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La riappropriazione dei beni comuni urbani

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Maria Francesca De Tullio (Università degli Studi di Napoli Federico II - Universiteit Antwerpen)

I ‘beni comuni’ stanno diventando una questione politica perché si prestano a nominare un’istanza urgente, di autodeterminazione e accessibilità da parte di tutti e di tutte dei beni necessari ai diritti fondamentali.

Questo è stato chiaro per l’acqua, che ha un collegamento evidente con il diritto alla vita. Ma alcuni movimenti - come quello dei teatri occupati - hanno mostrato che un bene può essere necessario ai diritti non tanto per la propria natura, quanto per il modo in cui è amministrato. E, soprattutto, che uno stesso bene è tanto più indispensabile quanto più la persona è in stato di bisogno. E i teatri ne sono un esempio: essi possono restare vuoti, essere usati per l’industria dell’intrattenimento, aprirsi alla fruizione culturale libera, o ancora essere autogestiti come mezzo di produzione condiviso.

Qui la gestione dei beni diventa centrale quanto la proprietà e l’uso. E i beni comuni urbani sono intesi come spazi decisi dalla collettività, con modalità che mettono in discussione i meccanismi tradizionali dell’autorità pubblica e del mercato, e prevedono la fruizione aperta coinvolgendo nella gestione anche, e innanzitutto, chi altrove non può prendere parola. Essi usano un approccio aperto ed eterogeneo, ma non neutrale: si basano su antifascismo, antirazzismo e antisessismo prendendo sul serio questi principi, in quanto individuano i privilegi e attivamente cercano di evitare che si trasformino in barriere. Questo significa creare nuove possibilità di relazione, ma anche attivare strumenti mutualistici e servizi sociali, come mense, doposcuola, ambulatori, cultura e sport popolari...

Proprio grazie a queste modalità di decisione collettiva, i beni comuni possono diventare trasformativi anche al di fuori dei beni stessi. Ma non è scontato come questo possa avvenire. In questo senso, il dialogo con l’istituzione può essere una delle strade, perché l’istituzione, per sua natura, si relaziona con l’intero insieme degli e delle abitanti.

Questa domanda è stata molto presente nell’esperienza napoletana de l’Asilo, che è partita da un’occupazione - nata dalle rivendicazioni di lavoratori e lavoratrici dell’arte, della cultura e dello spettacolo - ma è diventata subito un susseguirsi di assemblee pubbliche, dove si è deciso di fare dello spazio un bene comune a disposizione della città.

A partire dalle pratiche concrete di uso e autogoverno assembleare, la comunità stessa ha elaborato delle regole di fruizione e gestione dello spazio, basate sull’inclusione e sulla cooperazione, e quindi sull’uso mai esclusivo, improntato a criteri di condivisione o di turnazione. Oggi l’Asilo è un centro culturale dove si accede senza prezzi vincolanti, e gli spazi sono usati come mezzo di produzione condiviso che consente ad artisti e artiste di abbattere i costi di produzione provando o esibendosi in modo libero e gratuito.

Queste modalità sono state trascritte in una Dichiarazione d’uso civico e collettivo urbano, poi presentata al Comune di Napoli, proprietario dell’immobile, che dopo una lunga e accesa negoziazione le ha riconosciute con proprie Delibere di Giunta. Così è entrato nel diritto uno strumento nuovo elaborato dalle assemblee: l’‘uso civico e collettivo urbano’, che non prevede l’assegnazione del bene ad alcun soggetto, ma riconosce l’autogoverno aperto della comunità e impegna l’istituzione proprietaria a garantire l’accessibilità del bene, facendosi carico tra l’altro delle utenze e dei lavori straordinari. E la legittimazione di questo istituto è stata trovata direttamente nella Costituzione, in particolare nei diritti di partecipazione, nella ‘funzione sociale’ della proprietà e, soprattutto, nell’uguaglianza sostanziale.

In questo caso, la comunità non ha cercato nel diritto una semplice regolarizzazione, ma uno strumento per immaginare nuove istituzioni, che potessero fare da precedente per il riconoscimento di altre esperienze e l’innovazione delle modalità della decisione pubblica. Così è avvenuto per altri sette beni comuni che sono stati riconosciuti a Napoli, nonché in altri non ancora riconosciuti, ma sta avvenendo anche in tanti e diversi percorsi avviati in tutta Italia.

Con simile finalità, la rete napoletana dei beni comuni ha promosso la costituzione di organi comunali nuovi, come l’Osservatorio permanente sui beni comuni e la Consulta di Audit sul debito e sulle risorse della città di Napoli. Questi ultimi sono composti da persone con comprovata esperienza di attivismo politico-sociale, le cui competenze sono messe in ascolto della città, per facilitare l’accesso civico ai documenti amministrativi, proporre emendamenti obbligatori, mappature, protocolli di intesa, dibattiti pubblici… E le funzioni di questi organi sono ancora tutte da costruire, attraverso le pratiche di relazione con l’Amministrazione e la città. Ancora una volta, si tratta di organi non neutrali, che sono «strumenti politici e di lotta, un’altra leva per rivendicare i diritti fondamentali».

La sfida posta da queste nuove istituzioni è usare le istanze della città per far uscire il tema dei beni comuni dai perimetri relativamente ristretti in cui nasce. Dire che alcuni spazi sono strumentali ai diritti fondamentali, perché gestiti e fruiti in modo aperto e accessibile, significa pronunciarsi sul governo del territorio: ad esempio, gli spazi pubblici sono identificati immediatamente come risorse da mettere in comune per fini sociali, non da vendere o mettere a profitto. E la prospettiva concreta dei beni comuni smaschera il vincolo nazionale ed europeo del pareggio di bilancio, che si rivela un pretesto per scollare il bilancio pubblico dai bisogni delle persone, e rafforzare i poteri e le disuguaglianze esistenti. La città in vendita diventa sempre più ricettiva per i capitali, ma sempre meno accogliente per le persone che la attraversano, perché rinuncia a costruire e mantenere spazi di partecipazione e mutuo aiuto.

Al tempo stesso, partire dalla prossimità del proprio spazio urbano significa anche riconoscersi nelle lotte di altri territori, urbani ed extra-urbani, per non lasciare indietro luoghi dove le istanze sociali sono espulse dalla scarsità delle risorse, dalla disgregazione, dalla repressione e dalle privatizzazioni. Al contrario, la riappropriazione e gestione inclusiva dei beni comuni è un campo che ci consente di leggere insieme le trasformazioni e riunirci a Venezia per ragionare contemporaneamente di Napoli, Roma, Genova, o di altre città d’Europa, o anche dei boschi tosco-emiliani e delle valli da pesca della Laguna.

In questo processo, i beni comuni percorrono una strada che deve sempre mettersi in discussione, perché continuamente arrischia la purezza delle posizioni ideologiche nell’eterogeneità del fare comune e nella complessità degli interessi da bilanciare nelle decisioni pubbliche. Eppure, porsi da questo punto di vista significa anche consentire ai beni comuni di andare oltre se stessi, evitando di diventare isole felici che ammortizzano il dissenso, e continuando a porre la questione iniziale, di individuare e combattere i meccanismi escludenti dell’autorità pubblica e del mercato nella gestione delle risorse.

Articolo tratto dal Granello di Sabbia n. 40 di Maggio - Giugno 2019. "Una città per tutti"

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