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La crisi ecologica è sistemica

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di Rita Cantalino (associazione ASud)

Leggere le diverse crisi che si stanno manifestando nei nostri tempi come porzioni di una crisi sistemica che sta investendo il capitalismo è indispensabile: questo vale a maggior ragione per la crisi ecologica, la cui manifestazione palese sono le numerose situazioni di conflittualità ambientale diffuse su tutto il globo; combattere per l’ambiente e per i territori, oggi, rappresenta la più anticapitalista delle battaglie: essi sono la sintomatica manifestazione degli effetti che il modello di crescita economica produce in termini ambientali e sociali. Basti guardare alle matrici della crisi ecologica e a quanto esse siano direttamente correlate agli assunti di base del capitalismo: la tendenza alla crescita vorace, la corsa all’accumulazione e allo sfruttamento di ogni tipo di risorsa senza guardare a quello di cui si avrà bisogno domani, per sopravvivere.  

Possiamo definire “ambientale” un conflitto che vede la società civile, esclusa dai processi decisionali, opporsi a politiche basate sul sovrasfruttamento delle risorse e del territorio, attraverso pratiche di democrazia partecipativa, in difesa del loro territorio e dell’ambiente. Si tratta di manifestazioni essenziali e interessanti da studiare: innanzitutto sono diffusi a livello planetario, indice questo del fatto che appunto, quando parliamo di crisi ecologica, parliamo di una crisi di sistema. Un’attenzione a questa tipologia di conflitti, inoltre, è utile a rilevare i molteplici fattori di origine economica, politica, sociale, climatica, che hanno interagito tra loro ed assunto un ruolo centrale nell'insorgenza di nuove tipologie di conflitto territoriale.  Essi consentono di comprendere tutte le categorie della crisi in un unico fenomeno: emblematico in questo caso è il caso del conflitto legato alle acciaierie ILVA di Taranto, dove la crisi ambientale ha origine da matrici diversificate ma correlate, di carattere sociale, occupazionale, sanitario ed economico.

Parliamo di conflitti ambientali in presenza di due particolari elementi: una riduzione quantitativa-qualitativa delle risorse ambientali disponibili e la presenza e l’organizzazione di resistenza da parte delle popolazioni locali dei territori interessati. Le cause della riduzione possono essere molteplici: si può trattare di progetti di sfruttamento, produzione o smaltimento, come nel caso dell’imposizione di progetti estrattivi o produttivi come miniere, industrie, estrazioni petrolifere e simili, o di altri di produzione energetica come centrali a carbone, idroelettriche, nucleari ecc.. Ma può trattarsi anche di progetti di costruzione di infrastrutture come possono essere le grandi opere o di progetti legati allo smaltimento dei rifiuti come inceneritori, discariche o depositi di ogni sorta. Un conflitto ambientale può essere anche generato dal mancato intervento risolutorio ove necessario: la storia recente del nostro Paese è piena di situazioni di assenza di politiche di salvaguardia territoriale come quelle per rispondere al dissesto idrogeologico o quelle legate alla messa in sicurezza dei territori; allo stesso modo questo tipo di cause può manifestarsi nel mancato esercizio delle dovute attività di controllo in situazioni di criticità, come nel  caso del monitoraggio delle zone a rischio, e di mancato o tardivo intervento in caso di calamità naturali o di mancata bonifica di zone contaminate.  I conflitti ambientali, tuttavia, possono essere determinati anche da scelte politiche imposte alle popolazioni: infrastrutture militari, progetti di risanamento che finiscono per privatizzare aree territoriali, investimenti infrastrutturali, spesso in accordo con partner internazionali, e accordi politico commerciali.

Quali che siano le cause, gli ultimi anni hanno visto un insorgere irruento di questo tipo di conflittualità: in parte per l’emersione degli impatti di molti dei poli industriali inquinanti, che hanno promesso ricchezza ai territori ma che hanno contaminato vastissime aree senza che sul momento fosse percepibile, in parte per il progressivo esaurimento delle risorse naturali, sulle quali si era basato in maniera cieca e irrazionale il meccanismo di corsa alla crescita e all’accumulazione che ha messo in moto i due secoli passati.

