attac italia

Democrazia Made in USA

trump 2115838 580x414

di Marina Catucci

Donald Trump è il nuovo presidente degli Stati Uniti, è stato eletto battendo la rivale democratica Hillary Clinton, che è stata sconfitta prendendo 3 milioni di voti più di lui. Qualcosa di simile era accaduto nel 2000 ad Al Gore, sconfitto con mezzo milione di preferenze in più di George W. Bush, ma quelle elezioni avevano subito un broglio e non contano. L’esempio macroscopico delle contraddizioni del sistema americano è proprio quella di novembre 2016.

In America, per essere eletto presidente, contano gli Stati ed i delegati. I presidenti americani non vengono direttamente eletti dai singoli cittadini, ma da 538 grandi elettori, che si riuniscono a Washington il giorno delle elezioni nel Collegio Elettorale degli Stati Uniti per esprimere il loro voto rispetto allo Stato che rappresentano. È come se il voto fosse diviso in due fasi e può essere considerato un misto tra l’elezione del presidente del consiglio e quella del presidente della repubblica in Italia: il primo è infatti eletto direttamente dal popolo, mentre il secondo è eletto dalle Camere, quindi dai rappresentati del popolo, al Parlamento e al Senato. Se suona complicato, è perché lo è.

Questa tortuosa pratica è stata implementata per evitare che, in un Paese grande quanto un continente, il risultato elettorale lo stabilissero gli Stati più popolosi come la California o New York State, con buona pace del desolato Utah, per dire; ciò che ha invece generato a questa tornata è una Casa Bianca occupata da un presidente che la maggioranza degli americani odia.

La maggioranza degli americani è formata da almeno tre milioni di americani in più di quelli che han votato per Trump, a cui aggiungerei quelli che non hanno votato per Hillary perché avrebbero votato solo e soltanto per Bernie Sanders e nessun altro (contenti ora?), il 4% che ha votato per i verdi e il circa 9% che ha votato libertario. Tutta questa gente vede Trump come il fumo negli occhi e la sua amministrazione come l’elemento che sta rallentando il processo evolutivo americano.

Gli Stati Uniti sono un Paese fondamentalmente e in gran parte democratico, che vuole i matrimoni gay, l’aborto, la marijuana legale, i pannelli solari, la sanità e la libertà di credo; esistono poi problemi razziali grandi come elefanti in salotto, come i problemi di assestamento economico per aiutare quella classe media impoverita che non sa come reintegrarsi in un mercato del lavoro sempre diverso e sempre più leggero, ma di certo non è predominantemente composta da suprematisti bianchi. Come hanno mostrato dei video, poi diventati virali, per Spancer, il portavoce del gruppo che si autodefinisce orgogliosamente nazista, non è più possibile rilasciare un’intervista per strada senza che qualcuno sbuchi dal nulla e gli assesti un pugno in faccia per poi ritornare nel nulla da dove era sbucato.

Quando si mantiene inalterata una legge elettorale pensata qualche secolo prima, questo è ciò che può accadere: la maggioranza di un Paese si ritrova un presidente che detesta, le basi si polarizzano e in men che non si dica i neo nazi vengono presi a pugni in faccia, con buona pace della tradizione democratica per cui anche i nazisti han diritto di parola. Le ondate di manifestazioni iniziate a New York il giorno dopo l’elezione di Trump e che proseguono in tutta America non smetteranno a breve, portano in piazza numeri inusuali per gli Stati Uniti, come il milione e mezzo che ha sfilato a Washington per la Women March, il giorno seguente il semi deserto insediamento di Trump.

Quel giorno, in tutti gli Stati Uniti, han manifestato milioni di persone dando vita alla più grande manifestazione della storia Americana. Queste piazze piene sono fondamentali per far pressione sui rappresentanti del popolo eletti come delegati, che non possono scontentare chi li ha votati perché tra due anni, al midterm, potrebbero non rivotarli, e che quindi hanno mantenuto quel briciolo di sanità che è l’Obamacare; sono essenziali per le associazioni come quella per i diritti civili, la ACLU, che ha spinto i giudici ad opporsi legalmente a Trump e a fargli cancellare l’infamia che era il MuslimBan.

Probabilmente aveva ragione la signora newyorchese che il giorno seguente l’elezione di Trump era scesa a manifestare sotto l’odiata Trump Tower e che, a un ragazzo che le chiedeva fino a quanto sarebbe durato quel picchetto, ha risposto secca: “Quattro anni”.

Articolo tratto dal Granello di Sabbia n. 28 di Marzo-Aprile 2017: "Dov'è finita la democrazia?

Condividi

FacebookTwitterGoogle Bookmarks