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PATTO DI STABILITA’ KILLER

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di Marco Bersani

La natura fa il suo corso. Amichevole, se le attività umane si relazionano alla stessa rispettandone le leggi fondamentali; devastante, se le attività umane la considerano variabile dipendente dai profitti.

Genova, Parma, Alessandria, Maremma, Trieste sono le nuove stazioni del calvario autunnale, che induce a modificare il vecchio detto popolare “Piove, governo ladro” nel più attuale “Piove, governo ladro e si salvi chi può”.

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Banche Impopolari

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di Marco Bersani

Molto si è già detto e scritto sul decreto legge approvato dal governo Renzi che impone alle Banche Popolari con asset superiori a 8 miliardi la trasformazione nell’arco di 18 mesi in Società per azioni.

Dall’utilizzo della decretazione senza le caratteristiche di urgenza e necessità (essendo l’unica urgenza in campo quella personale del premier di presentarsi in Europa con un nuovo coniglio estratto dal cappello) alla subalternità della politica agli interessi dei grandi capitali finanziari, che infatti festeggiano in Borsa il nuovo succulento boccone messo a cuocere in pentola per loro.

In un paese che negli ultimi 25 anni è riuscito a produrre la performance, unica al mondo, di passare da un controllo pubblico sul sistema bancario pari al 74,5% (1992) allo zero odierno, la trasformazione della natura delle Banche Popolari (per ora solo le più grosse ed appetibili) dimostra la perseveranza senza soluzione di continuità con cui si cerca di smantellare ogni funzione pubblica e sociale del sistema finanziario.

«Ci sono troppi banchieri e facciamo poco credito alle imprese e alle famiglie” ha dichiarato impavido Renzi. Peccato che, dati alla mano, il provvedimento vada a colpire proprio l'unico settore che, al contrario, proprio durante la crisi ha aumentato il credito alle famiglie e alle piccole imprese.

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Chiamiamolo Svendi Italia, non Sblocca Italia

di Monica Paquino (De-Liberiamo Roma)

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“Sblocca Italia”, le autostrade bluff di Lupi

di Luca Martinelli (Altreconomia)

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La flessibilità fa bene all'austerità

 

Roberto Errico (@dieciroy) da “Il manifesto “del 12.07.2014

La trattativa sulla cosiddetta flessibilità di bilancio all’interno dei paesi UE è presentata da gran parte della stampa e degli addetti ai lavori come una discussione fondamentale per i futuri assetti dell’Unione. Il confronto tra “flessibili ed inflessibili” viene visto come un passo in avanti cruciale per coniugare riforme strutturali e ripresa economica. Tuttavia, ci sembra di poter dire che l’orizzonte della flessibilità non rappresenta una svolta reale capace di mettere in crisi il complesso delle politiche di austerità per come esse si sono sviluppate a partire dal 2010. Al contrario, è probabile che il compromesso finale rafforzerà ulteriormente l’assetto istituzionale ed i rapporti di potere attualmente in essere.

La trattativa si concentra su aspetti meramente contabili, sviluppandosi intorno al tentativo di provare a dare una diversa e più anticiclica definizione delle regole di redazione dei singoli bilanci nazionali. Ciò comporterebbe una  nuova classificazione di alcune tipologie di investimenti pubblici produttivi, con l’obiettivo di non computare quest’ultimi nel calcolo del debito e del rapporto deficit/PIL, che ad oggi non può superare il 3% su base annua.

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