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A che punto e' la globalizzazione?

di Riccardo Bellofiore

 

La fine del lavoro

L’idea della fine del lavoro è entrata nel dibattito italiano verso la metà degli anni Novanta. Il testo più significativo e rappresentativo di questa idea, in una versione intelligente, era il libro di Ingrao-Rossanda Appuntamenti di fine secolo; e al suo interno il testo forse più impegnato era quello di Marco Revelli.

La tesi era sostanzialmente questa: il capitalismo si muoveva ormai su una logica di piena globalizzazione, sia sul terreno dei rapporti commerciali, sia su quello di una estensione planetaria della produzione capitalistica, sia sul terreno di una mobilità sfrenata dei capitali finanziari. Questa tendenza era ritenuta dominante e in via di compimento.

In qualche modo rappresentava anche quanto in Francia era detto il "pensiero unico", cioè il fatto che dopo il crollo del socialismo reale e, si può dire, dell’inclusione in via di compimento della Cina in un orizzonte di mercato capitalistico, non esistevano più due blocchi sul piano mondiale, quindi alla globalizzazione dei mercati, della produzione e della finanza corrispondeva l’unicità del sistema sociale dominante, senza alternative o vie di superamento.

In quel libro si riprendeva anche la discussione, in corso da anni, sul postfordismo, vale a dire sul superamento del taylorismo e del fordismo mediante l’impiego di nuove tecnologie informatiche e nuovi metodi di organizzazione del lavoro, il toyotismo in particolare, che vedevano l’inclusione dei lavoratori dentro una fabbrica di cui erano ormai una parte non più portatrice di potenziale contestazione e critica.

Questa analisi della globalizzazione dava come esito una possibilità per il capitale di sfruttare i luoghi dove il lavoro era peggio pagato e più diviso; quella del postfordismo giustificava la tesi che anche nei punti forti del capitalismo i nuclei restanti di classe operaia - o comunque la si volesse chiamare -, erano sempre più inclusi in una logica di partecipazione organicistica.

L’idea di fondo era che le nuove tecnologie, i nuovi metodi di lavoro, i salti nella produttività - i quali riducevano il tempo di lavoro per unità di prodotto - avevano ormai una dimensione e una velocità tali da far intravedere all’orizzonte una vera e propria fine del lavoro, in particolare la fine del lavoro dipendente, salariato.

Anche in questo caso si trattava di una tendenza ormai ritenuta univoca, e che additava come prossima una situazione in cui tale lavoro anziché crescere come si diceva fosse stato per secoli, era destinato a una progressiva riduzione quantitativa che dava luogo anche a un minore peso qualitativo.

La nuova economia

Quando questa tesi decollava in Italia, a metà anni Novanta, non solo non era banale ma sembrava confermata dai dati empirici: non solo in Italia ma in Europa, si osservava in effetti una riduzione del lavoro occupato nelle grandi imprese e non solo del lavoro salariato ma di quello dipendente in generale. Ma nei cinque o sei anni successivi molto è cambiato. In primo luogo perché il dibattito su globalizzazione e postfordismo si è trasformato in quello sulla nuova economia.

Mentre si pensava che la globalizzazione e il postfordismo non invertissero la tendenza dei decenni precedenti a una riduzione del lavoro, la nuova economia statunitense, che in realtà aveva cominciato a decollare qualche anno prima e che esplode tra il 1997 e il 2000, iniziò ad assumere lavoratori a velocità accelerata rispetto agli anni precedenti.

Negli Stati uniti la crescita della produttività del lavoro non era più declinante, ma tornava a velocizzarsi. Sembrava trovare così conferma la tesi di quanti sostenevano che in qualche modo la globalizzazione e il postfordismo dal punto di vista del capitale erano una via progressiva, di crescita; e ciò cominciava a mettere in questione l’idea della fine del lavoro.

