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Il tramonto dei cavalieri bianchi

KKK Valerio Evangelisti

di Valerio Evangelisti 

Mago Imperiale quale capo supremo, Gran Ciclope e Gran Dragone come suoi luogotenenti... I nomi pittoreschi dei dignitari del Ku Klux Klan restano gli stessi contemplati nel “Klorano”, il manuale a uso dei militanti redatto attorno al 1915. Ma se il Klan cavalca ancora (anzi, “klavalca”, per usare il suo gergo in cui alla c o alla k si sostituisce “kl”) è oggi indebolito. L’attentato di Oklahoma City, che il 19 aprile 1995 fece 168 morti e indusse il presidente Clinton a una dura stretta contro l’estrema destra americana, ha, se non spazzato via, quanto meno fiaccato le “Milizie” (piccoli eserciti privati dall’ideologia razzista e cristiano-integralista) a cui i klansmen si erano legati.

Oggi non esiste un unico Ku Klux Klan, ma una miriade. Hanno i loro siti Internet, celebrano occasionalmente i loro riti, si esibiscono con mantelli e cappucci. Ma Maghi Imperiali e Gran Dragoni litigano costantemente, si insultano in diretta tv, si contendono anche a pugni le spoglie del cosiddetto Invisibile Impero. La loro influenza è scarsa: le fortune di David Duke, ex Mago Imperiale già membro del parlamento della Louisiana e candidato presidenziale, sono precipitate da un decennio. Nessun gruppo economico degno di nota finanzierebbe un qualsiasi Klan. Il reclutamento langue. 

Non è sempre stato così. Lasciamo perdere l’origine semi-mitica del KKK, nato nel 1865 nel Tennessee quale reazione alla vittoria unionista nella guerra civile americana. Di quel periodo rimase solo il nome pittoresco, deformazione del greco “kyklos”, circolo. Fatto oggetto di leggi repressive, dopo pochi anni perse ogni ragion d’essere con il varo, negli Stati del Sud, della segregazione razziale.

Il vero Klan vide la luce alla fine della prima guerra mondiale, quando si aggravò il problema della disoccupazione, specie dei reduci, e molti americani bianchi cominciarono a temere la concorrenza, sul mercato del lavoro, delle minoranze (neri, ma anche ebrei, italiani, slavi, ispanici, cattolici in genere, e operai sindacalizzati). Il film di Griffith Nascita di una nazione fu il viatico indispensabile per la rinascita. La pellicola di Griffith, tanto artisticamente riuscita quanto odiosa nei contenuti, fu promossa con sfilate di cavalieri biancovestiti, e ottenne un clamoroso successo di pubblico. Persino il presidente Wilson la lodò, asserendo che coincideva con i suoi ideali. In alcuni villaggi del Sud si sparò contro il perfido nero che, sullo schermo, minacciava la purezza della bianca protagonista. Il Klan si era da poco ricostituito, con i suoi richiami a una mitologia inesistente ricca di Maghi e Dragoni, in apparenza non tanto cristiana (sebbene il suo creatore fosse un ex pastore metodista, William J. Simmons). Bastò un film ad assicurargli un successo impensabile fino a pochi mesi prima.  

Gli anni Venti furono quelli dei linciaggi, della massima crescita dell’organizzazione, della marcia su Washington di 40.000 klansmen, circa la centesima parte di quelli esistenti (di cui mezzo milione di donne). Il Klan controllava le elezioni locali in molte cittadine del Sud, aveva un manipolo di congressisti alleati, godeva di sovvenzioni cospicue. I giudici, che negli Stati Uniti sono funzionari eletti, chiudevano volentieri un occhio, se non due, sui delitti razziali. Non parliamo degli sceriffi. Numerosissimi pastori protestanti accoglievano gli uomini del Klan nelle chiese e li benedicevano. Addirittura un giudice della Corte Suprema, Hugo Black, tolse il mantello bianco solo al momento di assumere la nuova carica. Era uno dei sedici senatori apertamente affiliati al KKK.

La crisi, in un clima tanto favorevole, sopraggiunse dall’interno. Maghi e Dragoni erano spesso anche delinquenti (il Mago Imperiale dell’Indiana finì all’ergastolo, nel 1925, per un omicidio a sfondo sessuale), ma soprattutto erano evasori fiscali. Quando la polizia tributaria mise il naso nei loro registri furono travolti da uno scandalo che decimò il KKK e lo seppellì sotto un debito di 650.000 dollari. Non morì, però, il rancore sociale che lo alimentava.

Ci volle un’altra guerra, con i soliti problemi di disoccupazione e di odio verso le minoranze etniche che “rubavano” il lavoro, perché il Klan risorgesse per la terza volta. Però fu un parto plurimo, con diverse organizzazioni recanti lo stesso nome. La più importante: il KKK dell’ostetrico Samuel Green, con base nella Georgia. Quasi altrettanto considerevole il KKK della Louisiana, diretto dall’“Imperatore Imperiale” Lycurgus Pinks. Ma la filiazione più significativa fu forse un Klan diffuso al Nord, nella regione di Chicago: la Legione Nera.

