quest’isola subisca la stessa sorte di altre vicine (come San Clemente, Sacca Sessola, La Grazia, Santo Spirito) cedute negli anni a privati e trasformate in grandi alberghi di lusso o destinate a diventarlo. Di fatto, parti di città lasciate abbandonate per decenni dalle istituzioni, emarginate perché non più compatibili con i ritmi e gli obiettivi della contemporaneità, ma che sono rimaste vive nella memoria e nell’uso da parte della cittadinanza. Fino a che a quella cittadinanza sono state tolte, per metterle nelle mani di interessi imprenditoriali privati, grazie ad un rinnovato interesse per quegli spazi in una città sempre più orientata alla monocultura turistica e sempre meno attenta ai bisogni di chi la vive.

Come spesso accade in questi casi, la notizia diventa argomento di chiacchiera al bar. Indigna l’ennesima “svendita” di patrimonio pubblico, ma anche il fatto che la base d’asta sia zero. Fondamentalmente, per tentare di accaparrarsi un pezzo di patrimonio pubblico, è sufficiente versare una caparra di 20.000 euro per partecipare all’asta. Non è neppure richiesto di avere un progetto per il futuro dell’isola.

E come spesso accade, tra chi chiacchiera al bar c’è qualcuno che dice: “Poveglia compriamola noi!”. Per salvarla, per mantenerla ad uso pubblico, per riscattarla dall’abbandono e dall’incuria. Poteva restare una chiacchiera, diventa l’inizio di una grande avventura di partecipazione civica. Perché in fondo, fatti due calcoli, basta trovare 200 persone che versino un centinaio di euro per poter partecipare all’asta e fare un po’ di rumore, per dire quantomeno che i cittadini veneziani non ci stanno più, sono stanchi di queste dinamiche.

E allora dalle chiacchiere un primo gruppo di una trentina di persone passa all’azione, organizzando una prima assemblea per esporre l’idea e condividere i quattro i punti fondamentali, che fanno da carta costituzionale del progetto: “1. La parte verde dell’isola sarà dedicata a parco pubblico liberamente accessibile e gratuito, e ad orti urbani. 2. La parte edificata dell’isola, che può produrre utili -le cui caratteristiche e limiti etici decideremo insieme, in coerenza con questi punti fondanti servirà a ripagare i costi di gestione della parte pubblica. 3. La gestione dell’isola sarà no-profit ed eco-sostenibile. Tutti gli utili saranno quindi reinvestiti sull’isola stessa. 4. Qualora dovessimo ottenere la gestione dell’isola, la quota sottoscritta darà diritto a partecipare equamente alle decisioni sulle sorti di Poveglia ma non è, e non sarà da intendersi in futuro, come forma di partecipazione agli utili, né quota azionaria, né fonte di privilegio alcuno per nessun associato.”

Una prima assemblea che dovrà essere svolta in due sessioni, perché le persone che arrivano sono troppe, molte più di quanto si era previsto. Persone di tutte le età, veneziani di nascita e di adozione, con tante competenze diverse. Accomunate però da un desiderio nuovo: quello di partecipare, di attivarsi, di riprendersi il proprio ruolo di cittadini, di far sentire la propria voce nella gestione della città.

Siamo ai primi di aprile 2014 e l’asta è fissata per la prima settimana di maggio. In un mese, nasce l’Associazione Poveglia per tutti (perché serve un soggetto legalmente riconosciuto per poter partecipare all’asta) e si lancia una campagna di sottoscrizioni che porterà a raccogliere oltre 450.000 euro e soprattutto a oltre 5.000 adesioni di singoli e gruppi, non solo veneziani, ma da tutto il mondo. Risulta subito chiaro, quindi, che non si tratta solo di una iniziativa destinata a “far rumore”, perché attorno a una questione che sembrerebbe squisitamente locale, si addensa un desiderio più ampio e diffuso di cittadinanza, comunità, partecipazione.

E partecipazione è la parola d’ordine che l’Associazione si dà fin da subito, con centinaia di persone che mettono a disposizione il proprio tempo e le proprie competenze per costruire insieme una risposta a processi che vorrebbero imporre il primato di interessi economici e speculativi sopra al bene comune.

L’asta si conclude con l’assegnazione dell’Isola di Poveglia a Umana Spa, holding di proprietà di quello che sarebbe poi diventato il sindaco di Venezia, Luigi Brugnaro. Il Demanio stabilisce però che i 513.000 euro offerti sono troppo pochi, e quindi tutta la procedura si chiude con un nulla di fatto. Che però rappresenta una piccola grande vittoria, dato che in questo modo Poveglia resta ancora, almeno temporaneamente, in mano pubblica.

Ci si poteva fermare li, ma quel primo mese di assemblee, riunioni dei gruppi di lavoro, iniziative in città, relazioni con i media di tutto il mondo, aveva dimostrato che c’erano le forze, le energie, le competenze per andare ancora oltre. Perché quell’esperienza di cittadinanza proseguisse, con l’obiettivo di ottenere dal Demanio una concessione che consentisse di evitare la privatizzazione, ma anche di salvare Poveglia dall’incuria e dall’abbandono, di farla tornare a vivere garantendone la massima fruibilità.