Essa era anche messa in questione da una serie di rapporti internazionali, fra cui uno della Banca mondiale (Bm) e uno del Bureau International du Travail (Bit), che mostravano come non si potesse parlare di tendenza alla fine del lavoro salariato perché su scala planetaria (questo era chiarissimo nel rapporto della Bm) il rapporto di lavoro salariato cresceva, mentre il documento del Bit metteva in questione da un lato l’idea che vi fosse ancora negli anni Novanta una tendenza a ridurre la giornata lavorativa sociale, dall’altro che le nuove forme di lavoro precario andassero a sostituire quella classica di lavoro dipendente.

Il lavoro autonomo di seconda generazione

Vediamo allora la prima questione: va in crisi l’idea che il rapporto di lavoro salariato fosse in declino su scala planetaria. Il rapporto della Bm viene accolto anche da autori inizialmente favorevoli all’idea della fine del lavoro. Quel tipo di lettura, cioè l’estensione del lavoro di tipo proletario su scala mondiale, è in qualche misura compatibile con una lettura della globalizzazione e del postfordismo come processo che non solo frantuma il lavoro, ma ne riduce la qualità e il costo, quindi una lettura anche classicamente marxista, per un verso bravermaniana, per l’altro verso pauperistica.

Più complicato l’atteggiamento della sinistra italiana, in particolare della sinistra critica, per quel che riguarda, invece, la reazione alla tesi secondo cui il lavoro classicamente salariato, il lavoro dipendente, non fosse più in declino. Tutta una parte di questa sinistra radicale o antagonistica ritiene il destino del lavoro iscritto dentro non tanto a una tendenziale fine del lavoro, quanto a una crisi finale del lavoro salariato.

Vi sarebbe una rottura storica rispetto all’ipotesi originaria, attribuita a Marx, di una crescita sia quantitativa che qualitativa del lavoro dipendente nella forma salariata. Il caso italiano si presta abbastanza bene a questa tesi, e in alcuni autori come Sergio Bologna essa ha preso una direzione originale che tende a sostenere - di nuovo con analisi molto ricche - che in realtà la nuova forma di lavoro trainante non è il lavoro salariato, il lavoro dipendente, ma il lavoro autonomo, in particolare quello cosiddetto di seconda generazione.

Il filone "negriano"

Questa interpretazione è stata parzialmente ripresa da un filone che potremmo definire "negriano", il quale a suo modo contesta anche la tesi secondo cui la linea della globalizzazione e del postfordismo sarebbe univocamente una linea di movimento del capitale che porta alla dequalificazione del lavoro e ai bassi salari.

Questa linea è disponibilissima a vedere, invece, gli elementi progressivi anche sul terreno economico e sociale del capitale contemporaneo, in particolare gli aumenti di produttività, e anche a valorizzare la creazione di contesti di consumo e d’invenzione/innovazione assai ricchi. Però ritiene che questi elementi progressivi del capitale non siano altro che la sedimentazione di una crescita autonoma di intelligenze del lavoro semplicemente espropriata dal capitale.

A fine anni Novanta, in effetti, con il decollo della nuova economia anche in Europa, si diffonde il mito che muovendosi verso una accentuata liberalizzazione del lavoro, una globalizzazione ancora più sfrenata, il miracolo della nuova economia Usa siano alla portata di tutti, a condizione di incamminarsi sulla via di un capitalismo della conoscenza di cui l’economia dell’informazione di marca statunitense è come dire il paradigma.

La deregolazione del mercato del lavoro

Si verifica nella seconda metà degli anni Novanta in Europa e nella stessa Italia - gestite l’Europa largamente e l’Italia sicuramente da governi che potremmo definire di centro-sinistra - una sempre più massiccia deregolazione del mercato del lavoro che porta effettivamente ad aumenti vistosi di occupazione. Nel caso europeo e nel caso italiano quello che impressiona è questo: che il saggio di crescita del reddito è abbastanza basso, decisamente inferiore rispetto a quellostatunitense, e però la crescita di occupazione aumenta notevolmente.