In questo senso, quello che accade nel nostro Paese è particolarmente emblematico: la storia dello sviluppo industriale dell’Italia è una storia di contaminazione, a partire dal passaggio da un’economia basata sull’agricoltura a una basata sull’industria, e dalla conseguente nascita di poli industriali grandi e piccoli disseminati per lo Stivale. Guardando alla mappa dei nostri Siti di Interesse Nazionale per le Bonifiche è possibile vedere in controluce la storia del nostro sviluppo industriale: dall’industria bellica dei primi anni del Novecento a quella delle estrazioni petrolifere che ci ha accompagnato dal primo dopoguerra alla II Guerra Mondiale, per arrivare alla nascita dell’industria dei consumi di massa del Secondo Dopoguerra.

Lo Studio Epidemiologico Nazionale dei Territori e degli Insediamenti Esposti a Rischio di Inquinamento (SENTIERI), realizzato nel territorio di 44 Sin e curato dall'ISS, afferma che la popolazione che vive in prossimità dei SIN ha indici di mortalità e di incidenza di patologie oncologiche e altre malattie più alti rispetto alle medie regionali. Incrociando questi dati con quelli dei profili socioeconomici, scopriamo che Il 60% della popolazione dei SIN appartiene alle fasce più svantaggiate e che dei 5 milioni e mezzo di abitanti dei SIN, 1.562.519 vivono al nord del paese, 665.246 a centro Italia e ben 3.324.113 tra sud e isole. La mappa dei SIN, dunque, oltre a rappresentare una mappa della storia industriale del nostro Paese, è anche, in controluce, la cartina delle disuguaglianze della storia repubblicana: si pone ancora fortissima una questione meridionale; ancora una volta, all’arricchimento e allo sviluppo del Nord industriale corrisponde l’impoverimento e la degradazione del Sud e delle Isole, utilizzati come serbatoi di manodopera un lato, e come depositi di scarti e rifiuti dall’altro.

Questo dato, spesso definito di “razzismo ambientale”, ha una nozione di classe molto definita ed è assolutamente individuabile anche nei meccanismi di larga scala che riguardano l’intero Pianeta: il Nord si arricchisce sulle spalle (e sulle vite) del Sud, e anche all’interno dei Paesi del cosiddetto Nord, tuttavia, lo stesso meccanismo premia chi ha di più, e impoverisce ulteriormente e ammazza soltanto le fasce più deboli delle popolazioni.  In questo senso, ancora una volta, i conflitti ambientali e la crisi ecologica che essi sottendono sono perfettamente deducibili e integrati nelle contraddizioni del modello di sviluppo cui facciamo riferimento, e il destino della crisi ecologica e di quello delle altre crisi (politiche, sociali, economiche, ecc.) risultano indissolubilmente intrecciati.

VIDEO: L'intervento di Rita Cantalino all'Università estiva di Attac 2018 

Articolo tratto dal Granello di Sabbia n. 36 di Settembre - Ottobre 2018: "Crisi: 10 anni bastano"

Editoriale - Crisi: 10 anni bastano

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di Marco Bersani

Qualche scricchiolio si era già sentito a fine 2007, ma fu nel marzo 2008 che Bear Stearn, una delle “big five”, le cinque banche più grandi degli Usa, dichiarò fallimento, in seguito all'esplosione della bolla immobiliare legata ai mutui subprime.

Nei mesi successivi, toccò a Fannie Mae e Freddie Mac, e mentre in Europa il governo inglese era costretto a nazionalizzare Northern Rock, a settembre crollò Lehman Brothers, dando il fischio ufficiale d'inizio alla grande crisi, che dagli Usa è rimbalzata in tutto il pianeta, investendo in particolar modo il continente europeo.

Naturalmente, è difficile astrarre un periodo dal contesto processuale che lo determina e senz'altro possiamo affermare come nel 2008 giungano al pettine i nodi di una crisi che ha le proprie radici addiritttura negli anni '70 del secolo scorso, quando si afferma la dottrina liberista e i processi di finanziarizzazione dell'economia divengono progressivamente la cifra della società capitalistica contemporanea.