È iniziato allora un percorso fatto da una parte di negoziazioni con il Demanio e dall’altra di “presa in carico” e cura dell’isola, con l’organizzazione di giornate di pulizia e iniziative a e per Poveglia (feste, concerti, spettacoli teatrali, mostre, vogate, ecc.). Senza dimenticare però la progettualità, perché appunto Poveglia è una “utopia concreta”: le richieste di concessione al Demanio sono state infatti supportate dall’elaborazione di un progetto per l’isola, pensato e costruito in modo competenze e dettagliato grazie al contributo di centinaia di persone e basato su un capillare lavoro di informazione e approfondimento.

Perché, appunto, la partecipazione per l’Associazione Poveglia per tutti è stata fin da subito non solo un principio teorico fondante, ma anche e soprattutto una metodologia organizzativa e operativa. Non un semplice riferimento ideale, quindi, ma un concreto modus operandi applicato quotidianamente, che ha fatto dell’Associazione una vera e propria comunità, in cui ciascuno trova spazio e voce, ma in cui ciascuno è anche chiamato a condividere responsabilità e scelte. Ed anche un costante processo di apprendimento collettivo, di revisione e messa di discussione, di innovazione.

Partecipazione, nell’Associazione Poveglia per tutti, vuol dire che non esistono ruoli di leadership e le decisioni vengono prese insieme, con il metodo del consenso. Che ciascuno può mettersi a disposizione contribuendo ai gruppi di lavoro, in modo volontario e vedendo valorizzato il proprio contributo nei risultati che collettivamente vengono raggiunti. Che le riunioni, le assemblee, la progettazione vengono gestiti con metodi partecipativi strutturati (ad esempio, l’Open Space Technology, metodologia utilizzata in un incontro svoltosi il 2 giugno 2014 per riflettere su un progetto per l’Isola di Poveglia).

L’Associazione ha voluto anche mettere “nero su bianco” questo approccio, elaborando un nuovo statuto, approvato dall’Assemblea dei soci nel 2015, che è stato sviluppato a sua volta in modo partecipato per recepire le modalità organizzative sperimentate nel primo anno di vita dell’Associazione, innovando forme naturalmente rappresentative in forme partecipative.

Nello statuto è stata quindi inserita la “Carta di Poveglia”, contenente i principi che governano il funzionamento dell’Associazione, l’organizzazione interna e tutte le azioni rivolte al perseguimento degli scopi sociali, elaborata con il contributo di decine di soci.

La Carta stabilisce sette principi fondamentali: il principio della cura dell’Isola di Poveglia e della sua gestione come bene pubblico, comune e collettivo, di sostenibilità, di partecipazione, di responsabilità, di autonomia di trasparenza e di innovazione.

Anche nell’organizzazione si è voluto andare oltre le prassi associative classiche. Il direttivo, previsto per legge, a Poveglia per tutti è diventato un consiglio di garanzia, con un ruolo di supervisione delle attività, che si fa garante del rispetto dei principi dell’associazione e viene eletto con una procedura mirata a garantire una scelta basata sul consenso e su criteri quali l’esperienza, all’interno dell’Associazione, ma anche la disponibilità di tempo e competenze, la parità di genere, la conformità ai principi della Carta.

Le decisioni, invece, vengono prese dal Direttivo partecipato, composto da tutte le associate e gli associati e, in particolare, da coloro che fanno parte dei gruppi di lavoro. Chiunque partecipi alla vita dell’associazione ha quindi pari diritto di contribuire anche alle scelte strategiche.

Ma appunto perché la partecipazione è anche apprendimento e “messa in discussione”, le modalità operative sono state successivamente riviste e ridiscusse, a partire da una serie di criticità emerse nel tempo, legate per esempio a difficoltà nel prendere decisioni e a rispettare le modalità di discussione che l’associazione si era data, ad un ruolo dei gruppi di lavoro che si stava indebolendo, alla percezione che si stesse perdendo capacità di approfondimento, all’emergere di una maggiore necessità di “fare rete” con altri soggetti. E’ infatti probabilmente fisiologico che la vita di una associazione, così come di qualsiasi comunità, si scontri con difficoltà e momenti di perdita di incisività nel proprio agire. Anche per la fatica di portare avanti per anni una lotta contro istituzioni incapaci di ascoltare e dialogare, dato che il Demanio ha continuato a rifiutare all’Associazione una concessione, seppur breve, non riconoscendo il valore (sociale, civico, economico anche) di questa iniziativa. L’approccio partecipativo in Poveglia per tutti ha significato anche imparare a fare un passo indietro, a rimettersi in discussione, ad essere aperti come comunità a riflettere su se stessa, senza però rinunciare a perseguire i propri obiettivi.

Ecco quindi che una battaglia per un bene comune materiale – una piccola isola abbandonata nella Laguna di Venezia – è diventata anche una battaglia per un bene comune immateriale, che dalla memoria e dai legami con quell’isola ha tratto il fondamento per ricostruire un senso di comunità e di protagonismo dei cittadini.

Ecco che essere “contro” – le privatizzazioni, la svendita del patrimonio pubblico, la cessione di parti del territorio in nome di presunti interessi economici superiori – è diventato un essere “per” e “con”: una collettività consapevole delle proprie potenzialità, pronta a mettersi in gioco, a condividere, a partecipare, per il bene di tutte e tutti.

Articolo tratto dal Granello di Sabbia n. 40 di Maggio - Giugno 2019. "Una città per tutti"

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