La critica tradizionale della sinistra in quegli anni fu questa: certo, la deregolazione del mercato del lavoro porta a un aumento dell’occupazione che da un lato magari smentisce la tesi della fine del lavoro ma dall’altro conferma la tesi secondo cui andiamo verso una fine del lavoro salariato perché questi nuovi lavori sono lavori precari, incerti, fuori dalla dimensione di continuità data dal lavoro dipendente e dal lavoro salariato.

Il problema è che le cose cambiano ancora tra il 2000 e il 2002. In Italia come un po’ in tutta Europa, ma in Italia forse più vistosamente che nel resto d’Europa, questa occupazione precaria tende a stabilizzarsi come occupazione dipendente a tempo indeterminato. Se si va a guardare i nuovi occupati nell’economia italiana dal 1997 in poi si vede che sino al 1999 cresce molto l’occupazione nel lavoro cosiddetto atipico, e l’occupazione a tempo determinato. Dopo il 2000 è cresciuto invece decisamente di più il lavoro dipendente a tempo indeterminato.

Ora questo inizia a rivelare, secondo me, la debolezza della discussione nella sinistra critica antagonistica italiana. Perché certo si può continuare a sostenere nel contesto italiano, l’idea che lavori come il lavoro autonomo di seconda generazione siano una parte sempre più rilevante, non solo quantitativamente ma anche qualitativamente, del mondo del lavoro; ma se usciamo dall’Italia, nel contesto europeo prima ancora che nel contesto mondiale, si vede che la tesi del lavoro autonomo di seconda generazione come forma dominante del lavoro nel nuovo capitalismo, non è di per sé sufficiente né sostenibile.

Allora ci troviamo di fronte alla necessità di interpretare il destino del lavoro all’inizio del nuovo millennio in modo diverso da quello sì ricco, ma tutto sommato non convincente degli anni Novanta; e dobbiamo farlo legandolo a un’analisi delle novità del capitalismo contemporaneo più ricca di quanto non sia l’analisi della globalizzazione e del postfordismo che si è diffusa da noi nell’ultimo decennio.

Nuova o vecchia globalizzazione?

La discussione focalizzata sui due termini pigliatutto di globalizzazione e di postfordismo, è stata secondo me una discussione abbastanza falsata da una dicotomia troppo rigida fra due posizioni che si escludevano polarmente.

La prima posizione era quella che vedeva sostanzialmente nella globalizzazione di fine Novecento e nel postfordismo due fenomeni di tale novità da costituire una cesura netta rispetto a tutto il capitalismo precedente, innanzitutto perché mettevano in qualche modo in questione la centralità della relazione capitale-lavoro dentro il capitalismo contemporaneo.

A ciò si sono contrapposti autori che non hanno visto nel capitalismo di fine Novecento, nella globalizzazione e nelle innovazioni tecnologiche dell’ultima parte del Novecento sostanzialmente niente di nuovo.

Secondo questi autori la globalizzazione di fine Novecento, dal punto di vista quantitativo, non fa altro che raggiungere - e talora neanche raggiungere - la dimensione planetaria che il capitalismo viveva già all’inizio del Novecento. La globalizzazione di fine Novecento non sarebbe altro che un recupero da parte del capitalismo dei vecchi livelli di globalizzazione, e come la globalizzazione del capitalismo di fine Ottocento e inizi Novecento è finita in una crisi che ha visto un passo indietro sul terreno dell’internazionalizzazione, lo stesso può accadere anche oggi.

Quindi la nuova globalizzazione non è una tendenza unica e unificante e irreversibile, è una tendenza plurale, frammentante e potenzialmente reversibile.

Io credo che i critici della visione, come dire, nuovista, abbiano molte ragioni ma non abbiano in fondo ragione sul punto essenziale. Il punto essenziale a me sembra essere che veramente il capitalismo di fine Novecento, in particolare il capitalismo degli anni Novanta e il capitalismo della nuova economia, segna una discontinuità netta con il passato, ma essa non ha niente a che vedere con l’esaurirsi della centralità del rapporto capitale-lavoro (Revelli), o con la crisi del rapporto di lavoro salariato (Negri).

