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Che ne è delle frontiere in Europa?

di Giuseppe Campesi, Università degli Studi di Bari

Gli ultimi dodici mesi ci hanno posto di fronte ad una profonda crisi delle politiche migratorie europee. La quale, si è detto, è il riflesso della crisi dell’Unione, del progressivo indebolimento del progetto politico di una Europa federale, naufragato in una lunga e persistente crisi economica da cui gli egoismi nazionali hanno tratto alimento. Questa crisi può essere guardata anche dal punto di osservazione privilegiato rappresentato dalle frontiere perché è proprio lungo le molteplici frontiere d’Europa che essa si è dispiegata, con il suo carico di violenza poliziesca e filo spinato. La frontiera è, però, anche un punto di osservazione privilegiato per comprendere la crisi dell’Unione europea (UE) perché è proprio rivoluzionando la sua geopolitica tradizionale che il progetto politico europeo procedeva, se pure a fatica, verso quello che appariva un inevitabile destino federale.

Se, infatti, da un lato è vero che l’UE non esiste come entità politica territorialmente definita, dato che la prerogativa di appropriazione sovrana del territorio è rimasta saldamente in mano agli Stati membri, ciò non significa che essa abbia esercitato le sue funzioni politiche e giuridiche in rapporto ad uno spazio. Al contrario, è proprio la nascita dello spazio di libera circolazione che ha reso impellente la necessità di sviluppare dispositivi di sicurezza che consentissero di esercitare tale libertà in un ambiente controllato e protetto. L’idea di Europa si è costruita anche nel presidio di una frontiera comune posta a protezione di uno spazio sempre più insistentemente percepito e rappresentato come “domestico”; per questo, sotto molti profili, la nascita di Frontex e del primo embrione di polizia della frontiera europea può essere considerata un capitolo fondamentale della costituzione materiale d’Europa. Essendo chiamata a gestire e controllare movimenti e circolazioni che attraversano e mettono costantemente in gioco gli spazi tipici della sovranità, la polizia della frontiera europea invitava a ripensare le classiche geometrie politiche dell’ordine, producendo un inedito immaginario post-nazionale della sicurezza.

Senza ombra di dubbio, Frontex si è candidata sin dal principio a diventare una delle più rilevanti e controverse agenzie esecutive europee. Le sue competenze toccano una materia molto delicata per la tutela dei diritti umani di soggetti particolarmente vulnerabili, come gli stranieri privi di un titolo di soggiorno o i richiedenti asilo, ma soprattutto mettono in questione una delle prerogative più significative della sovranità nazionale: il presidio dei confini. Con Frontex è, infatti, nata l’idea che lo Stato nazione potesse continuare a considerarsi un sovrano assoluto nella gestione dei suoi confini. I paesi membri sono esplicitamente chiamati a coordinare reciprocamente la loro azione e, soprattutto, a garantire che l’attività di presidio dei confini si svolga secondo standard ed in vista di obiettivi politici definiti collettivamente.

Sotto ogni profilo, si trattava di una sfida esplicita ad uno dei capisaldi della sovranità nazionale oltre che di un passaggio decisivo nel processo di produzione dello spazio europeo.

Uno degli aspetti più vistosi della crisi degli ultimi mesi è stato il moltiplicarsi di provvedimenti di ripristino dei controlli alle frontiere nazionali. Nella sequenza degli eventi, lo spazio europeo è sembrato frantumarsi riportando indietro le lancette della storia. Le ragioni dei provvedimenti unilaterali adottati all’ombra del regolamento Schengen, si è detto, risiedevano nella inadeguatezza dei controlli alle frontiere esterne svolti dai paesi meridionali (Grecia e Italia) e nell’impotenza dell’agenzia Frontex, accusata di non essere in grado di arrestare il flusso di migranti e profughi. Dietro tali accuse si nasconde, però, un duplice equivoco: non solo Frontex non era, all’epoca, una vera e propria polizia delle frontiere, bensì una semplice agenzia di coordinamento delle attività di controllo che restavano una competenza delle autorità nazionali; ma anche l’allentamento dei controlli alle frontiere è stata una, più o meno esplicita, scelta politica dei paesi membri situati sul lembo meridionale d’Europa: scelta che voleva rimarcare il legame inscindibile che dovrebbe esistere tra responsabilità imposte dai regolamenti di Schengen e Dublino e distribuzione dell’onere dell’accoglienza.

A distanza di dodici mesi sappiamo che i paesi meridionali hanno sostanzialmente perso la battaglia per una migliore distribuzione dell’onere dell’accoglienza e sono stati costretti a rinforzare il dispositivo di controllo delle migrazioni cedendo una quota di sovranità nella gestione della frontiera attraverso l’implementazione del cosiddetto approccio Hotspot (che vede le agenzie europee gestire il processo di schedatura ed identificazione dei migranti sbarcati) e della futura European Border and Coast Guard (che avrà poteri di indirizzo e di intervento notevolmente rafforzati rispetto a Frontex). Lo scenario che si prospetta è quello di una frontiera europea gestita come un sistema di cerchi concentrici posto a protezione del cuore prospero d’Europa. All’interno di tale dispositivo la linea di filtraggio dei movimenti indesiderati può essere spostata secondo un movimento di introversione ed estroversione che rifletterà le esigenze politiche del momento: proiettandosi verso l’esterno quando lo scenario geopolitico consente di fare affidamento su vicini affidabili; retrocedendo fin dentro il territorio europeo quando anche i paesi formalmente parte dello spazio di libera circolazione non implementano adeguatamente le linee di indirizzo sviluppate dalla futura agenzia di controllo della frontiera europea.

Articolo tratto dal Granello di Sabbia n. 25 di Settembre-Ottobre 2016 "Chi è in debito con chi?"

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