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L’economia del debito: per le periferie il sindaco di Milano chiede l’elemosina ai ricchi

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FIRMA LA PETIZIONE: http://www.stopfiscalcompact.it/

di: Marco Schiaffino

Milano, ottobre 2017. “Penso sia il momento di ristimolare il mecenatismo milanese. Ci sono decine di famiglie che hanno una dimensione di patrimonio tale per cui, in questo momento storico, potrebbero voler fare qualcosa per la città. Ne sto già parlando con qualcuno”. Le parole sono del sindaco di Milano Giuseppe Sala e il tema è quello del cosiddetto piano periferie, cioè l’opera di riqualificazione delle “zone svantaggiate” della città.

Tutto vero: in quella che è probabilmente la più ricca città d’Italia, il sindaco non trova di meglio che rivolgersi al “buon cuore” dei milionari milanesi per portare in cantiere un progetto che avrebbe dovuto essere il centro del suo programma di governo della città.

Per capire a fondo il Sala-pensiero, basta scorrere i successivi virgolettati riportati dal Corriere della Sera:

“Gli abbattimenti di edifici popolari nei quartieri Lorenteggio-Giambellino al fine di ricostruirli sarà la cartina di tornasole della credibilità del nostro piano”, dice Sala. A breve si partirà con il primo abbattimento in via Lorenteggio 181. «Per me — ha concluso il sindaco — è il segnale fondamentale. Se ci dovessimo trovare di fronte a una resistenza fortissima lì vuol dire che la nostra idea è debole. Io capisco l’anziano che è lì da tanti anni e che non si fida del fatto che se va via poi lo faremo ritornare, ma non si può garantire condizioni di vita adeguate in alcuni palazzi». Fa il punto anche sui cinque progetti in altrettanti quartieri della città: «Siamo a buon punto in termini di progettualità, di possibilità di partenze con le gare e di indirizzo nei cinque quartieri bersaglio. Adesso c’è la richiesta di fare anche altrove interventi. Compatibilmente con le risorse”.

Qualcuno diceva che le parole sono importanti e quelle scelte dal sindaco (che ha già dimostrato di essere un mago della comunicazione) lo sono indubbiamente. Quando qualcuno dice che in caso di “resistenza” trarrà la conclusione che la sua idea è “debole”, per esempio, è difficile togliersi il dubbio che stia preparando un paio di alibi per giustificare il blocco del progetto con il solito “noi ci abbiamo provato”.

Immaginiamo poi quanto possa essere rassicurato il povero “anziano che è lì da tanti anni” da questo ragionamento. Non solo perché la definizione di “quartieri bersaglio” dà i brividi solo a leggerla, ma anche perché il poveretto avrà magari avuto la ventura di leggere i quotidiani negli ultimi mesi. Se lo ha fatto, sa benissimo quanto questa amministrazione si sia preoccupata dei temi sociali quando si è trattato di pianificare la “riqualificazione” degli scali ferroviari in mano a Ferrovie dello Stato S.p.A.

Le parole chiave del discorso di Beppe Sala, però, sono quelle in chiusura: “compatibilmente con le risorse”. E se ormai il nostro cervello è abituato a digerire il mantra del terzo millennio senza troppi scossoni, forse vale la pena soffermarcisi un attimo. Perché la sintesi del ragionamento, in definitiva, è la seguente: “chiediamo l’elemosina ai ricchi generosi perché non abbiamo soldi”. Che detto dal sindaco di Roseto Valfortore in provincia di Foggia, che nel 2017 risulta essere il comune più povero d’Italia (forse) ce lo si potrebbe anche aspettare. Detto dal primo cittadino di Milano, suona un po’ diverso.

La verità è che Sala ha interiorizzato perfettamente il nuovo ruolo del sindaco: quello dell’ingranaggio (o della cinghia di trasmissione) tra il mondo della finanza e il territorio da finanziarizzare. Un liquidatore fallimentare (o un sicario) il cui compito è favorire la ritirata del Pubblico per consentire al privato di fagocitare i servizi al cittadino all’interno del mercato. Naturalmente non da solo: a dargli una mano sono le leggi del governo nazionale, che forniscono sempre l’alibi perfetto. È così nel caso della privatizzazione di ATM, “favorita” da una norma demenziale che punirebbe con minori finanziamenti i comuni che si rifiutano di mettere a gara i servizi di trasporto pubblico. È così, e non solo a Milano, nel caso degli investimenti sul territorio, resi impossibili dal patto di stabilità interno (è bene ricordare che NON ce lo chiede l’Europa) che scarica il pagamento di un debito spropositato e insostenibile proprio sui Comuni, che in realtà sono responsabili solo del 2,1% del debito complessivo nel nostro paese.

Il meccanismo, a Milano, funziona meglio che in altre città. Visto che al momento della sua candidatura Giuseppe Sala è stato presentato come “un manager prestato alla politica”, come tale si comporta e dimostra ancora una volta di trovarsi più a suo agio nel ruolo di facilitatore del business che in quello di attore politico. Lungi dal considerare l’idea di ribellarsi al ricatto di chi agita il debito pubblico come una clava per obbligare al taglio dei servizi e degli investimenti, preferisce trovare soluzioni “tecniche” per far quadrare i conti del Comune. E se per farlo serve portare le lancette dell’orologio indietro di un centinaio d’anni per chiedere l’elemosina ai milanesi benestanti, ben venga. In fondo è solo un altro mattoncino che aiuterà le cittadine e i cittadini milanesi a rassegnarsi al nuovo ruolo del Comune. Mettere le loro vite sul mercato.

Un meccanismo che in un prossimo futuro potrebbe essere eletto a sistema con la trasformazione del Fiscal Compact (che per adesso è un accordo) in una parte integrante dei trattati europei. Con questo passaggio, l’Italia si impegnerebbe a ridurre entro 20 anni a portare il rapporto debito/PIL al 60%. Visto che oggi quel rapporto naviga su valori che superano il 130%, significherebbe tagliare circa 50 miliardi all’anno per i prossimi 20 anni. Ora abbiamo due scelte. Battere porta a porta i quartieri bene di Milano in cerca di nuovi mecenate, o ribellarci alla trappola del debito pubblico. Attac Italia ha promosso una petizione online per impedire che il Fiscal Compact diventi a tutti gli effetti parte del diritto comunitario, per riaprire la discussione su tutti i trattati e regolamenti che da Maastricht in poi hanno determinato la svolta liberista e monetarista dell’Unione Europea, per chiedere l’eliminazione dell’obbligo del pareggio di bilancio dalla Costituzione, per chiedere un’indagine indipendente (audit) sul debito pubblico italiano e annullare il debito illegittimo. In una parola, per affermare che le nostre vite vengono prima del debito, i nostri diritti prima dei profitti e il “comune” prima della proprietà.

 

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