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  • Democrazia Made in USA

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    di Marina Catucci

    Donald Trump è il nuovo presidente degli Stati Uniti, è stato eletto battendo la rivale democratica Hillary Clinton, che è stata sconfitta prendendo 3 milioni di voti più di lui. Qualcosa di simile era accaduto nel 2000 ad Al Gore, sconfitto con mezzo milione di preferenze in più di George W. Bush, ma quelle elezioni avevano subito un broglio e non contano. L’esempio macroscopico delle contraddizioni del sistema americano è proprio quella di novembre 2016.

    In America, per essere eletto presidente, contano gli Stati ed i delegati. I presidenti americani non vengono direttamente eletti dai singoli cittadini, ma da 538 grandi elettori, che si riuniscono a Washington il giorno delle elezioni nel Collegio Elettorale degli Stati Uniti per esprimere il loro voto rispetto allo Stato che rappresentano. È come se il voto fosse diviso in due fasi e può essere considerato un misto tra l’elezione del presidente del consiglio e quella del presidente della repubblica in Italia: il primo è infatti eletto direttamente dal popolo, mentre il secondo è eletto dalle Camere, quindi dai rappresentati del popolo, al Parlamento e al Senato. Se suona complicato, è perché lo è.

  • I tre cardini del rinnovamento costituzionale

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    di Gaetano Azzariti

    Riforme. Proporzionale, parlamento e governo, la triplice sfida aperta il 4 dicembre. Le sorti della democrazia partecipativa sono legate a quelle della democrazia rappresentativa. Per accorciare le distanze tra politica e cittadini non basta la legge elettorale.
    È tempo di ripensare le forme reali della democrazia costituzionale. C’è bisogno di ritrovare il fondamento pluralista e conflittuale che la qualifica. È necessario guardare alla realtà divisa, alle lacerazioni che colpiscono i corpi delle persone concrete.
    Dobbiamo abbandonare i falsi miti per costruire il futuro. Abbiamo bisogno di quel che Stefano Rodotà ha definito un «costituzionalismo dei bisogni».

  • Perché la legge elettorale dovrebbe interessare ai movimenti

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    di Lorenzo Zamponi

    L’indipendenza e autonomia dei movimenti dai partiti e dalle istituzioni rappresentative è un punto politico costitutivo per molti, e il risultato di decenni di battaglie per il riconoscimento delle istanze sociali come direttamente titolari di politica. Il monopolio dei partiti sulla politica è finito da tempo, e la presenza di altri tipi di soggettività politica nella nostra società è un fatto di cui tutti devono tenere contro. L’autonomia del sociale, però, troppo spesso è stata confusa per autismo, portando i movimenti a non occuparsi in maniera regolare e autorevole del gioco della rappresentanza e delle sue regole. 

  • Sistema elettorale proporzionale, perché sì

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    Cartolina dei sostenitori del proporzionale, Svizzera 1918

    di Stefano Risso

    Dopo molti anni una parola è tornata agli onori della cronaca politica: proporzionale.

    Parlare di sistemi elettorali può apparire cosa lontanissima dagli attuali problemi e dalle odierne sofferenze della società, un autentico esercizio di quella politique politicienne (politica politicante non rende a sufficienza il disprezzo e il distacco espressi dal termine in francese) nei cui confronti è preferibile esercitare il distacco e la diffidenza. In realtà dietro i diversi sistemi elettorali si celano diverse concezioni della politica: tutt’altro che un problema “tecnico” astratto e neutro. L’argomento è tornato d’attualità quando la parola “proporzionale” ha smesso di essere un tabù per divenire una possibile alternativa al sistema elettorale attuale, apparentemente messo in crisi dall’apparire di un sistema politico-partitico tripolare. Oggi è diventato di moda interrogarsi sul rapporto tra sistemi elettorali maggioritari e sistema sostanzialmente bipartitico; ma si tratta di ragionamenti troppo astratti e che prescindono da un’autentica riflessione sul rapporto tra elezioni e democrazia. Si preferisce identificare arbitrariamente i due concetti per eludere una riflessione sulla Democrazia.

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