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  • Il ritorno dei dazi e il boom del debito da Est a Ovest

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    di: Marco Bertorello

    La crisi esplosa nel 2008 ha rimodellato i processi di sviluppo a livello mondiale. La globalizzazione sembra aver cambiato di segno, divenendo alleata di un blocco asiatico a guida cinese contro uno a trazione anglosassone che ha sterzato verso il protezionismo. Insomma globalizzazione versussovranismo.

  • Il trionfo di Trump, il fallimento della globalizzazione

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    di Marco Schiaffino

    Com’è potuto accadere che un palazzinaro miliardario, razzista ignorante e misogino abbia potuto conquistare la Casa Bianca? Semplice: l’alternativa non era poi molto meglio. Nonostante i tentativi di dipingerla come una navigata statista, Hillary Clinton rappresenta semplicemente l’espressione politica del neoliberismo più feroce, lo stesso che negli ultimi 30 anni ha lasciato carta bianca ai poteri finanziari e plasmato il pianeta fino a renderlo quello che è adesso.

  • L'acqua rubata: dalla mafia alle multinazionali

    di Umberto Santino

     

  • L’IMMAGINE DELLA GLOBALIZZAZIONE DELL’ELITE DI DAVOS: CONOSCERE PER INTERVENIRE

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    di: Mario D'Andreta

    Migliorare la comprensione per pianificare il cambiamento I risultati della ricerca sociale di orientamento costruttivista e psicoanalitico evidenziano come il comportamento umano sia guidato dai significati condivisi dell'esperienza sociale soggettiva (Blumer 1969, Mead 1934, Berger and Luckmann 1966, Moscovici 1961, Matte Blanco 1975, Carli 1993).

  • La politica delle banche a tutte le latitudini

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    di: Marco Bertorello e Danilo Corradi

    Il prolungarsi dello stallo politico o la prospettiva di un governo nazional-populista in Italia avrebbe dovuto preoccupare i cosiddetti mercati, le classi imprenditrici, l’establishment, invece nessun particolare nervosismo è ancora apparso all’orizzonte.

  • La truffa della “Costituzione di Internet” - n.15 ottobre 2014

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    di Marco Schiaffino

    Proprio mentre scrivo, sui quotidiani arriva il trionfale annuncio riguardante la prima bozza della cosiddetta “Costituzione di Internet”. Si tratta di un documento che dovrebbe affrontare alcune delle questioni più spinose legate alla gestione del World Wide Web, dal concetto di Net Neutrality alla libertà di espressione, passando per la tutela della privacy dei cittadini europei. Iniziativa lodevole, se non fosse proposta proprio quando la stessa Unione Europea si propone, attraverso la ratifica del TTIP, di mettere una pietra tombale sull’idea di regolamentare in qualsiasi modo Internet. Ciò che sappiamo dell’accordo transatlantico per il commercio e gli investimenti, infatti, basta e avanza per fare a pezzi il progetto della Costituzione di Internet.

  • Migranti e migrazioni dentro la crisi globale - Il nuovo scenario dellimmigrazione

    Intervista a Sandro Mezzadra, docente presso la Facoltà di Scienze Politiche dell’Università di Bologna

     

  • No Global Forum... succedeva 10 anni fa.

     

     

  • PEOPLE OVER PROFIT

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    LA RETE EUROPEA DI ATTAC ADERISCE ALLA CAMPAGNA MONDIALE "PEOPLE OVER PROFIT" CONTRO GLI ACCORDI DI LIBERO SCAMBIO

  • Riconversione ecologica

    il granello di sabbia novembre 2014

     

    EDITORIALE:
    Occorre svoltare: Riconversione Ecologica della Società
    di Vittorio Lovera | Attac Italia

    Timone
    Le mosse per una Riconversione Ecologica
    di Guido Viale

    Privatizzazioni con la regia di CDP
    di Marco Bersani

    Finanza, lavoro e riconversione ecologica
    di Marco Bertorello

    Per una riconversione ecologica dell’economia
    di Mario Agostinelli

    Per risolvere tre crisi: riconversione ecologica
    di Marica Di Pierri

    Il ruolo chiave degli Enti Locali
    di Marco Bersani

    STOP TTIP: per sognare un mondo migliore
    di Monica Di Sisto

    Lo sblocca Italia, ovvero...
    di Augusto De Sanctis

    Una diga d’acqua contro le privatizzazioni
    di Paolo Carsetti

    Papa Francesco sostiene la lotta dei movimenti popolari
    di Elvira Corona

    Coalizione sociale contro le privatizzazioni occulte
    di Corrado Oddi

    Riconversione del fare
    di Riccardo Troisi

    RiMaflow
    di Gigi Malabarba

    Mondeggi: la fattoria senza padroni
    di Giuseppe Pandolfi

    Un laboratorio di cambiamento
    di Soana Tortora

    Come si fa cultura dal basso in Italia
    di L’Asilo

    Annullare il debito per favorire la riconversione ecologica e la giustizia sociale