La reazione capitalistica

Per vedere quale sia la drammatica novità di questo capitalismo di fine Novecento vale la pena di prendere le mosse dalla crisi del "fordismo". Negli anni Sessanta e Settanta viene a essere contestata sul piano della distribuzione e poi sul piano della produzione la generazione e la ripartizione del neovalore creato dal lavoro vivo. Questo sferra un colpo violento al sistema economico e sociale: e altrettanto violenta fu la reazione capitalistica. Vi furono una risposta, una ristrutturazione economica e sociale, una scomposizione del mondo del lavoro, una innovazione anche istituzionale. Questa reazione capitalistica fu vincente, è durata vari decenni e, a me sembra, non ha mai scordato il pericolo sociale derivato dalle lotte degli anni Sessanta-Settanta. Il capitale ha una memoria lunghissima: non ha mai dimenticato la grande crisi degli anni Trenta e la risposta della guerra mondiale e poi keynesiana, e quando è il caso vi ricorre; così come non ha dimenticato l’assalto al cielo degli anni Sessanta-Settanta, e fa in modo che non si riproducano condizioni che anche lontanamente possano preludere a una ripresa di quella sfida.

Fu una reazione in varie tappe e su vari terreni, sul terreno tecnologico, sul terreno degli investimenti, ma anche sul terreno finanziario, e passa ovviamente anche attraverso le modifiche nel sistema internazionale dei pagamenti, il conflitto imperialistico, il tentativo degli Stati uniti di rispondere al loro declino prima e poi di restaurare una situazione imperiale. Gli anni Novanta vedono precipitare e diventare coerenti i caratteri della risposta capitalistica. Questa risposta aveva avuto al suo centro una tendenza, gestita politicamente, alla deregolamentazione dei rapporti di capitale, e aveva anche visto cambiare i caratteri della concorrenza. Diviene sempre più rilevante una concorrenza accesa di carattere distruttivo che riguarda le imprese sia manifatturiere sia di servizi di carattere autenticamente mondiale, i cosiddetti global player. Questa reazione vide un uso della politica economica dello stato in senso apertamente restrittivo, quindi di riduzione della spesa, e in senso anche repressivo del conflitto sociale e della lotta operaia.

La fragilità dell’impero

Negli anni Novanta gli Stati uniti sono in grado di sfruttare al massimo, anche politicamente in senso stretto, anche statualmente, i caratteri del nuovo capitalismo allo scopo di instaurare un dominio unipolare su scala planetaria, anche se io non credo (come invece sembra pensare la tradizione dell’Impero alla Negri e Hardt), che questa forma imperiale sia una tendenza univoca del nostro futuro. Per di più, come si sa, i due autori cercano di negare questo carattere politico, statuale, centrato dell’Impero. Addirittura, nel loro libro, formulano una sorta di apologia del nuovo capitalismo di cui non vedono arrivare la crisi economica. Insomma, un impianto concettuale che, esattamente come quello fondato sulla coppia fine del lavoro-fine dello stato, ha fallito, alla prova dei fatti. Anche sulla natura imperiale del sistema attuale credo che il futuro sia aperto, che non sia da escludersi una frantumazione, per varie ragioni, nuova del sistema capitalistico mondiale nei decenni, se non addirittura negli anni, a venire.

La risposta Usa

Si badi bene. Gli Stati uniti riescono a sfruttare la situazione per interventi che sono certo anche militari, ma non solo: qui mi concentrerò su quelle finanziari e su quelli di politica economica. Finanziariamente, gli Stati uniti sono in grado di sfruttare il fatto di essere pur sempre il centro borsistico del pianeta, di essere ancora il paese che emette il sostituto più credibile di una moneta mondiale, il dollaro. Sono in grado anche per questo di sfuggire all’ideologia che vede lo stato-nazione come impotente. Nel corso degli anni Novanta svolgono una numerosa serie di politiche autonome che vanno da politiche dell’innovazione, a politiche dell’università, a politiche dell’investimento pubblico, soprattutto nella prima metà degli anni Novanta; poi a politiche monetarie discrezionali, nella seconda metà, sino a politiche fiscali attive e di bilancio in disavanzo negli ultimi due anni: senza dimenticare, ovviamente, la politica del cambio (del dollaro forte, di Clinton; del dollaro debole, di Bush).

