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Dal debito del Sud al debito sovrano

di Matteo Bortolon

Uno dei fenomeni più rilevanti e al contempo preoccupanti del panorama politico degli ultimi anni è il curiosissimo effetto di déjà vu determinato dall'irruzione nell'orizzonte dei paesi ''avanzati'' di temi una volta propri dei paesi “arretrati”. Sintomo, se vogliamo, che la differenziazione fra Nord avanzato e Sud globale è diventata sempre più incerta e inaffidabile. Chi ricorda le campagne più significative e coinvolgenti di pochi lustri fa, avrà presente la centralità di grandi opere impattanti su salute e ambiente, di accordi di free market e debito. Gli stessi che nell'Europa di oggi occupano l'agenda politica in maniera esorbitante. Il Trattato Transatlantico (TTIP) ha tenuto occupati molti gruppi di attivisti negli ultimi anni come versione dei vecchi accordi di libero mercato in salsa euroatlantica; di grandi opere di cui non si vede la fine, con tutte le disastrose ricadute socioambientali; e anche nel mondo ricco è comparso il tema del debito, prepotentemente, a partire dal 2010-11.

Fra gli anni '70 e '80 era diventata familiare l'espressione debito del terzo mondo, o del Sud. Le sue origini risiedono nel vertiginoso aumento del prezzo delle materie prime, segnatamente del petrolio (che quadruplicò) in seguito alla crisi del 1973, che portò una grande liquidità nel grembo delle banche d'affari occidentali; queste concessero prestiti a tassi assai vantaggiosi agli Stati meno abbienti. All'inizio del decennio successivo, alla crisi del 1979 gli Stati Uniti reagirono con una restrizione della liquidità di inaudita durezza (la manovra del neodirettore della FED W. Volcker),  provocando un'ondata di recessione e disoccupazione negli stessi USA. Il dollaro, apprezzandosi, fece sì che i debiti dei paesi del Sud diventassero molto più pesanti; inoltre, la crisi dei paesi a capitalismo avanzato contribuì ad abbassare i prezzi delle materie prime affossandone la domanda. Non solo il debito diventava più grande, ma gli Stati si trovarono privi dei mezzi per raggranellare la valuta sufficiente per pagarlo. Le somme prese a prestito non avevano dato un impulso ad uno sviluppo industriale; la sola cosa che continuavano ad avere, le materie prime, non valevano più molto: il petrolio crollò del 50%, i prodotti alimentari tropicali del 32%, le materie prime agricole del 23%.

Si arriva dunque a un passaggio fondamentale, allorquando nell'agosto del 1982 il Messico dichiarò di non poter far fronte ai suoi impegni. Il sistema sembrò essere sul punto di crollare, generando  fallimenti a catena di banche ed istituti finanziari. Il passaggio chiave è costituito non da tale crisi, ma dalla risposta del sistema perchè con essa abbiamo l'irruzione del neoliberismo come paradigma dominante nelle politiche della maggior parte dei paesi del mondo. Divennero infatti centrali le istituzioni finanziarie internazionali, che in precedenza pochi conoscevano ma che in un decennio sarebbero diventate fra le realtà più malfamate del pianeta: Banca Mondiale e Fondo Monetario Internazionale. Create all'indomani della Seconda guerra mondiale col compito di aiutare i paesi a mantenere la stabilità finanziaria, il loro ruolo negli anni Ottanta fu molto diverso. Diventarono i principali prestatori degli Stati indebitati, in modo tale che le banche potessero venire ripagate. Il debito da privato diventava “pubblico.”

