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Derivazioni e rimozioni

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Photo by redcharlie on Unsplash

di Valter Bonan (Ass.re ai Beni Comuni, Ambiente, Democrazia Partecipativa e Mobilità del Comune di Feltre)

L’aggressività “estrattiva” del bene acqua e la sete speculativa, unite alla grande rimozione dei cambiamenti climatici, hanno progressivamente reciso le arterie vitali (fiumi e torrenti) delle nostre montagne accelerando progressivi processi catastrofici dalle conseguenze impensabili. 

Negli ultimi 150 anni la temperatura nelle Alpi è aumentata di 2 °C, quasi il doppio della media del pianeta; nel contempo si è dimezzato il volume dei ghiacciai con una tale accelerazione da far ritenere che entro fine secolo questi rischieranno di scomparire del tutto. Si è molto innalzato il limite di scioglimento dei suoli permanentemente ghiacciati (permafrost) anche per la marcata riduzione della durata della copertura nevosa non solo a media e bassa quota.

Tutti elementi che hanno contribuito a determinare instabilità dei suoli, frane e smottamenti e profonde variazioni del regime idrologico, delle portate dei fiumi alpini anche nelle loro articolate e complesse funzioni eco-sistemiche. 

Pur di fronte a questo contesto si è continuato negli anni ad “artificializzare” i bacini ed autorizzare nuove concessioni di derivazioni d’acqua per scopi idroelettrici ed irrigui (per colture particolarmente idrovore ...) superiori finanche al bene realmente disponibile negli alvei; cecità che  ha portato all’implosione della mancata alimentazione di sorgenti e risorgive, all’avanzamento del cuneo salino (oltre 30 km alla foce del fiume Piave con compromissione dell’utilizzazione delle acque di prima falda e delle produzioni agricole territoriali), sino alla messa in asciutta di interi tratti di corpi idrici. 

Il caso più emblematico di accaparramento speculativo è quello del settore idroelettrico dove, dopo la saturazione realizzativa dei grandi impianti (superiori ai 10 MW) che coprono da soli l’82% della potenza idroelettrica totale, si è pensato bene di “drogare” con rilevanti incentivi, che paghiamo tutti in bolletta, anche gli impianti di piccola taglia con potenza inferiore ad 1 MW; questa scelta legislativa ha determinato l’assalto a tutti i torrenti di montagna che avevano mantenuto un elevato stato di naturalità e di straordinaria qualità paesaggistica ed ecologica. Dal 2010 sono state autorizzate dalle regioni più di 2000 nuove centrali di piccola dimensione, altrettante sono le domande di nuove concessioni attivate negli ultimi anni, con oltre 3000 Km potenziali d’acqua derivati; alcune di queste iniziative sono già state definitivamente bloccate grazie alla forte mobilitazione delle comunità locali mentre quasi tutte le altre domande stanno registrando un rilevante ritardo istruttorio in conseguenza di complessi ed puntuali denunce ed esposti inoltrati alla Commissione Europea da comitati ed associazioni che hanno già determinato le prime procedure di infrazione per gravi lacune normative dello Stato e delle Regioni italiane nell’autorizzazione dei progetti e per i ritardi nell’applicazione della Direttiva 2000/60/CE sulle Acque (Pilot 6011/2014 ENVI).

Se il quadro di processo è allarmante, la dimensione di senso è sconcertante: tutte insieme le oltre 3000 “mini” centrali (per classificazione, ma enormi per trasformazione/devastazione dei luoghi) ad oggi attive producono lo 0,7% dell’energia elettrica e lo 0,2% dei nostri consumi totali di energia: meglio sarebbe allora togliere gli incentivi a questo settore e riorientarli al sostegno dell’efficienza e quindi della riduzione nei consumi energetici o magari alla ri-naturalizzazione e riqualificazione dei corpi idrici martoriati.

 Articolo tratto dal Granello di Sabbia n. 39 di Marzo - Aprile 2019. "Si scrive acqua, si legge democrazia"

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