A parte l’estetica dei paramenti (cappucci e mantelli neri anziché bianchi), la Legione si imparentava ai nuovi Klan per i nemici individuati: i sindacalisti, assimilati tout court ai “comunisti”. Se poi il sindacalista era pure nero, la violenza dei legionari non aveva limiti. Fu il caso del padre di Malcolm X, legato sui binari all’arrivo di un treno.

Legione e vari Klan imperversarono per la seconda metà degli anni ’40 e per buona parte degli anni ’50. La prima, più fragile, fu sgominata anche grazie a un film interpretato da Spencer Tracy, e a un romanzo di successo – Legione nera, appunto – dello scrittore e sceneggiatore di sinistra Albert Maltz. Quanto al Klan principale, quello di Samuel Green, ricevette un colpo decisivo da un giornalista coraggioso, Stetson Kennedy.

Kennedy, tuttora in vita, si infiltrò nel KKK di Green, entrò a far parte delle squadre d’azione e poté così documentare una serie impressionante di atti di violenza. Rivelò anche la contiguità dei klansmen con gruppetti di ispirazione nazista, cosa che a molti americani, a soli dieci anni dalla conclusione della guerra, riusciva indigesta. La testimonianza di Kennedy – raccolta in vari libri di cui uno solo, Sono stato nel Ku Klux Klan, tradotto in italiano nel 1958 – riuscì però a danneggiare unicamente i Klan della Georgia, mentre gli altri uscirono illesi. 

Dopo la soppressione della segregazione razziale nel Sud, nel 1954, le molte articolazioni autonome del KKK, rimpicciolite rispetto al passato (circa 70.000 aderenti alla fine degli anni ’50), si incattivirono. Sparì di fatto la distinzione tra militanti ordinari e squadre d’azione, la violenza si moltiplicò. Ricominciarono i linciaggi, gli attentati dinamitardi, le fustigazioni di neri. Tutti impuniti, a parte la condanna nel 1957 di sei uomini che avevano sequestrato e castrato un certo Aron. Il caso era troppo clamoroso e i giudici furono severi. In tanti altri processi continuarono invece a mostrarsi compiacenti.

Ma le vittime del KKK iniziavano a reagire. Il movimento per i diritti civili acquistava peso, fiancheggiato da gruppi ancor più radicali. La violenza del Klan superò ogni limite e, tra il 1963 e il 1965, diede vita all’ultima stagione di terrore razzista. Si cominciò il 25 settembre 1963 con l’uccisione di quattro ragazzine di colore a Birmingham. Colpevoli, militanti dell’United Klans of America Inc. del Mago Imperiale Sheldon. Condannati per reati minori e scarcerati poco dopo. Si continuò con l’uccisione, nel Mississippi, di tre giovani militanti antisegregazionisti (è la storia narrata dal film Mississippi Burning in chiave consolante), il 20 giugno 1964. Colpevoli, alcuni aderenti al gruppo White Knights, tra cui diversi poliziotti, uno sceriffo e un vicesceriffo. Dopo varie traversie giudiziarie, i colpevoli principali sono stati condannati in via definitiva solo qualche anno fa.

Il 2 luglio 1964 L’United Klans uccise Lionel Penn, ufficiale nero dell’esercito. Il 25 marzo 1965 fu assassinata a Montgomery, Alabama, l’attivista dei diritti civili Viola Liuzzo. In entrambi i casi gli assassini furono assolti in prima istanza.

Questa volta il KKK si era spinto troppo oltre. Il presidente Johnson riattivò contro il Klan gli strumenti usati nel decennio precedente contro i comunisti: il Comitato contro le attività antiamericane e l’FBI. Il Dipartimento della Giustizia convinse la Corte Suprema a impugnare le varie sentenze di assoluzione. Non tutti i metodi usati furono ortodossi (fu una sorta di prova generale dei sistemi spicci che, nei ’70, sarebbero stati impiegati contro le Pantere Nere), però il Klan ne uscì con le ossa rotte. Non è più risorto, se non quale componente minore del movimento chiamato White Power. Tute mimetiche in luogo dei mantelli, croce celtica al posto dei cappucci. Poi Oklahoma City, il 19 aprile 1995, ha dato il colpo di grazia.

Il Mago Imperiale Jeff Barry può sbraitare quanto vuole contro le componenti moderate del KKK (oggi esistono persino i klansmen socialdemocratici). La destra americana ha ben altri strumenti. Agli ultimi esponenti del Ku Klux Klan non resta che esibirsi un po’ pateticamente nei loro abiti tradizionali. Una sorte, paradosso della storia, comune agli ultimi Apaches nei villaggi western per turisti.           .    

Articolo tratto dal Granello di Sabbia n. 34 di Maggio - Giugno 2018: "L'epoca del rancore. Nuove destre e nuovi razzismi"

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