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Debito Pubblico: fra verità e ideologia

DropTheDebt

di Marco Bersani

Il debito pubblico è un tema che dovrebbe essere posto al centro della discussione politica e culturale, soprattutto nell'imminenza di un appuntamento elettorale che dovrebbe vedere le forze politiche cimentarsi in maniera approfondita su questo tema, ma che, al contrario, paiono in tutt'altre faccende affaccendate.

O, meglio, sembrano quasi tutte impegnate nel medesimo gioco di prestigio: far credere che siano realizzabili tutte le promesse messe in campo senza mettere in discussione l'attuale dinamica sul debito imposta dai vincoli europei, da Maastricht al Fiscal Compact, passando per il Patto di stabilità e il Pareggio di bilancio.

Diversi opinionisti sui giornali mainstream hanno più volte posto l'accento sulla necessità di un'operazione di verità sul debito pubblico; è questa, del resto, la ragione primaria, per la quale da più di un anno è nato Cadtm Italia (Comitato per l'annullamento dei debiti illegittimi) che ha recentemente tenuto un importante seminario internazionale sul tema a Pescara.

Peccato che, alle buone intenzioni, i suddetti opinionisti non facciano mai seguire una conseguente analisi, ritrovandosi così nella folta compagnia di quelli che si ostinano a riproporre il mantra del debito causato dall'eccesso di spesa pubblica e dall'insieme “sprechi/clientelismo/corruzione”.

Eppure, guardando i dati, non dovrebbe essere difficile approdare ad una prima verità.

La più importante impennata - un vero e proprio raddoppio - del debito pubblico italiano si è avuta nel decennio 1982-1991 ed è stata conseguente all'avvento della dottrina liberista, con la liberalizzazione dei movimenti di capitali e la progressiva privatizzazione dei sistemi bancari e finanziari: è, infatti, del 1981 il divorzio fra Ministero del Tesoro e Banca d'Italia, con la fine, da parte di quest'ultima, del ruolo di acquirente di ultima istanza a tassi d'interesse predeterminati dei titoli di finanziamento emessi dallo Stato.

Questa scissione ha provocato un forte innalzamento dei tassi di interesse, che ha fatto passare il nostro rapporto debito/pil da sotto il 60% ( dato invariato dal 1960) del 1981 a oltre il 120% del 1992.

Per scoprire una seconda verità occorre andare a vedere un altro dato: la spesa pubblica.

La favola per cui gli italiani abbiano vissuto al di sopra delle loro possibilità non trova infatti alcun riscontro nella realtà.

La spesa pubblica (al netto degli interessi) nel nostro Paese è passata infatti dal 42,1% del Pil nel 1984 al 42.9% nel 1994, mentre nello stesso periodo la media europea vedeva un aumento dal 45,5% al 46,6% e quella dell'eurozona dal 46,7% al 47,7%.

Come si vede, la spesa pubblica italiana, sia in percentuale assoluta, sia in percentuale di aumento, si è costantemente posizionata a livelli inferiori rispetto al resto dell'Ue e dell'eurozona.

E se la spesa pubblica italiana è stata ulteriormente falcidiata dall'insieme costituito da sprechi/clientelismo/corruzione, ciò ha solo reso ancor peggiori le condizioni di vita della fasce deboli delle popolazioni che, in quegli anni così come oggi, tutto hanno fatto tranne che sperperare.

Più che un problema di spesa pubblica, quello del nostro Paese è stato, e continua ad essere, un problema di insufficienza di entrate (nel periodo sopra considerato, inferiori di 10 punti a quelle di Francia e Germania), dovute ad una gigantesca evasione fiscale e ad una fiscalità che, da allora ad oggi, ha continuato a scaricarne gli oneri dai grandi patrimoni al mondo del lavoro.

Una terza verità è facilmente riscontrabile, analizzando un'altra categoria: l'avanzo primario.

Dal 1990 ad oggi, l'Italia ha chiuso il bilancio in avanzo primario 26 volte su 28 (nel 2009 -0,9% e in pareggio nel 2010).

Quindi, non solo non ha speso in eccesso, ma addirittura al di sotto delle pur basse entrate.

Questo fatto comporta che, nel medesimo periodo, gli italiani che hanno pagato le tasse hanno dato allo Stato 750 miliardi in più di quello che hanno ricevuto in termini di servizi.

Da questi brevi dati sorge spontanea la domanda: chi è in debito con chi?

Perché dunque l'Italia continua ad essere uno dei paesi più indebitati al mondo?

Per il circolo vizioso degli interessi sul debito che ci ha costretti a pagare, dal 1980 ad oggi, oltre 3.400 miliardi di euro su un debito che continua ad essere di 2.250 miliardi, e che ogni anno si autoalimenta senza soluzione di continuità.

La verità sul debito è di conseguenza essenziale per comprendere l'utilizzo ideologico che ne viene fatto, come shock per ottenere rassegnazione sociale all'approfondimento delle politiche di austerità, di precarizzazione dei diritti, di mercificazione dei beni comuni e di privatizzazione del patrimonio e dei servizi pubblici, a tutto vantaggio dei grandi interessi speculativi, che su questi settori hanno necessità di investire una parte dell'enorme massa di denaro accumulata in questi decenni sui mercati finanziari.

D'altronde, se il debito non fosse una trappola ideologica, perché la gran parte delle misure prese per la sua riduzione è stata scaricata sui Comuni, nonostante l'apporto di questi al debito pubblico non superi il 1,8%?

Con il risultato che, mentre i Comuni, nel periodo 2010-2016, hanno aumentato le imposte locali di 7,8 miliardi, le risorse complessive di cui dispongono sono oggi inferiori di 5,6 miliardi rispetto a quelle che avevano nel 2010.

Come si vede, mettere mano alla questione del debito è una priorità per l'intera collettività nazionale, ma in un senso inverso rispetto alla narrazione mainstream: per questo diviene urgente la costituzione di una Commissione indipendente e popolare per l'audit sul debito pubblico nazionale.

Perché, se il debito è pubblico, tutte e tutti abbiamo il diritto di conoscerne l'origine, la legalità delle  modalità con cui è stato contratto, la legittimità e la sostenibilità degli obiettivi e degli interessi a cui è stato finalizzato, così come tutte e tutti abbiamo il diritto di decidere come agire in merito.

Perché il futuro è troppo importante per delegarlo agli indici di Borsa.

Articolo tratto dal Granello di Sabbia n. 32 di Gennaio-Febbraio 2018: "Debito globale: come uscirne?"

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