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Migrazioni: a chi giova l’emergenza?

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di Roberto Guaglianone

Ormai lo sanno anche i bambini che le migrazioni sono un fenomeno strutturale, dato che esiste da quando esiste l’umanità.  Tuttavia la gestione politica delle migrazioni è improntata, ultimamente anche nei Paesi storicamente più avveduti e pianificatori (europei e non), all’emergenza.

Eppure a parlare chiaro sono i numeri: si pensi all’Europa (si legga: Italia e, in piccola parte, Grecia e Spagna), dove il numero dei migranti in arrivo è costante negli ultimi 4 anni. Anzi, nell’ultimo – come dimostrano i dati nostrani - persino in diminuzione, a causa degli accordi con il cosiddetto stato libico. Che fanno seguito a quelli con la dittatura turca per chiudere le porte orientali del continente.

Ma non solo: a parlare chiaro è anche la qualità dei flussi, le nazionalità e – all’interno di esse – le zone di provenienza, che testimoniano la crescente presenza di flussi misti (migranti e rifugiati), che tali possono essere denominati solo a causa dell’arretratezza della normativa europea sul tema delle migrazioni.

Infatti non sono presenti strumenti adeguati al riconoscimento del crescente numero di rifugiati ambientali, tra i quali sono certamente compresi quei “migranti economici” (definizione pessima quanto artificiosa),  che però spesso sono in fuga dalle conseguenze economiche di squilibri creati dall’intervento sugli ambienti di vita delle grandi agenzie economiche degli Stati (ONU, Banca Mondiale, fondi sovrani) o dei privati (multinazionali e affini).

Anche questo contribuisce attivamente a rendere molto più indistinto un quadro migratorio, altrimenti chiarissimo quanto a cause ed effetti della sempre più accentuata diseguaglianza globale.

In questo “brodo di coltura” sguazzano i diversi imprenditori politici della xenofobia, ormai difficilmente distinguibili per appartenenza politica, accomunati come sono dalla “parola d’ordine” dell’emergenza.Tanto più falsa, quanto più capace di dirottare consensi a favore di chi vi investe con maggiore pervicacia.

L’Italia, che nei taciti accordi europei funge da frontiera sud, è paradigmatica da questo punto di vista, come anche il dibattito elettorale sta dimostrando in queste settimane di sfondamento della tenuta civile del parlato e dell’agito pubblico.

Eppure il nostro paese avrebbe risorse importanti, ancorché previste dalla normativa, come frecce al proprio arco per immaginare e soprattutto praticare una politica migratoria non improvvisata o, peggio, volutamente emergenziale. Stiamo parlando della ormai più che decennale presenza del famigerato SPRAR.

Il “Sistema di protezione per Richiedenti Asilo e Rifugiati”, strappato da ANCI e UNHCR alla Bossi-Fini nel 2002, è operativo nome dal 2005, anno di promulgazione dei regolamenti attuativi della legge 189/2002. Si tratta di un sistema, unico in Europa nel suo genere, che si occupa non solo di ottemperare agli obblighi continentali di accoglienza, che riguardano i soli richiedenti asilo, ma anche di accompagnare verso l’inclusione sociale (“accoglienza integrata”) i nuovi cittadini stranieri titolari di una forma di protezione internazionale. Il tutto con una forte titolarità pubblica, essendo i progetti in capo ai Comuni (coordinati da un apposito ufficio di regia dell’ ANCI, chiamato Servizio Centrale) ed eventualmente affidati da questi ad enti attuatori anche del terzo settore, su cui si esercita un rigido controllo rendicontativo.

Un sistema che unisce la territorialità dell’intervento, peraltro su quote di persone proporzionali alla popolazione, alla trasparenza amministrativa nel Paese che sul business dei migranti ha visto fiorire di tutto, da Mafia Capitale in giù.

L’esatto contrario, insomma, del sistema di accoglienza straordinario, che coesiste, in Italia, con quello comunale. Si tratta degli altrettanto famigerati (ma negativamente) Centri di Accoglienza Straordinaria (CAS), che insieme a quelli “ministeriali”, già CARA, in parte trasformati in hotspot di dubbia costituzionalità, formano la parte del “sistema” di accoglienza più sottratta non solo al controllo contabile, ma anche finalizzata alla sola accoglienza, senza che l’inserimento sociale dei suoi ospiti sia tra le sue prerogative.

