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«CRESCITA RECESSIVA», OVVERO LA CRESCITA CHE NON FA CRESCERE

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 di: Marco Bertorello

L’economista statunitense Kenneth Rogoff fa uso della definizione «crescita recessiva» per descrivere gli andamenti in corso nell’economia globale. Da alcuni anni nel campo conservatore statunitense viene fatto uso della definizione New Normal, per richiamare un contesto caratterizzato da bassa crescita, modesta inflazione, diseguaglianze crescenti, dominio incontrastato della finanza. Un contesto da intendersi non più transitorio, ma di fase. Per giunta presumibilmente non breve. Un modo per dirsi che tutti gli attori economici e sociali devono fare i conti con una nuova realtà naturale, in buona parte indiscutibile.

A dieci anni dall’esplosione della crisi risulta evidente chela ripartenza non è proporzionata alle necessità, non sembra in grado di prefigurare un’inversione di tendenza nei processi di fondo. Il contesto è semi-stagnante. In queste ultime settimane si è registrato il ritorno alla crescita zero per l’Italia nel terzo trimestre dell’anno e, addirittura, il segno meno per quella tedesca, con una contrazione pari allo 0,2% sempre per il periodo luglio-settembre. Un dato, quest’ultimo, che non si verificava dal 2015 e che, per quanto provvisorio, indica chiaramente le difficoltà generali dell’economia. La Germania, infatti, è il principale paese manifatturiero dell’Europa ed è fortemente orientato all’export, dunque costituisce un significativo termometro dei commerci internazionali, caratterizzati dagli affanni dovuti all’affermazione di dazi, guerre commerciali, crisi monetarie regionali.

Difficoltà che in nessun luogo vengono arginate dall’apertura di un nuovo ciclo di crescita standard diffusa, sebbene quest’ultima sia considerata l’unica strada per una ripresa stabile, per arginare i problemi derivanti da un eccesso di debiti privati e pubblici. Rogoff allora definisce periodo di «crescita recessiva» quando si ha un «incremento modesto del Pil con aumento della disoccupazione». Che lo sbocco possa essere una recessione vera e propria non è scontato, una serie di fattori non sono paragonabili a dieci anni fa, le banche a livello globale sono state puntellate da una crescente massa monetaria, ma il fragile contesto permane e non impedisce l’esplosione di crisi locali, le quali determinano un giustificato allarmismo per le loro possibili ricadute generali.

L’odierna crescita risulta in qualche misura recessiva anche quando determina un aumento dell’occupazione, ma di un’occupazione sempre più precaria che non inverte la tendenza alla polarizzazione dei redditi. Una conferma indiretta di questi processi viene dalla vicenda delle elezioni di midterm negli Usa, dove il presidente repubblicano in carica per tentare di arginare l’ascesa del Partito Democratico ha evitato di concentrare la propria campagna sui risultati economici conseguiti, preferendo alimentare ulteriori paure contro i fenomeni dell’immigrazione.

Legge e ordine anziché vantare performance economiche che sulla carta sarebbero di tutto rispetto, dalla crescita del Pil alla riduzione della disoccupazione registrata. Il paradosso si potrebbe spiegare proprio con il fatto che i risultati economici non si traducono in risultati sociali, in benessere per i più. Non a caso uno degli elementi che stanno consentendo la crescita drogata a stelle e strisce è dato da una riduzione della pressione fiscale dal segno inversamente proporzionale alla ricchezza, chi più ha più risparmia. Ecco la necessità di ricorrere ad altre inquietudini, un modo per distrarre.

La crescita recessiva diventa così l’ultimo ossimoro per spiegare le contraddizioni in corso, un corto circuito tra necessità della crescita (rimuovendo sempre più le potenziali ricadute in termini ecologici che una sua mancata revisione potrebbe determinare) e una crescita che non fa neppure più crescere.

Pubblicato su Il Manifesto del 17.11.2018

 

 

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