Questo, tra parentesi, spiega molto, come ho scritto altrove, dei caratteri della nuova economia e del miracolo statunitense, che si è fondato essenzialmente su politiche molto più che meramente accomodanti. Le politiche monetarie spiegano come mai si sia creata, per gli Stati uniti, una situazione virtuosa di rivalutazione del dollaro e di sostegno a una Borsa che si rivaluta. La rivalutazione dei corsi borsistici creò una sorta di effetto ricchezza che ha favorito il consumo interno delle fasce ricche della popolazione, o anche solo delle fasce benestanti, e ha favorito anche gli investimenti privati. È vero quindi che negli anni della nuova economia, negli anni di Clinton, gli Stati uniti crescono non per una spesa pubblica in disavanzo - anzi il bilancio è in attivo, come conseguenza delle elevate entrate fiscali dovuta alla crescita veloce, dovuta alle politiche economiche anche statuali di cui dicevo.

È vero pure, va detto, che le componenti trainanti della domanda furono quelle della domanda privata, i consumi e gli investimenti. Ma, insisto, sostenuta da politiche pubbliche e che non esisterebbe senza di esse.

La crisi delle periferie favorisce lo sviluppo del centro

Questa accelerazione degli Stati uniti sul terreno della globalizzazione finanziaria e della globalizzazione commerciale, il tentativo di imporre al resto del mondo, anche attraverso l’Organizzazione mondiale del commercio, il Fondo monetario internazionale, e in buona misura la Banca mondiale, la loro filosofia della globalizzazione, rende più instabile il capitalismo contemporaneo di quanto non sia stato nel passato.

Di questa instabilità patiscono relativamente meno i paesi avanzati anche perché, al di là delle ideologie, i gestori della politica economica non hanno affatto dimenticato l’insegnamento keynesiano, per lo meno nel senso di utilizzare lo Stato per evitare che la crisi si generalizzi, mentre l’instabilità viene pagata essenzialmente alla periferia o ai bordi del centro. La crisi per esempio dell’Est asiatico e tutte le crisi che sono seguite sono state violentissime e hanno però consentito ai paesi del centro, gli Stati uniti ma non solo, di comprarsi a prezzo di saldo apparati industriali e commerciali molto lucrativi nelle aree in via di sviluppo.

Ci si può chiedere come mai queste crisi sempre più gravi, non hanno messo in questione la dinamica positiva del capitalismo centrale sino al 2001, che collassa per ragioni sostanzialmente "interne". Qui abbiamo uno dei caratteri più paradossali forse, del capitalismo contemporaneo. Il capitalismo della globalizzazione e la nuova economia di marca statunitense sono stati in grado sempre più di vivere delle crisi della periferia. Potremmo dire che, come il keynesismo negli anni Trenta aveva segnato la gestione politica dello sviluppo per superare la crisi, il capitalismo degli anni Novanta segna in qualche misura la capacità di gestire politicamente la crisi della periferia ai fini dello sviluppo, non solo perché consente di acquistare, appunto, pezzi dell’apparato di produzione di plusvalore mondiale in giro per il mondo, ma perché la fuga dei capitali dalla periferia per un lungo periodo di tempo ha permesso alla Borsa del centro addirittura di accelerare la sua corsa. La bolla speculativa a Wall Street si accelera dopo la crisi asiatica del 1997, e in conseguenza delle crisi successive. La crisi della periferia diviene un elemento che prepotentemente favorisce lo sviluppo del centro, e in fondo (molto utili e preziose le analisi di Joseph Halevi su questo) è una crisi prodotta politicamente dal centro.

