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Quale lavoro per quale società

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di Marco Bersani

Nell’epoca dell’economia del debito, cifra della fase contemporanea assunta dal capitalismo, il lavoro è costantemente sotto attacco. 

Le ragioni della nascita dell'economia del debito sono, infatti, da ricercare nelle dinamiche economico-sociali affermatesi all'inizio degli anni '70 del secolo scorso, quando si conclude il periodo dei “Trenta gloriosi”, ovvero il trentennio di crescita dell'economia, iniziato dopo la seconda guerra mondiale. L'elevata inflazione, la progressiva crescita dei salari e l'enorme aumento della produzione, con una tendenziale saturazione dei mercati, produssero in quei decenni una significativa erosione dei profitti. 

Nasce qui il durissimo scontro tra capitale e lavoro degli anni '80, conclusosi con la vittoria del primo e il progressivo affermarsi della dottrina liberista. La sconfitta politica del lavoro comportò un progressivo arretramento dello Stato nell'intervento socio-economico, l'affermarsi delle politiche di privatizzazione e lo smantellamento delle tutele dello stato sociale. 

La contrazione salariale, la riduzione dei redditi e la diminuzione degli investimenti dovevano a quel punto essere sostituiti da nuovi meccanismi che favorissero consumi e produzioni. In questo quadro si afferma l’economia del debito, che diventa il vero motore economico degli ultimi decenni. In altre parole, si persegue la crescita con mezzi non convenzionali e si avvia un imponente e crescente processo di indebitamento dei consumatori e delle imprese in modo da garantire i consumi anche in una situazione di drastica contrazione dei redditi e dei salari. 

La finanziarizzazione diventa l’impalcatura della nuova economia del debito.

Tre decenni dopo l’avvio del processo di finanziarizzazione, nel pieno della crisi economica globale, la necessità di reinvestire l’enorme massa di denaro accumulata in questi decenni sui mercati finanziari comporta il tentativo di mercificazione dell’intera società, della natura e della vita stessa delle persone. Rotto il compromesso sociale fra capitale e lavoro, che aveva caratterizzato tutto il dopoguerra e delineato l’originalità del modello sociale europeo, la crisi sistemica del liberismo sta investendo tutti i terreni finora tenuti fuori dal mercato (beni comuni, servizi pubblici) o quei territori che, per quanto legati al binomio domanda-offerta, erano stati per decenni pubblicamente regolati con garanzie sociali, come il lavoro.

Dentro il tentativo di sottoporre tutto a valorizzazione finanziaria il modello capitalistico sembra essere inarrestabile, al punto da poter erodere progressivamente la stessa democrazia, che, se non viene intaccata nei suoi riti formali –il voto periodico- è tuttavia espropriata di tutti i suoi elementi sostanziali dalla progressiva localizzazione dei poteri reali fuori dalle assemblee elettive.“Il Governo approva la manovra e attende con ansia la riapertura delle Borse per conoscere il giudizio dei mercati”. È sufficiente questo, ormai usuale, titolo di giornale a rivelare l’incubo dentro il quale è precipitato l’intero pianeta all'epoca dell'economia del debito. Come divinità dell’antica Grecia, i mercati sono diventati una realtà “astratta e impersonale” che domina le vite delle persone, le economie delle società, le istituzioni politiche. E, analogamente alle divinità dell'antica Grecia, pur essendo inavvicinabili e inconoscibili, i mercati provano emozioni: possono dare e togliere fiducia, divenire euforici o collerici, entrare in fibrillazione o turbarsi. E alle popolazioni non resta altro da fare se non continui sacrifici in loro onore, sperando di ingraziarli per suscitare la loro benevolenza o per mitigarne la collera.

Per quanto all’apparenza inarrestabile, il capitalismo non gode tuttavia di buona salute: la crisi globale in cui è immerso è una crisi sistemica, dentro la quale il modello si sta impantanando in un circolo vizioso di cui fatica a vedere una via d'uscita strategica. Per questo si trova a praticare conferocia l'obiettivo della perpetuazione di sé attraverso scelte di respiro sempre più corto che, pur avendo risvolti drammatici per la gran parte delle popolazioni, ne amplificano le contraddizioni.Il fatto è che, dopo solo tre decenni dalla “vittoria sul comunismo” e dalla “fine della storia”, il capitalismo non può già più proporsi come un orizzonte generalizzato di benessere e, su questo, costruire un altrettanto generalizzato consenso; al contrario, può giocare la propria sopravvivenza solo sull'espropriazione feroce dei diritti delle persone, dei beni comuni e della democrazia.

