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Geopolitica, conflitti sociali, democrazia partecipativa. Dalla partecipazione all’autodeterminazione (parte II), di Pino Cosentino, il granello di sabbia n.24, maggio-giugno 2016

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di Pino Cosentino, dal granello di sabbia n.24, maggio-giugno 2016 

“Autodeterminazione”: è parola generalmente usata per indicare il diritto dei popoli di decidere liberamente il proprio sistema di governo e tutto ciò che riguarda la propria organizzazione sociale. È evidente che, senza autodeterminazione, la partecipazione come esercizio di sovranità non ha alcun senso. Se l’obiettivo strategico è “il governo del popolo”, la partecipazione, ossia il popolo organizzato in soggetto collettivo, non deve riconoscere nessun ente a sé superiore. Siamo però così abituati a pensare che il potere scenda dall’alto, che ci risulta difficile concepire un potere che salga dal basso, dalle comunità locali. 

La dottrina politica oggi idonea a portare l’umanità a un livello superiore, più giusto e più funzionale, di organizzazione sociale, e al tempo stesso di sviluppare le potenzialità positive della persona, è sufficientemente chiara nei suoi aspetti teorici. Per essere anche una strategia va implementata, considerando lo scenario geopolitico e tutte le variabili pertinenti. La domanda dalla quale partire è come sia possibile stabilire il governo del popolo in Italia, in questo inizio di terzo millennio? Ovviamente non è qui possibile un esame completo della questione, ma, molto in breve, si possono elencare alcuni punti: 

1. L’obiettivo è maturo? Esistono le condizioni? Il popolo è in grado di autodeterminarsi, senza affidarsi a élite ad esso esterne? La riposta è affermativa. Oggi non esistono, sul piano culturale, due mondi nettamente separati, come anche solo qualche decennio fa. Il mondo della gente comune e il mondo dei “signori” partecipano della stessa cultura. Le differenze sono di ordine economico, ma le conoscenze e le competenze sono diffuse a tutti i livelli. Anche le differenze di status sono fragili e mobili. La differenza tra “mondo di sopra” e “mondo di sotto” esiste, ma il “mondo di sotto” non presenta nessun aspetto di inferiorità quanto a conoscenze e competenze. 

2. A fronte di ciò, le divisioni economiche sono in crescita, il “mondo di sopra” appare vittorioso su tutti i fronti. C’è un contrasto sempre più impressionante tra i fallimenti economici e politici di questo sistema e il dilagare della sua ideologia che continua ad espandersi pervasivamente senza battute di arresto, senza arretramenti. Così sembra, ma è davvero così?

3. Il “mondo di sopra” ha una precisa organizzazione geopolitica, imperniata sugli USA e sul loro sistema imperiale. Un sistema tanto basato sul soft power all’interno, quanto criminale all’esterno. L’Italia è parte dell’Unione Europea, che ormai si può considerare un vero e proprio Stato in formazione. L’unione Europea ha una propria ideologia ufficiale (il neoliberismo) e obbliga tutti gli Stati che ne fanno parte a sottomettersi agli interessi della finanza mondiale. 

4. L’Italia ha una duplice dipendenza (per gli apologeti: integrazione). Facendo parte della NATO, dipende dall’organizzazione militare degli USA. La politica economica è invece dettata dalla Germania. Il sistema sociale è lo stesso, si tratta di diversificazioni tra gruppi dirigenti, che possono diventare molto gravi fino a sfociare nella guerra. Così, presa tra due padroni, l’Italia ondeggia e traballa. 

5. Con la riduzione delle Province a enti di natura puramente amministrativa i livelli del potere politico si sono ridotti a tre: Comuni, Regioni e Stato.

6. La partecipazione-movimento può diventare istituzione e trasformare la natura del potere politico realizzando il governo del popolo se il popolo stesso si attiva autonomamente, riconducendo le istituzioni rappresentative alla loro funzione di assicurare la continuità del funzionamento della macchina amministrativa, e di predisporre le condizioni che permettano alla partecipazione di esercitare le proprie prerogative sovrane in modo consapevole, informato e formato, tramite un dibattito pubblico di alto livello. Questo può avvenire solo in ambiti ben delimitati: comuni o unioni di comuni, oppure, per i comuni maggiori, municipi o unità ancora più piccole. Dunque la direzione è: “Riprendiamoci il Comune”.

7. In questi ambiti debbono essere affrontate e decise tutte le questioni, anche di politica estera, non solo quelle di interesse locale. In tal modo i processi decisionali salgono dal basso verso l’alto. A nessun livello la rappresentanza deve prendere il sopravvento sulla partecipazione. Senza partecipazione non esiste autodeterminazione, e viceversa.

8. La priorità assoluta oggi è la costruzione della partecipazione. La rappresentanza, per come è oggi, è il cancro della democrazia. Non può guarire per processi interni, solo l’organizzazione popolare (partecipazione) può rovesciare il rapporto oggi esistente tra rappresentanza e un popolo inesistente, ridotto com’è a una moltitudine di individui isolati. Bisogna curare le problematiche individuali, le sofferenze dell’anima, con la forza espressa dal gruppo. Dobbiamo imparare a gestire i conflitti interpersonali in maniera costruttiva: questa è la chiave per fare comunità, e sarebbe un cambiamento culturale rivoluzionario, in cui risalterebbe il ruolo della metà femminile dell’umanità. 

9. Le comunità locali autodeterminantesi dovrebbero organizzarsi attorno alla centralità del lavoro, come creatore di benessere e ben vivere, sia nell’atto della sua erogazione, sia per i suoi frutti. Il lavoro, contrapposto alla finanza (attualmente misura di tutte le cose, valore principe e metro di ogni valore), dovrebbe essere posto come il fattore decisivo dell’organizzazione sociale, a cui la moneta, il credito, la finanza dovrebbero essere finalizzati. 

Meglio fermarsi a 9, evitando la sindrome di Mosè. Quanto ci eravamo proposti è stato svolto a sufficienza, per ora,nei limiti dello spazio disponibile. Restano molte questioni in sospeso, ci sarà modo di affrontarle.

Articolo tratto dal Granello di Sabbia n. 30 di Settembre-Ottobre 2017: "Democrazia Partecipativa

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