La flessibilità fa bene all'austerità

 

Roberto Errico (@dieciroy) da “Il manifesto “del 12.07.2014

La trattativa sulla cosiddetta flessibilità di bilancio all’interno dei paesi UE è presentata da gran parte della stampa e degli addetti ai lavori come una discussione fondamentale per i futuri assetti dell’Unione. Il confronto tra “flessibili ed inflessibili” viene visto come un passo in avanti cruciale per coniugare riforme strutturali e ripresa economica. Tuttavia, ci sembra di poter dire che l’orizzonte della flessibilità non rappresenta una svolta reale capace di mettere in crisi il complesso delle politiche di austerità per come esse si sono sviluppate a partire dal 2010. Al contrario, è probabile che il compromesso finale rafforzerà ulteriormente l’assetto istituzionale ed i rapporti di potere attualmente in essere.

La trattativa si concentra su aspetti meramente contabili, sviluppandosi intorno al tentativo di provare a dare una diversa e più anticiclica definizione delle regole di redazione dei singoli bilanci nazionali. Ciò comporterebbe una  nuova classificazione di alcune tipologie di investimenti pubblici produttivi, con l’obiettivo di non computare quest’ultimi nel calcolo del debito e del rapporto deficit/PIL, che ad oggi non può superare il 3% su base annua.

Nella sostanza, tutto il dibattito suona un po’ come una disputa tra Ragionerie dello Stato su cosa debba sottostare o meno alla regola aurea del Patto di Stabilità. Con la conseguenza di confermare definitivamente la validità della regola stessa del 3%, costruendo semplicemente una serie di eccezioni che, se accettate dall’ala rigorista, non faranno altro che rafforzare lo strumento principe dell’austerità. Il tutto mentre l’economista francese Guy Abeille, il primo a utilizzare questo parametro di riferimento, in una lunga intervista ha dichiarato che la sua fu un’invenzione casuale, priva di basi scientifiche e frutto della contingenza.

Ancora più importante è però la conseguenza indiretta di questo dibattito. La richiesta di generici aggiustamenti rappresenta nel migliore dei casi una resa da negoziare nei termini migliori possibili. Nel peggiore dei casi, e qui veniamo allo specifico dei socialisti francesi, del PD italiano e della SPD, è semplicemente un trofeo da esporre per motivi di consenso interno. Un modo per lavarsi la coscienza dopo aver votato e sostenuto tutte le misure di sorveglianza fiscale  e macroeconomica, il Fiscal Compact, le sanzioni per gli Stati inadempienti e dopo aver consentito il massacro sociale della Grecia.

Una delle caratteristiche di un oggetto flessibile rispetto ad uno più rigido è la maggiore resistenza agli urti. Ed è questo l’obiettivo nascosto della flessibilità: inglobare e annacquare in una generica richiesta di maggiore ragionevolezza tutta la battaglia contro l’austerità, il Fiscal Compact e la nuova architettura sempre meno democratica/più tecnocratica dell’UE stessa. Intestandosi una “vittoria” che non muta gli assetti, ma che anzi contribuisce a rafforzare lo status quo.