E' una crisi profonda, più strutturale che ciclica, tant'è che le politiche di risposta messe in campo dall'establishment economico-finanziario e dall'elite politiche non comportano, forse per la prima volta, alcuna discontinuità, bensì la spinta ad un ulteriore approfondimento delle stesse.

Ciò che cambia davvero in questi dieci anni sono le condizioni di vita delle popolazioni, con un accentramento della ricchezza e una diseguaglianza sociale che non ha precedenti. E mentre la contraddizione ecologica assume i connotati di una drammatica realtà con cui fare i conti per i prossimi decenni, la vita delle persone si va sempre più configurando all'insegna della precarietà: del lavoro, della coesione sociale, del futuro individuale e collettivo.

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Accordi free market: omologazione antidemocratica

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di Matteo Bortolon

Dieci anni (tale è il lasso di tempo trascorso, tanto che si prenda come riferimento il 9 agosto 2007 - crollo dei mutui subprime, o il 15 settembre del 2008, quando la bancarotta di Lehman Brothers mostrò in modo inconfutabile la gravità della situazione) dall'inizio della crisi economica mondiale impongono un bilancio di cosa è veramente cambiato in questo tempo. Al di là delle ricostruzioni di carattere storico-accademico l'interrogativo più ricorrente è quanto le dinamiche sottostanti siano ancora attive e se ci possano riportare ad una nuova crisi.Per porsi il problema occorre iniziare a considerare i fenomeni più rilevanti, alcuni dei quali  paiono veramente di portata storica. Fra essi possiamo elencare:

- la affermazione della austerità come ortodossia economica globale: secondo uno studio ILO abbiamo avuto tagli sostanziosi alle pensioni (in 105 paesi), alla sanità (in 56 paesi), ai salari (in 130 paesi); privatizzazioni diffuse (in 55 paesi), con previsioni di impatto di contrazione del PIL entro il 2016-20 per 132 paesi;

- un inedito protagonismo delle banche centrali, che a livello globale hanno triplicato i loro bilanci (valutati sui 22-24 trilioni di dollari);

- la scomparsa dei BRICS. Le potenze emergenti hanno avuto andamenti differenti, alcuni mantenendo dei tassi di crescita più ridotti ma rilevanti, altri entrando in recessione, il che fa pensare che sia arduo considerarli ancora una soggettività politica con strategie unitarie;

- grave crisi dei regimi progressisti latinoamericani (emblematici Brasile e Argentina);

-proteste antisistema in moltissimi paesi (non solo indignados spagnoli e Occupy Wall Street in Usa, ma nei paesi arabi, in Russia, Turchia, Brasile, ecc.), da considerarsi complessivamente poco riuscite;

- Crescita della diseguaglianza economica (si vedano i rapporti OXFAM);

- Aumento dei debiti pubblici da una media del 72% al 106% sul PIL dei paesi.

Per iniziare a mettere in campo una riflessione che ricerchi il “filo rosso” di tutti questi fenomeni, cercheremo di vedere le dinamiche globali alla luce della prospettiva del commercio estero e le dinamiche di negoziazione di accordi di libero mercato (FTAs). Partiamo dalla constatazione che l'importanza dei flussi commerciali internazionali è considerevolmente aumentata nelle ultime decadi. Prendendo come indicatore la quota di import+export sul PIL della sommatoria mondiale di tutti i paesi, vediamo come tale valore sia cresciuto.

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Si vede con chiarezza come ad una crescita assai rilevante negli anni Novanta e Duemila corrisponda una caduta nettissima con la crisi attuale, tanto più considerato che questi sono valori relativi ad un Pil che è cresciuto dai 22,5 trilioni (1 tr= 1000 miliardi di dollari) del 1990 ai 63,4 trilioni del 2008 (quindi la % di commercio internazionale è in senso assoluto in crescita intensissima), e simmetricamente la caduta post-2008 è relativa ad un pil in contrazione paurosa (da 63,4 a 60,1 trilioni).

