I rischi della finanza "fuori controllo"

borsa 580x386

di: Marco Bertorello.  Articolo pubblicato sul manifesto del 15/09/2018  

Il 15 settembre 2008 falliva la banca statunitense Lehmann Brothers e oggi, come è consuetudine attorno a ogni ricorrenza di una certa importanza, i commenti si sprecano. La gran parte sottolineano lo scampato pericolo e diversi si spingono a enfatizzare le ritrovate capacità di controllo all’interno del sistema economico-finanziario. Alcuni circoscrivono il problema sostenendo che oggi il sistema sia più forte e che non potrà certo andare in crisi a causa del fallimento di una sola banca. Come se il fallimento della Lehmann Brothers fosse stato la causa della crisi e non il detonatore di ciò che per molti versi era iniziato addirittura nel 2007, con molteplici bancarotte e salvataggi.

I commenti di tanti politici, economisti, operatori e opinionisti sembrano esorcismi, piuttosto che analisi ispirate perlomeno al principio di prudenza. Non a caso le crisi della moneta turca e argentina producono immediatamente preoccupazione sui mercati mentre alcune dichiarazioni un po’ avventate di esponenti governativi italiani, più modestamente, generano l’aumento dello spread. Il quadro, dunque, non appare così solido come si vorrebbe. D’altronde il ritorno in pista dell’economia è avvenuto a fronte di eccezionali iniezioni di liquidità e il cambio di segno per queste politiche monetarie potrebbe mandare in affanno i paesi con un alto debito.

Più in generale, il recedere delle politiche espansive potrebbe deprimere i mercati finanziari in considerazione della necessità delle banche centrali di ricollocare almeno una parte dei titoli acquistati. Tale eventualità potrebbe rappresentare un’ulteriore fattore di instabilità per la finanza. Cosa è accaduto, infatti, negli ultimi dieci anni? C’è stato un tentativo di regolamentazione del sistema finanziario che ha creato vincoli più stringenti in particolare su banche e assicurazioni, cioè su quella che si potrebbe definire la porzione al sole del sistema finanziario, per distinguerla da quella soprannominata ombra. Il limite della regolamentazione, però, è duplice: lentezza che genera imprecisione. Se il sistema finanziario è stato sommerso da moneta facile, questa montagna di denaro è andata in cerca di investimenti facili e il più possibili remunerativi.

Qualche tempo fa Morya Longo ha parlato addirittura di«turismo finanziario». Il problema ha finito per spostarsi, cioè gli investimenti si sono sottratti dalle nuove forme dicontrollo, saltando in sella a ineditiprodotti letteralmente «fuori controllo».

Ecco allora che per contrastare i bassi rendimenti gli investitori si sonorivoltiai titoli azionari che, di conseguenza, neglianni sono aumentati notevolmente divolume. Paradossalmente, questi titoli che in astratto dovrebbero esser ancorati all’economia reale risultano sempre più rischiosi.

Nel 2007 su 100 titoli emessi 80 avevano un elevato grado di affidabilità, inveceoggi quelli solidi sono scesi a 58. E tra questi si è mediamente deteriorata la qualità, con la metà che a malapena rientra nella categoria dei buoni investimenti. Ci sono, infine, tutti quei soggetti non regolati, dai fondi di investimento agli hedge found, passando per i contratti derivati legati alle scommesse sulla tenuta dei debiti, dove in questi anni si sono riversati i nuovi eccessi frutto della fase espansiva. 

La regolamentazione, stringendosi attorno agli istituti creditizi, ha finito per ridurre la loro liquidità, indebolendo proprio quella finanza ombrache ha acquistato titoli in grandi quantità, ma che di fronte a uno shock farebbe fatica a trovare dei nuovi acquirenti, quali potrebbero essere tipicamente le banche. Insomma la medicina somministrata a cuor leggero, poiché appariva facile e aun prezzo contenuto, potrebbe in futuro mostrare tutte le controindicazioni che comporta.