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Svizzera. La madre di tutti i paradisi

 

 

Ci sono i micro Stati europei, le isole caraibiche e le misteriose zone autonome a regolamentazione speciale. Ma nel panorama dell’evasione fiscale legalizzata a svettare più in alto di tutti c’è sempre la Svizzera. E’ la riflessione odierna del quotidiano britannico Guardian, nella quarta puntata dell’inchiesta esclusiva sul fisco creativo delle aziende britanniche.

Non stupisce che il premier Gordon Brown abbia utilizzato proprio la Confederazione Elvetica come paradossale termine di paragone quando, nella giornata di ieri, ha riferito al parlamento londinese circa il suo impegno per la lotta all’evasione fiscale. In un contesto quanto mai vario, la terra di Heidi e degli orologi a cucù conferma il suo ruolo di madre di tutti i paradisi fiscali del pianeta.

La peculiarità fiscale elvetica trae la propria origine dalla storica legge sul segreto bancario approvata da Ginevra nel 1934. Gli svizzeri difendono il provvedimento sostenendo di averlo pensato al solo scopo di proteggere gli assets che gli ebrei tedeschi avevano messo al sicuro dopo l’avvio delle persecuzioni del regime hitleriano. Niente di più falso, sostengono i critici, per i quali quel provvedimento redatto 65 anni fa avrebbe avuto il solo scopo di interrompere la collaborazione tra le autorità svizzere e la Francia trasformandosi, negli anni successivi, in una straordinaria fonte di arricchimento. Nel gennaio del 1997, un funzionario di UBS di nome Christoph Meili fece una scoperta allucinante: la sua banca, raccontò alla polizia, stava cancellando i registri dei clienti ebrei morti durante la Shoah. Per tutta risposta le autorità elvetiche incriminarono Meili che, vistosi improvvisamente accerchiato, non ebbe altra scelta che fuggire negli Stati Uniti dove vive tuttora grazie allo status di “rifugiato politico”.

A 12 anni di distanza dall’affaire Maili, la Svizzera si conferma ciò che i critici definiscono “un paradiso non cooperativo” e le sue autorità non sembrano intenzionate a promuovere alcun cambio di rotta. Secondo Konrad Hummler, presidente della Swiss Private Bankers Association, gli Stati come Italia, Francia o Germania, che impongono una pressione fiscale nell’ordine del 30% (più o meno 4 volte tanto quella svizzera) compiono nei confronti dei contribuenti un’azione legale “ma illegittima”. Per questo, forse, gli stessi banchieri elvetici confermano con un certo orgoglio come il loro piccolo Paese detenga oggi il 30% di quegli 11,5 trilioni di dollari di ricchezza che si ritiene nascosta nei paradisi fiscali del mondo.

Americani ed europei hanno scelto spesso di trasferire ricchezza e sede fiscale nei cantoni rossocrociati ma sulla scena odierna irrompono nuovi attori. Secondo i dati ufficiali di Ginevra sarebbero circa 6.000 le società multinazionali registrate in Svizzera. Un numero crescente di queste proverrebbe dalla Cina e dalla Russia. Tra i settori più rappresentati spicca quello minerario.

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