Come hanno reagito gli Stati a questo clima? Col protezionismo. Nonostante se ne parli tanto con la presidenza Trump – tanto da dar quasi a intendere che tale politica sarebbe quasi una estensione del populismo reazionario – gli Usa di Obama sono stati fra i massimi fautori di tali pratiche.

A livello globale possiamo citare un importante pensatoio britannico che facendo la sommatoria delle misure commerciali anno per anno ha visto avanzare drammaticamente il numero di quelle protezionistiche rispetto alle analoghe di marca liberista.

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L'analisi portava avanti tanto da ATTAC che dal CADTM tende a vedere i processi di finanziarizzazione come elementi sostitutivi per trovare sbocchi per la produzione (cioè domanda di consumo) senza innalzare il livello dei salari (stagnanti o addirittura declinanti). Se si considera il quadro sopra illustrato, si vede che per affrontare una più intensa concorrenza internazionale si è passati attraverso una declinazione coerente ma innovativa con il panorama degli accordi di libero mercato.

Questi, com'è noto, sono trattati che impegnano gli Stati che li contraggono a varie forme di liberismo economico, quali la eliminazione di dazi doganali, l'apertura di settori interni alla concorrenza internazionale, l'abbassamento delle norme che potrebbero recare danno ai profitti  - anche in protezione di lavoro, sicurezza e salute umane. Anche grazie alla mobilitazioni internazionali la forma più conosciuta di essi, la potente Organizzazione Mondiale del Commercio (WTO) è divenuta marginale e screditata. A ciò sono seguiti numerosi accordi bilaterali - tanto da parte degli USA che dell'UE.

La forma presa nella fase della crisi è quella di accordi ampi – ma non comprendenti tutti i paesi del mondo – in cui impera la stessa logica. Si possono citare TTIP, CETA, TPP, RCEP, TiSA.

Il loro tratto caratterizzante è di comportare una vera e propria integrazione non solo economica ma anche normativo-istituzionale, in misura superiore rispetto al passato. Anche UNCTAD nota in riferimento al recente scenario che “Tali accordi bilaterali e regionali non sono più semplici 'accordi commerciali': sono trattati multilivello di integrazione economica, spesso denominati quali accordi di partenariato economico.”

Tale aspetto si declina con una enfasi forte sulla omogeneizzazione regolatoria, cioè sul tentativo di dotare l'insieme dei paesi interessati delle medesime norme riguardanti lo stesso settore.

Se prendiamo per esempio la regolamentazione sul settore finanziario quale emerge da un paio di documenti che riassumono le proposte della UE da inserire nel TTIP, si vede che si ipotizzava da parte di ciascuno dei membri (cioè UE e USA) per ogni misura legislativa che inerisse al settore:

- una previa consultazione comune per ogni misura che potesse avere una incisività sulla controparte, per verificare la conformità ai principi generali regolatori;

- tali principi impediscono di vincolare l'altro membro, se non per salvaguardare la stabilità finanziaria (misura macroprudenziali) e avendo come tetto massimo della misura gli standard internazionali (come Basilea III); ed in ogni caso “non più onerosa del necessario”.

- un impegno al mutuo riconoscimento del regime regolatorio (in pratica la banca potrebbe scegliere se aderire al sistema di controllo UE o USA, rendendo di fatto la norma quello meno vincolante) che in caso di disputa può essere ritirato come ritorsione;

- la consultazione tecnica doveva avvenire in un organo di nuovo conio, “Joint EU/USA Regolatory forum”, totalmente esterno all'assemblea legislativa.  