    di Chiara Filoni

    La Vita prima del Debito
    di Antonio De Lellis

    Rapporto ombra 2014: la situazione delle donne in Italia
    di Debora Angeli

    Critica all’economia della crescita
    di Maria G. Di Rienzo

    La ribellione invisibile delle donne
    di Gustavo Esteva
    rubriche

    Democrazia partecipativa
    Il governo Renzi e la funicolare
    di Pino Cosentino

    Il fatto del mese
    Tutti gli amici del serial killer
    di Marco Schiaffino

  • ROMA, 7 MAGGIO 2016 – PIAZZA DELLA REPUBBLICA INSIEME PER FERMARE IL TTIP

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    Unione Europea e USA stanno negoziando da quasi tre anni il Partenariato Transatlantico sul Commercio e gli Investimenti (TTIP),il cui obiettivo, al di là della riduzione dei già esigui dazi doganali, è soprattutto quello di ridefinire le regole del gioco del commercio e dell’economia mondiale, anche attraverso l’armonizzazione di regolamenti, norme e procedure su beni e servizi prodotti e scambiati nelle due aree.

  • STOP TTIP: il video

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    Il video di presentazione della Campagna STOP TTIP:

    https://www.youtube.com/watch?v=4-3bk6VCAuY

  • Svizzera. La madre di tutti i paradisi

     

     

  • Trump o Trudeau? Parliamone al G7 Ambiente di Bologna

    diCampagna STOP TTIP Italia

    In un mondo ideale, gli accordi internazionali potrebbero rafforzare enormemente il campo della protezione ambientale e della tutela dei diritti, garantendo un miglioramento della vita delle persone e dell’economia dei Paesi coinvolti, contribuendo ad elevare gli standard nei paesi meno virtuosi e a fissare regole comuni e vincolanti, capaci di garantire più saldamente la salute degli ecosistemi.

  • TTIP : L’UTOPIA DELLE MULTINAZIONALI

    di Marco Bersani

    La crisi sovverte e modifica il quadro geopolitico internazionale, mutando i rapporti di forza a livello internazionale e rimettendo in discussione egemonie storiche, sinora date per indiscutibili. Da una parte le nuove potenze emergenti del Sud del mondo, quali Brasile, India, Sudafrica e Messico continuano a crescere e sviluppare il proprio mercato interno, rivelandosi difficilmente controllabili attraverso gli strumenti vecchi dei Forum internazionali, come il G20, e, in alcuni casi, rafforzando la costruzione di nuove aree commerciali regionali sottratte all’influenza statunitense, come l’area Mercosur in America Latina; dall’altra, sul versante pacifico, l’asse economico e geo-politico tra il gigante cinese e la Russia si va prepotentemente affermando come epicentro degli equilibri mediorientali ed asiatici, in una graduale scalata al ruolo di leadership globale. Recenti statistiche affermano come la produzione economica combinata di Brasile, Cina e India supererà entro il 2020 quella di Canada, Germania, Italia, Regno Unito e Stati Uniti, e come, entro il 2030, più dell’ 80% della classe media del mondo vivrà a sud. Stretto nella morsa dei nuovi candidati all’egemonia internazionale, con il vecchio partner europeo intrappolato nella spirale delle politiche monetariste basate sull’austerità, lo stanco impero statunitense affila le unghie e adotta una nuova ambiziosa strategia per la riconquista di una nuova egemonia globale diffusa. Nasce da questa esigenza degli Usa l’enorme programma di smantellamento delle residue barriere -commerciali, giuridiche, politiche- al libero commercio e alla libertà di investimento messo in campo in direzione dell’Europa, attraverso il TTIP (Transatlantic Trade and Investment Partnership) e in direzione di 11 paesi che affacciano sul lato del pacifico (Messico, Canada, Cile, Perù, Giappone, Australia, Malesia, Singapore, Vietnam, Nuova Zelanda e Brunei) attraverso il TPP (Transpacific Patrnership). L’obiettivo è la creazione della più grande area di libero scambio del pianeta,che comprenderà economie per circa il 60% del prodotto interno lordo mondiale, interamente governata dalle più potenti multinazionali economiche e finanziarie, agli interessi delle quali andranno sacrificati tutti i diritti sociali e del lavoro, i beni comuni e la stessa democrazia.

