L’acqua pubblica e gli effetti della proposta di legge. Lettera aperta a Ferruccio de Bortoli

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di Remo Valsecchi*

“La riforma costa 15 miliardi di euro e ci farebbe affogare”, recita il titolo dell’editoriale che il 4 marzo scorso l’ex direttore del Corriere della Sera ha dedicato al servizio idrico. Se passasse il testo, è la tesi di de Bortoli, ci sarebbe il rischio di “un inatteso macigno sui conti pubblici”. È davvero così? Remo Valsecchi, commercialista e membro del Forum nazionale dei movimenti per l’acqua, spiega perché “no”

Egregio direttore,

ho letto con attenzione il suo editoriale del 4 marzo relativo alla riforma del servizio idrico. Mi permetta di non condividerlo: non è un problema, le opinioni sono strettamente personali e sempre legittime e rispettabili.

Mi lasciano però perplesso alcune affermazioni che contrastano con la realtà e non con le opinioni. Lei afferma che “il 97 per cento della popolazione è servito da società a maggioranza o interamente pubbliche”: è vero, se tra le pubbliche consideriamo anche le società quotate o, generalmente, le società a capitale misto. È una considerazione formale e non sostanziale.

Le società pubbliche sono tali se sottoposte al controllo di uno o più enti o Istituzioni pubbliche in modo reale e non formale. Le società quotate, come definite dal decreto Madia del 2016, sono completamente svincolate dagli obblighi di trasparenza e dalla normativa per l’anticorruzione.

Siamo in presenza di società (anche totalmente pubbliche) che operano però in una logica di natura privatistica.

L’anomalia è nella gestione di servizi essenziali e di grande funzione sociale da parte di società di diritto privato. L’art. 2247 del codice civile definisce la società come “contratto tra due o più persone che conferiscono beni o servizi per l’esercizio in comune di un’attività economica allo scopo di dividerne gli utili”. Poiché dalla legge Galli a oggi il principio che regola il servizio idrico è quello del Full Cost Recovery, ossia di tariffe che devono coprire i costi di gestione e degli investimenti, l’utile -non essendo un costo- non dovrebbe esistere. Non si tratta di tornare alla situazione ante Legge Galli, ma di ripristinare semmai una degenerazione che è andata oltre, trasferendo costi inesistenti agli utenti.

Sono anche questi i motivi per cui auspico il passaggio delle gestioni ad aziende speciali, ente imprenditoriale pubblico. Per una società di diritto privato lo scopo è il profitto (legittimo), il servizio è solo lo strumento per realizzarlo. In un’azienda speciale, invece, l’efficacia, l’efficienza e l’economicità, intesa come minor costo per l’utente, sono lo scopo. Lo dice il Testo unico enti locali, lo dice il Codice dell’ambiente, ma è anche nella natura delle cose. L’azienda speciale impedisce anche il brutto vizio del riciclaggio dei politici, attribuendo la gestione a un direttore, esecutore degli indirizzi provenienti dagli enti, e lasciando senza ruoli specifici i consigli di amministrazione.

Utilitalia, l’associazione dei gestori, controparte, quantifica in 15miliardi di euro il costo dell’operazione. Altri ricercatori in 23 miliardi. Lo si dimostri con numeri reali e non con semplici affermazioni.

Ho riclassificato i bilanci delle società private e miste rilevando un patrimonio sociale complessivo di circa 4 miliardi di euro, di cui oltre il 50% pubblico. Rischio indennizzi? Sembra una contraddizione. Se il pubblico rappresenta il 97,6%, comprese le società miste dove questo detiene la maggioranza, ed in questo caso la forma supera la sostanza, non è possibile che il pubblico chieda indennizzi a se stesso.

C’è poi il problema dei grossi investimenti, in parte già a carico dello Stato. Chiariamo una volta per tutte la realtà. Gli investimenti vengono fatti, per la maggior parte dai gestori ricorrendo al debito che viene rimborsato con la quota inserita in tariffa, cioè dagli utenti. Da una rivisitazione dei piani tariffari, con comparazione dei bilanci dei gestori, si è rilevato che, con una riduzione del 25-30% delle tariffe, si possono garantire tutti i costi della gestione e degli investimenti,

Secondo il suo editoriale, solo le società “miste o con azionisti privati” potrebbero accedere ai mercati di capitale. Non sta scritto da nessuna parte. Certamente le aziende speciali non potranno quotarsi ma questo è ininfluente. Anzi: eliminare ogni forma speculativa dal servizio idrico è auspicabile. Per quanto riguarda gli altri strumenti, probabilmente, gli enti imprenditoriali sono più graditi, in quanto non soggetti a fallimento e non distribuiscono dividendi, in qualche caso anche superiori agli utili realizzati.

Veniamo alle tariffe, prendendo proprio l’esempio da lei fatto, Roma. Con una tariffa di 1,49 euro per metro cubo, ACEA ha realizzato negli ultimi quattro anni un utile medio di 115.596.686 euro, pagato imposte per 40.230.847 euro (senza utile non ci sarebbero, o quasi, imposte), con un utile netto medio di 75.365.838 euro e dividendi per 65.836.538 euro. Non credo sia il caso di aumentare la tariffa ad oltre 4 euro.

Non bisogna nemmeno dimenticare che il servizio idrico è svolto in regime di monopolio naturale e che le tariffe e il vincolo dei ricavi del gestore (VRG), inventato da ARERA (indipendente?) sono una forma di vessazione per il cittadino da cui non può sottrarsi.

La prego direttore, lasci perdere Maduro, questa legge di iniziativa popolare è voluta da 400.000 cittadini e confermata, nel 2011, da 27 milioni di Italiani. Non intendo difendere questa maggioranza “legastellata”, dalla quale, anzi, prendo le distanze, ma cerco solo di interpretare la maggioranza degli Italiani. Non sta affondando il servizio idrico ma tutto il Paese soggiogato alle logiche economiche della finanza e del denaro.

*Remo Valsecchi è commercialista e membro del Forum italiano dei movimenti per l’acqua

6 Marzo 2019

Pubblicata su Altreconomia