In più FMI e BM avevano un potere politico garantito dagli USA che costituivano la principale realtà alle loro spalle (assieme agli Stati europei che a quel tempo avevano un ruolo gregario e subordinato): ai paesi che incassavano i prestiti imponevano delle condizioni che avrebbero garantito un orientamento economicamente responsabile capace di garantire la restituzione delle somme prestate. Queste famose condizioni erano minuziosamente descritte in “Piani di aggiustamento strutturale”. Uno studio tedesco (Siebold 1995; la fonte più esaustiva secondo le conoscenze dello scrivente) riproduce graficamente la presenza di tali piani a livello mondiale: dai primi anni Ottanta la presenza dei SAP (tali programmi secondo l'acronimo inglese) diviene pervasiva. E la loro sostanza politica consiste in tre principi fondamentali: tagliare la spesa pubblica, privatizzare e deregolamentare.

La conseguenza fu che il neoliberismo si tramutò, da esperimento politico imposto a pochi paesi (soprattutto Cile) con la violenza, in ortodossia economica trionfante su buona parte del pianeta. Nel decennio successivo si sarebbe avuta una ulteriore espansione all'interno dei paesi a capitalismo avanzato, con l'allineamento al nuovo verbo di buona parte delle sinistre europee e dei laburisti dei paesi anglosassoni (Australia, Nuova Zelanda, Gran Bretagna) e un deciso avanzamento nell'ex blocco sovietico.

Come avrebbe scritto Dani Rodrik nel 1992, tali piani risultavano mistificanti in quanto mischiavano misure volte alla stabilità finanziaria con politiche di liberalizzazione. L'imposizione di un'agenda corporativa era insomma consapevolmente gratuita rispetto agli obiettivi ufficiali.

Le opposizioni al nuovo corso neoliberale sorsero molto presto, anche per l'evidente fallimento delle ricette targate FMI/BM: questi avevano spinto gli Stati indebitati ad esportare massicciamente, ma l'eccesso di offerta aveva fatto sprofondare ancora di più i prezzi.

Alla fine dei conti il debito del Sud si era ingigantito – arrivando nel 2003 alla astronomica cifra di 2433 miliardi di dollari – con la cifra iniziale ripagata anche più volte, le banche occidentali si erano arricchite (i profitti dei 13 più grandi istituti USA nei primi anni ‘70  erano passati da 177 a 836 mld di dollari), coi soldi presi a prestito andati non in programmi per l'ampliamento dei diritti o semplicemente in investimenti produttivi, ma dissipati in cattedrali nel deserto, ruberie o nell'apparato repressivo. Non a caso si cominciò a parlare di debito odioso: le dittature si erano dimostrate particolarmente spregiudicate nel contrarre debiti per mantenersi al potere, e adesso ai popoli toccava non solo pagare il prezzo della propria repressione in termini di tagli alla spesa sociale, ma di subire un'agenda di privatizazioni e deregolamentazioni fortemente antipopolare.

Le campagne che si svilupparono negli anni Novanta si focalizzarono molto su questi punti: la divaricazione fra beneficiari reali e chi paga il prezzo, la plateale desertificazione di diritti sociali, il ruolo di una finanza infingarda che non aveva esitato a far prestiti alle peggiori dittature e che ricorreva agli erari pubblici per rientrare dalle proprie perdite. La centralità della struttura di gerarchizzazione Nord-Sud corrispondeva a livello di campagne ad una triangolazione fra movimenti dei paesi impoveriti (si pensi ai Sem Terra brasiliani), gruppi e attivisti del “centro” ricco (soprattutto soggetti promotori di nuovi stili di vita critici del consumismo in auge) con associazioni di cooperazione allo sviluppo e realtà missionarie come ponte fra i due mondi.

Le similitudini con il contesto del debito sovrano sono evidenti; attualmente la finanziarizzazione si è ulterioramente estesa e la composizione del debito è assai più complessa, tuttavia la capacità dei movimenti del Sud di aggregare realtà diverse e di stimolare un coinvolgimento di massa sul tema sono da prendere a modello per porre le rivendicazioni sociali al centro dell'agenda politica.

Articolo tratto dal Granello di Sabbia n. 25 di Settembre-Ottobre 2016 "Chi è in debito con chi?"

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