    Se per gli Usa il TTIP rappresenta la necessità di “legare” alla propria economia il massimo numero di aree geo-politiche e commerciali possibili, per l’Unione Europea si tratta della più evidente e definitiva dichiarazione di resa di un continente che, già da tempo, attraverso la scelta della via rigorista e monetarista in economia, ha deciso di rinunciare alla propria originalità -quella di uno stato sociale, frutto del compromesso fra capitale e lavoro del secondo dopoguerra- per consegnarsi alle leggi dell’impresa. Se, fino all’inizio del nuovo millennio, l’Europa si presentava in maniera aggressiva dentro i contesti degli accordi internazionali – pensiamo al ruolo dell’UE all’interno del Gats nell’Organizzazione Mondiale del Commercio- presentandosi come un continente che, lungi dal proteggere le popolazioni dalla globalizzazione neoliberista, si candidava ad assumerne la guida, con l’adesione ai negoziati per il TTIP, l’Europa dichiara il fallimento di quella strategia e, nel contempo, rinuncia ad ogni tentativo di esercitare un proprio protagonismo sociale, per giocare la partita di una competizione internazionale, tutta giocata al ribasso in tema di diritti del lavoro, di beni comuni e servizi pubblici, di diritti sociali e ambientali.

    Ma, al di là delle esigenze geo-politiche, il significato profondo del processo in corso con il TTIP (e con il gemello asiatico del TPP) è la consegna, dietro la strategia di riconquista della scena internazionale da parte dei vecchi padroni del mondo (Usa – Ue – Giappone), delle sorti del pianeta ad un disegno di politica economica mondiale che vede, forse non per la prima volta ma certo mai con questa intensità.,il totale protagonismo politico delle grandi multinazionali, non più “relegate” ad un ruolo di influenza e pressione esterna sulle istituzioni politiche, bensì sedute a pieno titolo e in posizione privilegiata nei tavoli di negoziazione. Questo fatto rende il TTIP il luogo, dentro il quale si profila, per la prima volta nella storia, la costruzione a tavolino di un’area planetaria di libero scambio messa in campo da un’ elite transnazionale che, superando i confini tradizionali fra Stato e privati, tra governi e imprese, si sottrae ad ogni possibile controllo democratico.

    Di fatto, e se approvato, il TTIP realizzerebbe l’utopia delle multinazionali : un pianeta al loro completo servizio, fino al punto di poter chiamare in giudizio presso una corte speciale, composta da tre avvocati d’affari rispondenti alle normative della Banca Mondiale, un qualsiasi paese firmatario, la cui scelte politiche potrebbero avere un effetto restrittivo sulla loro “vitalità commerciale”; potendole sanzionare con pesantissime multe per avere, con le proprie legislazioni, ridotto i loro potenziali profitti futuri. E per le elites dell’Ue rappresenterebbe anche la possibilità di superare in avanti, attraverso un “meta-trattato” strutturale, l’attuale difficoltà nell’ imporre, Stato per Stato e governo per governo, le politiche di austerità e di smantellamento dello stato sociale, artificialmente indotte dalla crisi del debito pubblico. L’opposizione radicale al TTIP, oltre che una inderogabile necessità per le vertenze e le conflittualità promosse da qualsiasi movimento sociale attivo, rappresenta anche una grande opportunità : ottenere il ritiro “senza se e senza ma” di quello che rappresenta un disegno esaustivo e totalizzante di un’Europa al servizio dei mercati, metterebbe automaticamente in campo l’opzione di un’altra Europa possibile, quella dei popoli, dei beni comuni, dei diritti e della democrazia.

    Tratto dal granello di sabbia di febbraio, scaricabile qui

  • Un’ipocrisia tutta italiana

     

    di Alessandro Dal Lago

    La protesta del Centro di prima accoglienza di Cona, in seguito alla morte di una donna ivoriana, fa emergere le contraddizioni, le ipocrisie, l’arretratezza civile e istituzionale dell’Italia quando si affronta la questione dei migranti. E porta alla luce, se solo si dà un’occhiata ai blog e ai commenti online sui quotidiani, quanto di torbido si muove nella pancia del paese (e che viene sfruttato a fini elettorali non solo dai movimenti xenofobi e populisti, ma anche da alcuni ministri del governo post-renziano). Con metà di un continente, l’Asia, in preda a guerre di ogni tipo, e con un altro, l’Africa, stremato da fame, povertà, conflitti armati, dittature e guerre per bande, pensare di fermare migranti e profughi è peggio di un’illusione: è un puro e semplice incentivo alle stragi nei deserti e in mare.

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