C’è quindi la crisi della nuova economia, e a un certo punto c’è la crisi della bolla borsistica. Si potrebbe dire che questo determina la resa dei conti; ma francamente ancora non lo sappiamo in quanto, di nuovo, molto poco ideologicamente le classi dominanti - e in particolare il governo Bush, che in teoria dovrebbe essere molto più liberista del governo Clinton - sono state in grado, per evitare una crisi verticale, di tornare a una spesa pubblica attiva. Abbiamo così il paradosso di un presidente democratico che porta i bilanci in attivo e di un presidente repubblicano iperliberista che torna a classiche politiche di spesa pubblica in attivo, di disavanzo nel bilancio dello stato, di crescita del debito pubblico.

Lo sviluppo divide i lavoratori

Questa dinamica - crisi della globalizzazione, forse; globalizzazione della crisi, certo - ha colpito per tre ragioni almeno il mondo del lavoro. La prima è che in queste dinamiche esso è diventato una variabile dipendente dal vincolo esterno agitato politicamente ("abbiamo le mani legate", "siamo tutti sulla stessa barca", "la competitività è legata ad un lavoro che si adatta alle esigenze dei mercati"). La seconda, forse un po’ meno ovvia, è che il capitalismo della globalizzazione, e della nuova economia, se colpisce il lavoratore in quanto lavoratore, cerca di includerlo in quanto risparmiatore/consumatore, facendone parte, per quanto minuscola individualmente, del capitale finanziario e speculativo: mira a dargli l’illusione (che in qualche caso è la realtà: il che complica le cose) di poter recuperare parte crescente del reddito vitale non più come lavoratore salariato ma come risparmiatore, rentier, o addirittura di speculatore. L’identità di classe del mondo del lavoro tende così, ovviamente, a essere frantumata. La terza ragione è che, per come si è andato costruendo sia nel momento dello sviluppo che nel momento della crisi, il capitalismo di fine Novecento e inizio Duemila frantuma sempre di più il mondo del lavoro nella sua soggettività unitaria (anche se sempre plurale) e antagonistica (o almeno potenzialmente conflittuale).

La novità del capitalismo oggi

Dove è la novità? La novità sta nel fatto che nel corso dello sviluppo capitalistico, sul lungo periodo, il momento della ricomposizione della classe aveva prevalso su quello della scomposizione. La crescita economica era anche crescita della classe "operaia", della sua compattazione, e i soggetti sembravano sempre più condividere una condizione lavorativa e umana "omogenea", concentrati come erano in luoghi fisici comuni, nonostante i momenti di scomposizione prodotti dal capitalismo in base al principio del divide et impera. Dopo gli anni Sessanta/Settanta del Novecento, invece, non è più così.

Lo sviluppo capitalistico è oggi tale che, per un verso, include la crisi e la sua gestione politica non solo per superarla ma in certi casi addirittura per aggravarla a breve. Per l’altro verso separa e divide i lavoratori, oltre a scomporli come soggetti sociali.

Il numero dei lavoratori e il tempo di lavoro (per tornare telegraficamente alla questione della fine del lavoro o della crisi del rapporto di lavoro salariato) crescono su scala planetaria così come la centralità della dimensione lavorativa, anche se soggettivamente non vissuta come tale. Ma il lavoro, o meglio i lavori, sono sempre più frantumati, hanno una (per lo più apparente) autonomia, sia che si tratti del lavoro dipendente classico o di lavoro precario, atipico, in genere eterodiretto ma sostanzialmente dipendente dal capitale.

Ciò non è leggibile a mio parere in chiave di crisi del rapporto di lavoro salariato perché corrisponde abbastanza bene (compresi i lavori "atipici") a molte delle caratteristiche che il lavoro salariato ha avuto nell’arco di tutta la storia del capitalismo. Quello che viviamo è semmai un momento di particolare debolezza della configurazione salariata del mondo del lavoro.

L’omogeneità del mondo del lavoro e la sua forza soggettiva non sono un destino né qualcosa di scontato. Sono semmai qualcosa che attraversa una crisi profonda e da ricostruire non potendo più credere peraltro che il processo tecnologico e sociale capitalistico di per sé conduca a una omogeneizzazione. Questi sono l’eredità, e il compito, che ci lascia l’ultimo decennio.

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