È evidente come tanto l'allontanamento dell'iter dei luoghi istituzionali di dibattito democratico quanto la sottomissione della norma alle “forche caudine” di standard assai limitativi (il cui vaglio di conformità agirebbe preventivamente, secondo alcune proposte ancor prima che le Camere la possano visionare il ddl) si traducono in una compressione della normale dialettica democratica, tanto da configurarsi come impossibilità di imporre determinati comportamenti al settore, se non nel solo obiettivo di sostenere la stabilità finanziaria – in una forma peraltro assai contigua alle necessità della concorrenza e del mercato.
Proiettando tale logica sui maggiori settori della vita pubblica (dall'agroalimentare ai brevetti, dal lavoro alla sanità) si vede come la potestà regolatoria dei parlamenti sovrani subisca una drammatica compressione, passando dal subire un condizionamento forte da parte della logica di mercato e dalle aziende più forti ad attribuire a questi ultimi una vera forza coercitiva di governo, forzando anche formalmente l'assetto costituzionale degli Stati.  La omologazione legislativa ne diviene blindatura inossidabile, garantita da sedi decisionali sovranazionali soggiacenti alle forze dominanti. Si deve anche tenere presente che la costruzione di blocchi geoeconomici in forte competizione reciproca non solo commerciale ma a tutto campo è pessima premessa per la pace mondiale. È  urgente focalizzare la posta in gioco da parte dei movimenti critici, che è proprio la stessa sussistenza della democrazia formale e sostanziale.

 

Articolo tratto dal Granello di Sabbia n. 36 di Settembre - Ottobre 2018: "Crisi: 10 anni bastano"

La migrazione come strumento di disciplinamento della società

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di Roberto Guaglianone

Crisi finanziaria ed “emergenza migratoria”

Il 2008, anno dell’inizio formale della “crisi finanziaria, segnato dal fallimento della Lehman Brothers e di altre compagnie bancarie statunitensi sanciva anche in Europa, ed in particolare in Italia, l’inizio di una serie di aumenti dei flussi migratori dalla sponda Sud del Mare Mediterraneo.

Il nostro paese affrontava già da una decina d’anni il fenomeno migratorio attraverso politiche di accoglienza, integrazione e tutela per rifugiati, mentre la legge 189/2000 (cosiddetta “Bossi-Fini”) continuava a chiudere ogni possibilità di flussi migratori regolari per motivi di lavoro, indirizzando tutti i flussi di persone assoggettati verso il  traffico malavitoso gestiti – nel loro ultimo tratto - dagli “scafisti”.

La legge “Bossi-Fini, approvata nel 2002, aveva visto pubblicati i suoi regolamenti attuativi solo nel 2005, andando a modificare la c.d. “Legge Turco-Napolitano” del 1998: l’Italia aveva da 10 anni uno strumento aggiornato di pianificazione della politiche migratorie, ma decideva di non avvalersene, optando per la continua riproposizione di provvedimenti di “emergenza”, senza programmare un piano di accoglienza capace di venire incontro al crescente spostamento di persone dall’area mediterranea verso l’Europa.

Il continuo ricorso a strumenti di emergenza per la gestione delle migrazioni forzate creerà, con il passare degli anni (e di governi di ogni colore), le condizioni perché- ad un certo punto – un fenomeno assolutamente strutturale possa essere presentato alla popolazione come la principale delle emergenze.

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Anticipazioni degli articoli del Granello di Sabbia n. 36 di Settembre - Ottobre 2018: "Crisi: 10 anni bastano"

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Anticipazione degli articoli in corso di pubblicazione nel n. 36 di Settembre - Ottobre 2018: "Crisi: 10 anni bastano"

 

Indice

Editoriale - Crisi: 10 anni bastano

 di Marco Bersani

Accordi free market: omologazione antidemocratica

 di Matteo Bortolon

La crisi ecologica è sistemica

 di Rita Cantalino (associazione ASud)

Il cambiamento climatico o della grande cecità

 di Guido Viale

Società in crisi

 di Michele Cangiani

La migrazione come strumento di disciplinamento della società

 di Roberto Guaglianone

Come ci hanno cambiato le riforme fiscali. Le disuguaglianze nel mondo e in Italia

 di Antonio De Lellis (Attac - Cadtm Italia)


Rubriche

Democrazia partecipativa

L’eclissi della democrazia partecipativa e dell’innovazione politica

 a cura di Pino Cosentino

Città libere dal debito. Una giornata importante

 di Marco Bersani

 

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