Il paradosso più evidente è che la stessa legge vigente, il D.Lgs. 142/2015, seppur con le successive modifiche restrittive fortemente volute dal ministro Minniti, indica nello SPRAR quello che dovrebbe essere il sistema ordinario di “accoglienza integrata” dei richiedenti e titolari di protezione internazionale, lasciando ai centri ministeriali una funzione iniziale di “ridestinazione” (dagli hotspot anche verso l’estero, purtroppo) e di mera “accoglienza” (nei CAS, pochissimi dei quali vengono gestiti con un occhio all’integrazione, spesso da enti che hanno in carico anche degli SPRAR) dei richiedenti asilo  – che non sono mai “clandestini”, cioè irregolari, giova ricordarlo - nemmeno se ricorrenti avverso una prima risposta negativa alla loro richiesta dello status di rifugiato, per cui godono, da Minniti in poi, di un grado di giudizio in meno, con grave vulnus costituzionale.

Nonostante le previsioni di legge, lo SPRAR conta oggi su 30mila posti e il sistema dei centri ministeriali e  dei CAS su 170mila. Cioè l’esatto inverso di quanto indicherebbe non solo la normativa, ma anche qualsiasi logica di “governo” del fenomeno, o meglio di garanzia dei diritti costituzionali dei migranti e rifugiati, tra cui quello a vivere in sicurezza nel Paese che li sta accogliendo.

Qualche segnale di speranza arriva dal 2017 appena concluso, quando lo SPRAR è praticamente raddoppiato, anche grazie alla cosiddetta “clausola di salvaguardia”, che dovrebbe evitare ai Comuni che aderiscono allo SPRAR il posizionamento di CAS (spesso sproporzionati e mal gestiti) sul proprio territorio, premiando anche economicamente l’ente locale che aderisce al Sistema di Protezione.

Come si intuisce dai numeri, siamo ancora molto lontani dal modello virtuoso, la cui evidente convenienza è chiara alla politica sin dai tempi degli afflussi meno evidenti, quando rappresentava la maggioranza delle accoglienze presenti sul territorio (prima del 2008), ma di cui tutti paiono essersi dimenticati. Perché?

Quello che manca è l’obbligatorietà dello SPRAR, invocata sin dalla sua nascita dagli operatori più avveduti, oltre che dai funzionari più smarcati dalle dinamiche di consenso elettorale. In effetti, un sistema di “accoglienza integrata” capace di accompagnare – nella loro specificità anche giuridica, ma soprattutto umana – le persone ospitate verso un’inclusione sociale “ordinaria” sarebbe una scelta dirompente per molta imprenditorialità politica della paura, in quanto ne andrebbe a disinnescare profondamente le basi, radicate ovviamente sulla mala gestione dei centri prefettizi, oltre che sulla sostanziale inesigibilità dei diritti da parte dei richiedenti asilo che vi transitano.

In caso di mancato ottenimento di una forma di protezione in sede di Commissioni territoriali (il “primo grado” di giudizio), situazione che riguarda meno del 60% (e non il 95%, come si dice correntemente, riferendosi a una sola tipologia di status di protezione riconosciuta) dei richiedenti asilo, che si riduce del 75% dopo il ricorso in tribunale, questi cittadini stranieri sono “condannati” all’irregolarità tanto quanto i loro “colleghi” con un permesso di soggiorno per lavoro che l’hanno perso, a causa della mai modificata legge Bossi-Fini, una “fabbrica di irregolarità” funzionale all’incremento della cosiddetta emergenza. Spesso tentano la via di altri Paesi UE, incrementando i traffici di persone, questa volta non nel deserto o nel mare, ma all’interno del territorio continentale.

A chi giova, dunque, non attuare un sistema più attento ai diritti degli accolti e della società accogliente, più efficace nei meccanismo di integrazione territoriale, addirittura più economico e spesso generativo di una fiorente “economia locale dell’immigrazione”, se non agli speculatori elettorali e politici dell’insicurezza emergenziale, così cara al paese dei terremoti, del dissesto idrogeologico e della crescente militarizzazione della società? 

La risposta a questa domanda è evidente. 

Meno, la volontà – che dobbiamo fortificare dal basso – di una vera e propria “riconversione solidale della società e dei territori” attraverso cui passa la tenuta democratica e partecipativa italiana ed europea.

Articolo tratto dal Granello di Sabbia n. 33 di Marzo - Aprile 2018: "Fuori dal mercato"

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