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ll mondo dei robot non è come ce lo aspettiamo

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 di Marco Schiaffino

Quale sarà l’impatto dell’intelligenza artificiale sul mondo del lavoro e sulla società? Qualche anno fa la domanda avrebbe potuto interessare al massimo qualche appassionato di fantascienza. Oggi, il tema comincia a guadagnare un suo spazio nel dibattito politico.

Inutile dirlo, la domanda di cui sopra ha risposte differenti a seconda di chi viene interpellato. I sindacati, i lavoratori e “l’uomo della strada” non nascondono (finalmente) la loro preoccupazione. L’idea che le macchine possano sostituire l’uomo fa (giustamente) paura e la rapidità con cui l’industria 4.0 sta prendendo piede. Velocità che spesso viene comunque sottovalutata, non aiuta a distendere gli animi.

Il tema principale è quello che conosciamo dai tempi di Watt e dell’invenzione della macchina a vapore, cioè l’aumento di produttività che si ripercuote, necessariamente, sull’occupazione. L’equazione è semplice: maggiore produttività, minore impiego di mano d’opera, diminuzione della domanda di lavoratori rispetto all’offerta, spirale al ribasso dei salari e aumento della disoccupazione.

Dall’altra parte, cioè da parte di chi di solito si avvantaggia dell’aumento di produttività e del cambiamento negli equilibri del mercato del lavoro, si ostentano le solite profezie che tratteggiano un futuro sempre e comunque radioso. Gli “ottimisti”, infatti, hanno sempre sostenuto che le innovazioni tecnologiche tendono a eliminare i lavori meno qualificati, provocando in buona sostanza uno “spostamento verso l’alto” della forza lavoro, che deve rinnovarsi e approdare a impieghi con maggiore contenuto di competenze ed esperienze. Banalizzando: l’innovazione cancellerebbe i lavori “stupidi” e creerebbe lavori “intelligenti”. Guarda caso, il saldo è sempre positivo. Per tutti.

L’ultimo contributo in questo senso arriva da un report del World Economic Forum (quelli che organizzano i summit di Davos, per capirci) in cui si giura e spergiura che l’innovazione tecnologica legata all’Intelligenza Artificiale (AI) porterà sì alla perdita di 75 milioni di posti di lavoro, ma ne creerà di nuovi (133 milioni per la precisione) in numero maggiore di quelli persi. Verrebbe da dire che non c’è nulla di nuovo sotto il sole.

Peccato che il report del World Economic Forum abbia il classico valore (mi si perdoni la finezza) della carta da culo. Prima di tutto perché è redatto da un ente che ha tutto l’interesse a sostenere lo status quo contro ogni evidenza. In secondo luogo perché il report è basato su una survey (un modo elegante per dire “sondaggio”) che ha come campione 300 manager di altrettante multinazionali. Questo campione ha un piccolo problema di affidabilità dovuto sostanzialmente al fatto che i manager, forse con qualche rarissima eccezione, non capiscono niente né di tecnologie, né di dinamiche sociali.

Non hanno capito, per esempio, che quando dicono che la riduzione degli attuali posti di lavoro sarà compensata da “nuovi ruoli” (di solito si riferiscono a programmatori, analisti, sistemisti e simili) dovrebbero soffermarsi un attimo a fare i conti con ciò che la realtà ci offre. Pensare che magazzinieri, autisti di camion, cassieri, operai generici e fattorini si “riqualifichino” nel giro di un paio di anni, trasformandosi tutti in programmatori specializzati nell’intelligenza artificiale è abbastanza idiota da commentarsi da sé. Tanto che altre stime dipingono scenari decisamente più pessimistici, arrivando a immaginare un futuro (ma forse qui si sta esagerando) in cui l’80% degli attuali impieghi andrà perso.

Non hanno capito nemmeno che l’industria 4.0 non è (o per lo meno non è solo) rappresentata dai robot, anzi: la maggior parte delle applicazioni dell’AI, già oggi, è a livello software e punta a sostituire l’uomo in compiti molto poco “manuali”. Software relativamente economici permettono di automatizzare l’assistenza ai clienti, la gestione degli inventari, la gestione di pratiche assicurative o bancarie, persino la diagnosi medica collegata agli esami di laboratorio. Tutto questo sta succedendo oggi e domani (inteso come 2020-2025) a essere travolti saranno altri ambiti, come la contabilità, la consulenza legale (già oggi ci sono sistemi di AI che analizzano i contratti per individuare eventuali punti deboli) e decine di altri impieghi “di concetto”. In un prossimo futuro è probabile (per non dire certo) che un software da 500 euro possa tranquillamente sostituire un impiegato che oggi costa 40.000 euro all’anno. Non è escluso, inoltre, che l’AI possa rimpiazzare in una manciata di anni anche quegli stessi manager che oggi sparano previsioni lisergiche sugli aumenti di occupazione legata all’evoluzione tecnologica.

Quello che sfugge ai suddetti manager, così cime agli alti papaveri del World Economic Forum, è l’impatto sociale che questa trasformazione avrà. Quella che stiamo attraversando è infatti una rivoluzione industriale che non colpisce, come al solito, gli strati più bassi e che può anche essere considerata come una sorta di selezione naturale darwiniana che spinge all’evoluzione. L’industria 4.0 colpisce esattamente nel mezzo e la sua conseguenza sarà quella di provocare una divaricazione sociale. Uno studio dell’Università di Oxford (citata anche da Internazionale settimana scorsa) sosteneva già nel 2013 che il 42% dei lavori negli USA poteva essere svolto da macchine. Con l’evoluzione tecnologica, questa sostituzione diventa sempre più economicamente conveniente e, soprattutto, coinvolge una percentuale decisamente superiore di lavoratori. Gli unici settori in cui l’AI non può pensare di sostituire l’uomo sono quelli dell’attività di cura, dell’assistenza agli anziani, ai bambini e simili. Attività che già oggi garantiscono redditi decisamente modesti e che in futuro, quando una massa sterminata di disoccupati non troverà altre alternative, rischia di sperimentare una fase di competizione al ribasso.

Insomma: nell’attuale sistema l’evoluzione tecnologica rischia di trasformarsi in un vero disastro, divaricando (ulteriormente) le diseguaglianze tra chi vive di lavoro e chi vive di rendita, disintegrando la permeabilità sociale e condannando la maggioranza della popolazione alla miseria e alla marginalizzazione. L’unica soluzione possibile è quella di cominciare a ragionare su un cambio di sistema, che spezzi la logica capitalista, che abbandoni la concezione del lavoro come strumento per ottenere i mezzi di sussistenza e ne cambi la prospettiva, trasformando l’attività delle persone in un contributo “disinteressato” alla collettività. Una rivoluzione culturale che non può certo avvenire in una manciata di anni, ma che richiede un percorso le cui tappe (riduzione dell’orario di lavoro, approfondimento del reddito di cittadinanza incondizionato) già si intravedono nelle analisi più avanzate di chi si occupa del tema. Un tempo la chiamavamo utopia. Oggi è realismo.

Articolo tratto dal Granello di Sabbia n. 36 di Settembre - Ottobre 2018: "Crisi: 10 anni bastano"

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