La contraddizione è tanto più evidente nei messaggi che l'economia del debito veicola: da una parte, in ogni telegiornale e talk show ci viene proposta l'immagine etico-morale dell'”uomo colpevole” del debito, perché non lavoriamo abbastanza, andiamo in pensione troppo presto, sperperiamo e viviamo costantemente al di sopra delle nostre possibilità; dall'altra, ad ogni pausa pubblicitaria degli stessi telegiornali e talk show, la necessità che continuiamo a comprare e consumare ci trasmette l'immagine dell'”uomo innocente e spensierato” che merita di possedere ciascuna delle merci paradisiache che sfilano sullo schermo. Un paradiso di consumi che, per poter essere attraversato, necessita di una iniziale rimozione della responsabilità (e di un nuovo prestito in banca), salvo poi essere trasformato in una grave colpa (e in un nuovo debito da onorare).

Dentro queste contraddizioni, da diritto individuale e collettivo il lavoro è stato da tempo trasformato in dovere di dimostrarsi occupabili, ovvero più convenienti dell’altro, con cui si compete quotidianamente sul mercato, fino a rendere la precarietà l’unico orizzonte esistenziale e a mettere in atto le forme più spinte di precarizzazione del rapporto di lavoro, siano esse la schiavitù manu militari del caporalato agricolo nelle campagne pugliesi o i raffinati contratti di lavoro gratuito per fare curriculum (economia della promessa) dei giovani assunti dall’Expo di Milano.  

Del resto, non mancano i tentativi di inquadramento teorico di questo nuovo paradigma: dall' “occupabilità” definita, sul sito del Ministero del Lavoro, come “La capacità delle persone di essere occupate, e quindi di cercare attivamente un impiego, di trovarlo e di mantenerlo“, ai “lavoratori imprenditivi” dell'ultimo rapporto di Federmeccanica. 

Dentro le medesime contraddizioni, il modello liberista ha profondamente eroso le possibilità di programmazione generale delle scelte economiche, riducendo il tempo delle scelte alla profittabilità immediata del capitale privato individualmente investito e pregiudicando, di conseguenza, ogni possibile confronto sugli obiettivi generali e sui tempi che guardino al medio e lungo termine. In questo quadro, la nuova rivoluzione tecnologica in atto, la cosiddetta “Industria 4.0”, con la prevedibile sostituzione, attraverso l'automazione, di 3-4 milioni di posti di lavoro, invece che divenire la collettiva possibilità di un futuro diverso per il lavoro e la società, rischia di paventarsi come una nuova fase di impoverimento di massa.

Ma i nodi rimangono irrisolti. I cambiamenti climatici in corso, la drammatica diseguaglianza sociale a livello planetario, le guerre e i conflitti permanenti, le migrazioni di massa impongono ormai un radicale cambiamento di rotta: il modello capitalistico va abbandonato, mentre diviene urgente la costruzione di un altro modello economico che sia socialmente ed ecologicamente orientato

In questo senso, la riappropriazione collettiva della ricchezza sociale, dei beni comuni e della democrazia sono strettamente connesse e divengono l'unica possibilità per un futuro degno per tutte e tutti.

Va posta con forza la questione del lavoro e della produzione: se oggi il lavoro è orientato allo sfruttamento dell'uomo sull'uomo (e sulla donna) e dell'uomo sulla natura, occorre riporre il tema del “cosa”, “come” e “per chi” produrre, aprendo la strada alla drastica riduzione del tempo di lavoro, alla redistribuzione sociale del lavoro necessario, e al diritto ad un reddito universale di esistenza.

Va posta, inoltre, la questione della territorializzazione dell'economia, secondo il principio per cui “tutto quello che può essere prodotto in un dato territorio, lì deve essere realizzato”, consentendo progressivi percorsi di auto-organizzazione sociale ed economica dal basso e a livello delle comunità territoriali.

Va affrontato, infine, il tema delle risorse necessarie per questa radicale trasformazione sociale. Uscire dalla trappola del debito diviene la pre-condizione per rimettere in campo una possibilità di futuro collettivo, annullando tutti i debiti illegittimi ed odiosi e procedendo ad una radicale redistribuzione della ricchezza sociale, che ponga negli archivi della storia l'incredibile dato attuale di 8 persone, le più ricche sul pianeta, che dispongono di un patrimonio equivalente alla ricchezza totale posseduta da 3,6 miliardi di persone, la metà più povera del pianeta stesso.

Si tratta, in ultima analisi, di procedere ad un rovesciamento radicale dei concetti di spazio e di tempo, così come imposti dalla dottrina neoliberale: se in quest'ultima, lo spazio si amplifica a dismisura, fino a trasformare l'intero pianeta in un unico grande mercato, e il tempo delle scelte si restringe drasticamente, fino a considerare come scadenza l'indice di Borsa del giorno successivo, occorre immaginare un modello sociale che operi inversamente, restringendo lo spazio verso l'ambito auto-organizzato delle comunità territoriali, ed estendendo esponenzialmente il tempo delle scelte, la cui misura dev'essere il buen vivir delle future generazioni.

Articolo tratto dal Granello di Sabbia n. 31 di Novembre-Dicembre 2017: "Lavoro e non lavoro

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